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Attualità.
di Francesco Anfossi
foto Vision


25 APRILE
NELLA CHIESA DI BUSTO ARSIZIO, DA CUI PARTÌ LA LIBERAZIONE


E IL PARROCO DISSE: «INSURREZIONE»

La scintilla scaturì da una riunione di capi partigiani, riuniti nella canonica di don Ambrogio Gianotti. Lo straordinario apporto dei sacerdoti alla Resistenza.

Varese, ore 10 del 25 aprile 1945. Davanti al palazzo "Littorio" della questura, in pieno centro, scendono da una "Topolino" due uomini con un fazzoletto azzurro al collo. Sono partigiani provenienti dal comando di Busto Arsizio, prima città liberata d’Italia. Chiedono del questore, cui comunicano la notizia. Poi gli intimano la resa di tutta la provincia. Il questore cade dalle nuvole e telefona al prefetto. Il quale, a sua volta, convoca d’urgenza in prefettura, oltre ai due emissari e al funzionario di polizia, anche i notabili del Fascio, delle Brigate nere e della Guardia nazionale repubblicana. Nel pieno di una discussione un po’ surreale, arriva una telefonata di Mussolini dalla prefettura di Milano. «Che c’è di nuovo?», chiede. «Busto è insorta!», risponde il prefetto. «Ma perché proprio Busto Arsizio?». «Non saprei». «E allora trattate, trattate, trattate!», intima il Duce, irritato da quella notizia che ha sconvolto i suoi piani (voleva mandare le famiglie dei gerarchi a Varese, e poi nella vicina Svizzera).

I partigiani sfilano a Milano, in corso Matteotti, dopo la Liberazione.
I partigiani sfilano a Milano, in corso Matteotti, dopo la Liberazione.

Mussolini non può sapere le circostanze che stanno dietro l’ordine di insurrezione che infiammerà tutto l’Alto-Italia, partito proprio da questa cittadina industriale tra Milano e Varese. Un ordine preso in una canonica, quella della chiesa di Sant’Edoardo, alle sei e trenta del mattino, dopo una riunione di capi partigiani convocati dal parroco don Ambrogio Gianotti.

Don Ambrogio Gianotti, parroco della chiesa Sant 'Edoardo, a Busto Arsizio, da cui partì l'insurrezione del 25 aprile 1945.
Don Ambrogio Gianotti, parroco della chiesa Sant’Edoardo,
a Busto Arsizio, da cui partì l’insurrezione del 25 aprile 1945.

Lo stambugio della radio

Oggi, a ricordare quell’avvenimento c’è una lapide posta sotto la mole del campanile. L’attuale parroco, don Giuliano Mattiolo, vicentino, figlio di un partigiano, ci guida nei locali sotterranei da dove partì l’ordine di attacco alle milizie nazifasciste. Poi indica uno stambugio di pochi metri quadrati: «Qui, la sera del 24, era sistemata la radio clandestina dell’operazione Crysler, che serviva agli americani per le informazioni strategiche».

La chiesa di Sant'Edoardo, a Busto Arsizio.
La chiesa di Sant
'Edoardo, a Busto Arsizio.

