Speciale domenica.
di Padre Raniero Cantalamessa

IL VANGELO DELLA SPERANZA
Natale del Signore - 25 dicembre 2004

LA BENEVOLENZA DI DIO

    
Luca (2,1-14)

C’erano in quella regione alcuni pastori [...].Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco, vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama».
   

Un’antica consuetudine prevede per la festa di Natale tre Messe, dette rispettivamente "della notte", "dell’aurora" e "del giorno". In ognuna, attraverso le letture che variano, viene presentato un aspetto diverso del mistero, in modo da averne una visione per così dire tridimensionale. Il Vangelo della Messa della notte che commentiamo quest’anno si concentra sull’evento, sul fatto storico. Questo è descritto con sconcertante semplicità. Tre o quattro righe di parole umili e consuete, per descrivere l’avvenimento, in assoluto, più importante nella storia del mondo, e cioè la venuta di Dio sulla terra.

Il compito di mettere in luce il significato e la portata di questo avvenimento è affidato, dall’evangelista, al canto che gli angeli intonano, dopo aver dato l’annuncio ai pastori: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». In passato quest’ultima espressione veniva tradotta diversamente, e cioè: «Pace in terra agli uomini di buona volontà». Con questo significato l’espressione è entrata nel canto del "Gloria" ed è diventata corrente nel linguaggio cristiano. Dopo il concilio Vaticano II si usa indicare con questa espressione tutti gli uomini onesti, che ricercano il vero e il bene comune, siano essi credenti o non credenti.

Ma è un’interpretazione inesatta e perciò oggi abbandonata. Nel testo biblico si tratta degli uomini che sono benvoluti da Dio, che sono oggetto della buona volontà divina, non che sono essi stessi dotati di buona volontà. In questo modo l’annuncio risulta ancora più consolante. Se la pace fosse accordata agli uomini per la loro buona volontà, essa sarebbe limitata a pochi, a quelli che la meritano; ma siccome è accordata per la buona volontà di Dio, per grazia, essa è offerta a tutti. Il Natale non è un appello alla buona volontà degli esseri umani, ma annuncio della buona volontà di Dio per gli uomini.

La parola chiave per capire il senso della proclamazione angelica è dunque l’ultima, quella che parla del "benvolere" di Dio verso gli uomini, come fonte e origine di tutto quello che Dio ha cominciato a realizzare a Natale.

Dio ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi «secondo il beneplacito della sua volontà», scrive l’Apostolo; ci ha fatto conoscere il mistero del suo volere, secondo quanto aveva prestabilito «nella sua benevolenza» (Ef 1,6.9). Natale è la suprema epifania di quella che la Scrittura chiama la filantropia di Dio, cioè il suo amore per gli uomini: «Si sono manifestati la bontà di Dio... e il suo amore per gli uomini» (Tito 3,4).

Solo dopo aver contemplato la "buona volontà" di Dio verso di noi, possiamo occuparci anche della "buona volontà" degli uomini, cioè della nostra risposta al mistero del Natale. Questa buona volontà si deve esprimere mediante l’imitazione dell’agire di Dio.

Imitare il mistero che celebriamo significa abbandonare ogni pensiero di farci giustizia da soli, ogni ricordo di torto ricevuto, cancellare dal cuore ogni risentimento anche giusto, verso tutti. Non ammettere volontariamente nessun pensiero ostile, contro nessuno: né contro i vicini, né contro i lontani, né contro i deboli, né contro i forti, né contro i piccoli, né contro i grandi della terra, né contro alcuna creatura al mondo.

E questo per onorare il Natale del Signore, perché Dio non ha serbato rancore, non ha guardato il torto ricevuto, non ha aspettato che altri facesse il primo passo. Se questo non è possibile sempre, tutto l’anno, facciamolo almeno nel tempo natalizio. Così il Natale sarà davvero la festa della bontà.