Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 




Grattacieli e bidonville
le due facce dell'Etiopia
 
Attualità.
di Luciano Scalettari


AFRICA
TRA I PROFUGHI DEL CAMPO DI SHIMELBA, IN ETIOPIA


LAGER ERITREA

La dittatura di Afewerki ha trasformato il Paese in un’enorme prigione. Le tragiche testimonianze di quelli che sono riusciti a scappare trovando rifugio tra capanne di legno e fango, dimenticati da tutti.

Shimelba, Nord Etiopia

«Benvenuti a Shimelba, il luogo dei dimenticati». L’insolito saluto ci viene rivolto da Michael, a bassa voce. Fra il caldo torrido, la stanchezza, il sole a picco, temiamo di non aver capito. «Siamo novemila, noi dimenticati», insiste. «Gli etiopi ci hanno accolto bene, non c’è che dire, ma poi...». Poi c’è l’immensa distesa di capanne di canne, fango e legno, che appare appena oltre il declivio della collina, dopo l’ingresso e gli uffici del campo. Michael è uno degli eritrei scappati fra mille peripezie dal proprio Paese in cerca di libertà. È un nome di fantasia, come tutti quelli che seguiranno, perché tutti hanno paura di ritorsioni sulle loro famiglie rimaste in Eritrea.

Dimenticati da chi? Dalle agenzie delle Nazioni Unite, dalle Ong, dalle associazioni di difesa dei diritti umani, spiega Tesfai. «Abbiamo scritto a tutti. Non si fa vivo nessuno. Qui si muore d’inedia, di sete, di malaria, di pazzia».

È facile dimenticarli. Perché per raggiungerli occorrono ore di fuoristrada sulle piste sconnesse del Nord Etiopia, su, fino all’estremo confine con l’Eritrea, dove lo spettacolare altopiano montuoso del Tigray scende dagli oltre duemila metri a poco più di cinquecento. E dove, in modo inversamente proporzionale, la temperatura cresce, mutando il paesaggio in una piana arida, nella quale è un’impresa trovare acqua e vegetazione. Novemila, che aumentano al ritmo di 300, 400 al mese, perché – come ci sentiamo ripetere da ognuno – ormai vivere in patria è impossibile.

È facile dimenticarli perché per arrivare al campo profughi bisogna ottenere il permesso dei servizi di sicurezza etiopi, come abbiamo fatto noi, attraverso l’indispensabile aiuto di Alganesh Fessaha, rappresentante dell’opposizione eritrea in Italia.

Ci sono nuovi venti di guerra fra Etiopia ed Eritrea – ci spiegano le autorità etiopi – e potrebbero infiltrarsi spie, senza contare che il primo conflitto fra i due Paesi si è concluso neanche cinque anni fa e molti etiopi vedono gli eritrei come nemici. Insomma, il campo è vigilato per proteggere i rifugiati dagli etiopi e l’Etiopia dai rifugiati. La tensione si vede: si susseguono file di camion militari, per dispiegare rinforzi lungo il confine. Secondo la missione dell’Onu che da tre anni interpone i caschi blu alla frontiera, l’Etiopia ha portato 90.000 altri soldati, per ora in assetto difensivo.

«Benvenuti a Shimelba». Lo aveva detto, senza ironia, anche il responsabile del campo, Shimels Densa. Ci aveva spiegato che, sì, le condizioni di vita nel campo sono difficili, che i viveri in certi mesi arrivano ridotti, che l’acqua è un grosso problema. «L’Etiopia accoglie i profughi», aveva aggiunto, «ma anche noi abbiamo la carestia. Non possiamo fare di più». L’assistenza degli eritrei è compito delle agenzie dell’Onu.

Tre litri d’acqua al giorno

Ci sono già stati tre suicidi, a Shimelba. Questo dato, forse più di ogni altro, rende l’idea della disperazione e della rassegnazione. Tutti e tre si sono appesi a un ramo con un biglietto in tasca. Hanno scritto che non ha più senso vivere se non si è più persone e non si ha più speranza. «Siamo scappati da un lager per finire qui, a passare le giornate come dei morti viventi». C’è il sole di mezzogiorno, feroce in questo fazzoletto di arsura. A parlare è Lulu, mentre percorriamo la strada principale che attraversa Shimelba. Sfilano passo dopo passo le capanne. Nel lontano tremolio dell’evaporazione appare un’indistinta macchia gialla e blu. «Sono taniche per l’acqua. A volte arriva, a volte no. Sempre troppo poca».