In questa parrocchia, nel cuore di Busto, la memoria di quei fatti non è andata in soffitta. Molti protagonisti di allora se ne sono andati. Altri sono ancora vivi e serbano quei ricordi nel loro animo. La chiesa di Sant’Edoardo era uno dei rifugi della Resistenza, (soprattutto "azzurra", cioè cattolica) come del resto quasi tutte le altre chiese di Busto, una rete invisibile che faceva da supporto logistico e morale ai partigiani. La Repubblica partigiana della Val d’Ossola non ci sarebbe stata senza Busto Arsizio. Da qui partivano uomini, armi, viveri e medicinali. «E pensare che la chiesa antifascista di Sant’Edoardo era stata costruita grazie ai fondi di un fascista, il cavaliere del lavoro Edoardo Gabardi, che aveva già fatto costruire la Casa del Balilla». A ricordare quei fatti come se fossero avvenuti appena ieri è Gian Pietro Rossi, già sindaco di Busto e poi senatore democristiano. Allora aveva 16 anni: «Lavoravo nell’ufficio di una fabbrica ed ero munito di un passerscheine, un lasciapassare tedesco che mi permetteva di girare anche durante il coprifuoco». Rossi portava notizie a uso di quelle riunioni clandestine negli scantinati della chiesa, coordinate dal comandante partigiano Luciano Vignati. Ci racconta di quell’incredibile attività che ruotava intorno ai preti, coordinati dal prevosto monsignor Giovanni Galimberti, amico del partigiano e futuro sindaco milanese Greppi. 
Don Gianotti, un prete burbero e austero che aveva studiato ingegneria, era stato più volte convocato in Commissariato, ma aveva continuato a proteggere i partigiani. «Quando le cose si mettevano male», ricorda Rossi, «si rifugiava nel seminario di Venegono per gli "esercizi spirituali"».

Immagine d'epoca della Liberazione a Milano.
Immagine d’epoca della Liberazione a Milano.

Qui passarono Cefis e Marcora

In queste stanze, sotto lo sguardo discreto di don Ambrogio, si sono incrociati i destini degli uomini della divisione "Val Toce", che insieme alla divisione "Valdossola" partecipò ai giorni epici della «Giunta provvisoria di Governo dell’Ossola». Mitici nomi come i fratelli Di Dio, il comandante Adolfo Marvelli, Eugenio Cefis e Giovanni Marcora ("Albertino"). «C’era un sacerdote coadiutore di don Gianotti, don Angelo Volonté, che si faceva prestare un camion dai tedeschi con la scusa che aveva trovato roba da mangiare per la popolazione, promettendo di darne una parte alle truppe tedesche. Ma prima di consegnare la merce al comando tedesco passava dalla chiesa per scaricare la maggior parte delle cibarie a uso dei partigiani». Questi locali, così come quelli delle altre canoniche (o del ricovero per anziani "La Provvidenza"), spesso nascondevano i ricercati.

Don Ambrogio Gianotti insieme con alcuni parrocchiani.

L’attuale parroco don Giuliano Mattiolo, davanti alla lapide che ricorda l’ordine di insurrezione.

Don Ambrogio Gianotti 
insieme con alcuni parrocchiani.

L’attuale parroco don Giuliano Mattiolo, davanti alla lapide
che ricorda l’ordine di insurrezione.

«Quando c’era da portare oltre il confine svizzero un partigiano, monsignor Galimberti chiamava al telefono don Ambrogio con la solita frase in codice: "Va’ a cercare il prete per il quaresimale". E così don Ambrogio avvertiva il comandante Vignati, che agiva». Alle ore 22 del 25 aprile la stazione radio a onde corte dell’EIAR diventava "Radio Busto Arsizio", annunciando al mondo la notizia che era in atto la Liberazione dal nazifascismo dal Nord Italia.

Il senatore ed ex sindaco di Busto Arsizio Gian Pietro Rossi.
Il senatore ed ex sindaco di Busto Arsizio Gian Pietro Rossi.

«La vulgata storica dice che la radio si chiamava Radio Milano. Un piccolo scippo che ci hanno fatto i milanesi», commenta Rossi. «Quante volte è stato chiesto di scrivere ai sacerdoti sopravvissuti delle loro straordinarie memorie di quei giorni. Ma hanno sempre risposto no, che avevano fatto semplicemente il loro dovere e non avevano null’altro da aggiungere». Don Ambrogio, il prete dell’insurrezione del 25 aprile, non si comportò molto diversamente. Nel diario della parrocchia scrive semplicemente che «dallo studio del parroco ebbe inizio il cosiddetto "25 aprile"». Quattordici righe in tutto, tra la notizia di una cresima e quella di un pellegrinaggio. Come dire: la missione antifascista di pace, libertà e giustizia era stata assolta, si poteva passare alle altre incombenze pastorali.

