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Cinema.
di Enzo Natta


PERSONAGGI
IL LATO RELIGIOSO DELLO SCRITTORE SCOMPARSO NEL 1989


GESÙ SECONDO ZAVATTINI

Non nascondeva simpatie marxiste, ma fu anche sinceramente attratto dalla fede. Come dimostra un film catechistico scritto con Soldati e Fabbri.

Proprio quando lo si credeva irreparabilmente perduto ne è stata rinvenuta una copia malandata e, restaurato, è stato restituito alla sua integrità. Nel 1948, in previsione dell’Anno santo del 1950, il Centro cattolico cinematografico e la società di produzione Orbis misero in cantiere un documentario catechistico dal titolo Chi è Dio? Fin qui non ci sarebbe niente di straordinario, se non fosse che per elaborarne il testo e scriverlo si pensò a un trio che, in tempi preconciliari, qualcuno giudicò male assortito: a fianco del commediografo Diego Fabbri, cattolico, furono chiamati un regista dichiaratamente laico, Mario Soldati, e uno scrittore che non nascondeva le sue simpatie per il marxismo, Cesare Zavattini. Mentre Mario Soldati curò la regia del documentario, la sceneggiatura fu in prevalenza opera di Fabbri e Zavattini.

È possibile parlare di uno Zavattini cristiano? Conoscendo le simpatie dello scrittore per il Partito comunista, molti se lo chiederanno anche in questo momento, ma – senza voler forzare conversioni postume – chi lo ha conosciuto a fondo non esita ad affermare che nell’uomo Zavattini ferveva un profondo spirito religioso.

Un messaggio di pace

Sulla religiosità di Zavattini, il Cinit-Cineforum italiano organizzò qualche tempo fa ad Assisi un convegno, durante il quale fu ricordato che una prova della religiosità di Zavattini si era avuta fin dal 1943, allorché lo scrittore aveva sceneggiato La porta del cielo di Vittorio De Sica, film su un pellegrinaggio alla Madonna di Loreto, che, in piena guerra, non nascondeva affatto un significativo messaggio di pace.

In quel periodo Zavattini teneva una fitta corrispondenza con l’editore Valentino Bompiani e in una lettera si confidava con lui in questo modo: «Ma chi non è cristiano? Cristo è alle porte».

Zavattini ha lasciato in eredità un ricco carteggio e grazie a questi fogli si può risalire al suo lato più intimo e segreto, che lascia trasparire una natura affascinata dal senso del sacro. Come rivela un’altra lettera in cui si legge: «Quello che risalta in Cristo non è tanto se egli sia riuscito a parlare a tutti, quanto che abbia capito e preso sulle spalle il problema di tutti. Egli aveva capito qual era la chiave dell’umanità, e cioè l’uguaglianza di tutti gli uomini».

Un pittore aperto al "sacro"

Destinatario di questa lettera era monsignor Clemente Ciattaglia, verso la fine degli anni ’60 consulente ecclesiastico dell’Unione cristiana professionisti dello spettacolo, amico di molti intellettuali e uomini di cultura. Testimonianze di quegli incontri erano confluite in un libro di estremo interesse, oggi purtroppo esaurito, dal titolo Voci di oggi sul Vangelo, edito dalle Cinque Lune.

Fra le tante personalità avvicinate figurava anche Zavattini: una serie di incontri sfociata in una vera e propria amicizia, che Ciattaglia ha ricordato in Cesare Zavattini - Una vita in mostra (volume I - Giornalismo Letteratura Cinema, Edizioni Bora), che si chiude con queste parole: «Non mi sarà facile udire altri che invochi il ritorno di Cristo più disperatamente e più radicalmente di come fa Zavattini».

Che in lui covasse una tensione religiosa destinata a esprimersi nelle forme più diverse lo si può notare anche dal secondo volume delle Edizioni Bora, dedicato ai Dipinti 1938-1989, dove figurano molte pitture a olio che hanno per tema soggetti d’arte sacra: crocifissioni, preti, confessionali.

Questi riferimenti a uno Zavattini non insolitamente, ma, caso mai, meno notoriamente religioso, dimostrano quanto fosse imprevedibile, variegata e multiforme la personalità di questo geniale e poliedrico rappresentante della cultura italiana del ’900, manifestata con largo anticipo rispetto ai tempi in tutta la sua multimedialità.

Cesare Zavattini (Luzzara 1902 - Roma 1989) ha attraversato da protagonista la nostra epoca, lasciando il segno nel giornalismo, nella letteratura, nel cinema, nella radio e nella Tv, senza trascurare incursioni nella poesia, nel teatro, nella pittura e nei fumetti. Attento e curioso alla sperimentazione di nuovi linguaggi e di nuove forme di comunicazione, anticipatore dell’intreccio multimediale, rifuggendo la separazione fra alta e bassa cultura perché conscio della necessità di confrontarsi con la cultura di massa, Zavattini ha fissato ovunque l’impronta di una creatività scandita da una molteplicità di interessi e da un’attività quasi frenetica.

Una vita all’insegna dell’umiltà

Partito da una produzione letteraria per certi versi agli antipodi del neorealismo, con i suoi connotati umoristici e surreali, ha impresso un marchio personale nella storia del giornalismo con famosi rotocalchi (Le grandi firme, Il Settebello, Il Milione, Almanacco letterario) e in quella della letteratura con raccolte di racconti e romanzi come Parliamo tanto di me, I poveri sono matti, Totò il buono; ha attraversato la grande corrente del cinema neorealista soprattutto come sceneggiatore di Vittorio De Sica (Sciuscià, Ladri di biciclette, Umberto D., Miracolo a Milano).

Quella di Cesare Zavattini fu senza dubbio una vita condotta sempre all’insegna di una grande umiltà.

E di una grande modestia, come si può cogliere da quest’altra confessione raccolta da monsignor Clemente Ciattaglia: «Considero il mio mestiere di scrittore una sopravalutazione derivante da criteri di classe. Arrivato alla mia età sento che non ho da insegnare niente a nessuno. Vivo con alternative di incertezza, cercando di approssimarmi sempre più a capire il valore degli altri».

Enzo Natta

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