Tre litri d’acqua al giorno per bere, lavarsi, cucinare, dice Lulu. Possibile? Per le agenzie Onu sono 20 litri la soglia minima. E a Shimelba è l’unica acqua utilizzabile, dato che i rifugiati non possono allontanarsi dal campo. E se anche ci provassero rischierebbero grosso, perché acqua e legna scarseggiano per tutti, e la gente del posto non vuole che siano portate via. Tre litri d’acqua. Ce lo confermano i membri del comitato del campo, nato per affrontare i diversi problemi. I rifugiati si sono dati un responsabile per ogni ambito, salute, problemi sociali, sicurezza... «Con queste temperature, sai che cosa significa tre litri d’acqua? Significa soffrire tutti i giorni. E che i più deboli prima o poi crepano».

L’Alto commissariato per i rifugiati (Acnur) non si vede mai, dicono, e gli aiuti del Pam variano di mese in mese. Ci passa accanto un giovane, sui trent’anni, col passo incerto e la risata isterica. «Sai che sono a decine quelli che hanno perso la testa?», commenta Gezai. Viottoli e stradine sono deserti, a mezzogiorno non c’è nessuno in circolazione. Ma dentro le capanne, nella semioscurità, si vede movimento. Qualcuno cucina, altri passano il tempo chiacchierando o facendo qualche lavoro artigianale. Ogni tanto sbuca una testa, guarda fuori in direzione delle taniche.

Eppure, la maggior parte di loro, indomita, non si rassegna. «Quello è un piccolo bar», spiega Lulu. «Chi aveva qualche soldo, o è riuscito a farsi mandare qualcosa dalla famiglia, si è dato da fare». Un frigo e un fornello sono diventati un ristorante, due paia di forbici un barbiere, qualche scatoletta di carne o di tonno un negozio. La scoperta più surreale: un biliardo, intorno al quale un gruppo di ragazzi gioca a stecca.

La questione irrisolta dei confini

A Shimelba giungono via, via i nuovi arrivati. C’è chi è in Etiopia da un anno, chi da due o tre. Metà sono tigrini, dell’altopiano asmarino. Altrettanti kunama del bassopiano, verso il Sudan. Molti sono arrivati dopo la disfatta dell’Eritrea, nella guerra conclusa col trattato di Algeri del 2000. La questione dei confini non è ancora risolta. Perciò si sta rialzando la tensione fra i due Paesi. Il resto dei rifugiati sono giovani: militari che hanno disertato, ragazzi e ragazze, prossimi alla leva. Hanno preferito rischiare carcere e torture pur di evitarla.

Se potessi tornare indietro, lo rifaresti? L’ho chiesto a Lulu, certo di un suo "no" deciso. Invece: «Sì, scapperei di nuovo. L’Eritrea è un grande lager. Si è combattuto 30 anni per avere indipendenza e democrazia. Oggi c’è solo miseria e repressione feroce». La nostra immagine del profugo è della persona scheletrita e vestita di stracci. La gente di Shimelba no. Lulu, ad esempio, è in jeans e maglietta, parla un ottimo italiano e altre tre lingue. Sotto i 30 anni, è figlio di un medico e di un’insegnante, classe benestante del Paese. Invece di laurearsi, è fuggito: «Mi hanno arruolato», racconta. «Un anno, due, tre. Quanti altri? In Eritrea, la leva è a durata indefinita. Ho colto l’occasione di una licenza. Ho messo insieme i soldi che potevo. E mi sono diretto al confine».

Come ormai migliaia di suoi coetanei. Nascosto di giorno, in movimento di notte, ha cercato a Senafe chi potesse dargli le dritte giuste. Pagando 25.000 nakfa (quasi 500 euro), l’hanno guidato al passaggio giusto, evitando mine e pattuglie eritree. «Gli etiopi mi hanno accolto senza problemi. Siamo così tanti che i militari si sono organizzati: mi hanno portato in un campo di prima accoglienza, e poi qui». I dati ce li ha forniti il responsabile per l’assistenza ai rifugiati eritrei, Berhane Hailu: «Gennaio 184, febbraio 272, marzo 457. In aprile siamo già a 318, ma le cifre sono incomplete». «Ieri? Ne sono giunti 20», aggiunge, mostrando il prontuario fornito dall’Acnur.