Francesco Anfossi
   
   
QUEI MARTIRI DELLA RESISTENZA

Il tributo di sangue è altissimo. Mai nella storia della Chiesa italiana furono uccisi così tanti sacerdoti come durante la seconda Guerra mondiale. Morirono sotto i bombardamenti, morirono cappellani sui campi di battaglia, morirono fucilati nelle rappresaglie naziste e fasciste, morirono trucidati nelle vendette, in odio alla fede, nell’immediato dopoguerra, soprattutto in Emilia.

È un martirologio lungo 729 nomi. Lo pubblicò l’Azione cattolica nel 1963 con la presentazione del cardinale Giuseppe Siri, allora presidente dei vescovi italiani: «I più di coloro che sono qui recensiti avrebbero avuta salva la vita, se avessero avuto maggiore cura di se stessi. Non sono in genere delle vittime occasionali. Caduti, uccisi, sacrificati; non hanno fuggito il loro posto e le loro responsabilità. Siamo certi della loro volontà di perdono». Le parole di Siri centrarono la questione. Ma ben presto l’Italia dimenticò i suoi preti ammazzati. Il "martirologio" dell’Azione cattolica è un lungo elenco con poche note sui fatti, date e luoghi. Manca tuttora uno studio completo su quanto è accaduto. Ci sono pubblicazioni locali, alcune pregevoli, ma non c’è un volume che racconti le storie dei sacerdoti, pubblichi e analizzi i loro scritti, raccolga le testimonianze di quelli che sono sicuramente martiri della carità e di cui, per alcuni, sono iniziati processi diocesani di beatificazione. È stata già interessata, da qualche vescovo, la Congregazione per le cause dei santi. 
Ma la risposta che si è avuta finora è che molto difficilmente verrà riconosciuto il martirio per la carità come è avvenuto finora solo per padre Massimiliano Kolbe.

Immagine d'epoca della Liberazione a Milano.
Immagine d’epoca della Liberazione a Milano.

Su 729 preti uccisi, 422 morirono prima dell’8 settembre 1943: erano cappellani militari uccisi al fronte e parroci periti sotto i bombardamenti. Durante la Resistenza morirono 191 sacerdoti, di cui 158 trucidati dai nazisti e 33 dai fascisti di Salò. Le vittime dei comunisti furono invece 108: 53 caduti durante la Resistenza, 14 immediatamente prima del 25 aprile e 41 dopo. Sette sacerdoti furono ammazzati nel 1946, uno nel 1947 e uno addirittura nel 1951. Analizzando le cifre dei morti prima dell’8 settembre risulta che i cappellani morti in battaglia sono stati 148, mentre i parroci uccisi dai bombardamenti sono stati 238, più 41 viceparroci e 129 seminaristi e novizi religiosi. Insomma, stare al fronte era meno pericoloso che vivere all’ombra del proprio campanile. Poi ci sono i sacerdoti morti in prigionia e nei campi di concentramento, che sono 49, e 30 dispersi.

Gli anni del vertice del martirologio sono quelli che vanno dal 1944 ai primi mesi del 1946: 326 sacerdoti trucidati. Le due regioni più colpite sono l’Emila-Romagna con 122 sacerdoti uccisi, compresi quelli ammazzati dopo la Liberazione, e la Toscana, con 75 sacerdoti assassinati quasi tutti durante le stragi dei nazifascisti. Forse, 60 anni dopo, sarebbe opportuno mettersi a raccogliere, in modo più sistematico di quanto non sia stato fatto finora, le storie e le testimonianze che restano per evitare che scenda l’oblio su una parte importante della nostra storia e della storia della Chiesa.

Alberto Bobbio


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