Il dramma delle famiglie

«Mi occupo di profughi da 10 anni, ma non avevo mai assistito a un dramma del genere: qui ci sono padri costretti ad abbandonare moglie e figli, e figli che lasciano i genitori senza sapere se e quando li rivedranno». Abbiamo visitato i due edifici della prima accoglienza: da una parte una decina di ragazze, dall’altra 75 giovani. I loro racconti sono uno spaccato della realtà eritrea, schiacciata dalla miseria e da un regime poliziesco sempre più oppressivo. Due ragazze sono fuggite per venirsi ad aggregare all’opposizione politica in Etiopia; una giovane pentecostale per evitare l’arresto e la detenzione inumana a cui sono sottoposti tutti i seguaci di religioni considerate illegali; le altre volevano evitare il militare (obbligatorio anche per le donne) perché sanno che il rischio dello stupro è alto. Quanto agli uomini, i racconti più impressionanti sono proprio dei soldati: «Non ne potevo più di fare retate», dice uno di loro, «sapendo che quei giovani sarebbero finiti al campo militare di Sawa o, peggio, in una delle tante prigioni segrete. Sai quanti ce ne sono nell’isola di Nokra? Più di mille. Noi militari sappiamo che la maggior parte di loro morirà di stenti e di sete». Racconti, tutti, drammaticamente simili. Potrebbe sorgere il dubbio di essere vittima di propaganda anti-governativa. Ma basta leggere i resoconti di Human rights watch o i 27 rapporti di Amnesty international per avere un quadro ancor più tragico: si parla di torture, detenzioni arbitrarie, desaparecidos, maltrattamenti, persecuzione religiosa, regime poliziesco, deriva autoritaria del Governo guidato da Isaias Afewerki. È esagerato parlare di "lager Eritrea"?

Luciano Scalettari
  
    
«L’ITALIA SMETTA DI SOSTENERE AFEWERKI»

«Per tanto tempo siamo stati deboli perché disuniti. Ora non più. Due mesi fa i partiti d’opposizione si sono riuniti nell’Eda, l’Alleanza democratica eritrea. La dittatura di Isaias Afewerki non durerà a lungo. Ci siamo messi insieme per pensare all’Eritrea nuova da costruire». Hussien Khalifa è stato eletto alla guida dei 16 gruppi che costituivano la galassia dell’opposizione. Sono tutti in esilio, perché nel Paese c’è ancora il partito unico e non si mai votato, né per la Costituzione né per elezioni democratiche. I quindici uomini politici che nel 2001 avevano siglato un documento critico verso il Governo eritreo (e alcuni di loro erano ministri e protagonisti della trentennale guerra di liberazione) sono stati tutti arrestati e di loro non si sa più nulla. Stessa fine hanno fatto i 12 giornalisti che, nelle rispettive testate (ora chiuse), avevano scritto di quelle critiche.

«Gli obiettivi dell’Eda», continua Khalifa, «sono precisi: primo, consolidare il programma politico, per chiedere il consenso al popolo eritreo una volta liberato della dittatura; secondo, far cadere il regime di Afewerki, senza usare la violenza, ma la politica e la diplomazia. Abbiamo ottenuto importanti riconoscimenti da Etiopia, Yemen e Sudan».

Hurui Tedla Bairu, altro storico oppositore e presidente del Fronte democratico eritreo (Fed), è ben consapevole dei rischi che corre il suo Paese: «Con l’economia che precipita e l’ossessiva militarizzazione c’è il pericolo di una rivoluzione armata. Vogliamo evitare la "somalizzazione" dell’Eritrea, cioè la disgregazione dello Stato, l’anarchia e il caos. Le nostre parole d’ordine sono democrazia e diritti umani. E chiediamo che i Paesi ricchi smettano di sostenere questa dittatura».

L’opposizione lo chiede soprattutto all’Italia, in ragione dei forti legami storici con l’Eritrea: «Il Governo italiano», conclude Alganesh Fessaha, rappresentante dell’Eda in Italia, «offre tuttora un forte sostegno al dittatore Afewerki. Non c’è ancora la piena consapevolezza che il regime eritreo si regge sul terrore e che sta commettendo terribili violazioni dei diritti umani. Tant’è che l’Italia rimanda in patria i rifugiati eritrei che chiedono asilo politico. Occorre sapere che li si manda alla tortura, al carcere e alla morte».

l.sc.


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