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Sommario.

 




La scuola dei campioni

 

 
Attualità.
di Eugenio Arcidiacono


SPORT
UNA GIORNATA CON I PICCOLI CALCIATORI DEL TORINO


CHE GIOIA CORRERE
DIETRO A UN PALLONE


Il piacere del gioco deve convivere con la cura dell’aspetto educativo: è la ricetta di uno dei più gloriosi vivai italiani.

Disu, 7 anni, si avvicina a Silvano, il suo allenatore. Sta quasi per piangere. «Il ginocchio mi fa male». «Hai preso solo una botta», lo rassicura Silvano, sorridendogli, «ma se vuoi, puoi uscire». L’idea di tornare negli spogliatoi mentre i suoi compagni continuano a divertirsi gli deve sembrare intollerabile. D’incanto il dolore scompare e Disu torna a correre più veloce di prima. 
Con un sorriso e due parole, Silvano gli ha appena dato un insegnamento fondamentale, nel calcio come nella vita: stringere i denti e non arrendersi alle prime difficoltà. «Bisogna imparare a soffrire», precisa Silvano ripetendo una frase sentita chissà quante volte da bambino, quando anche lui iniziava a tirare i primi calci. Silvano di cognome fa Benedetti ed è il responsabile della scuola calcio del Torino. Disu, invece, sta per Di Summa. «Ho talmente tanti bambini da seguire», spiega Benedetti, «che dei più piccoli mi ricordo solo il cognome».

L’allenamento è iniziato da poco. «Partiamo subito con una partitella, perché dopo la fatica della scuola i bambini hanno bisogno di sfogarsi. Poi si passa a qualche esercizio più tecnico, tipo stop del pallone a seguire e tiro, e infine si conclude con un’altra partitella tutti insieme». «La componente del gioco deve sempre prevalere sul resto», aggiunge Michele Carrera, allenatore degli "esordienti" (11 anni). «Cerchiamo sempre di stimolare la loro creatività, di fargli prendere delle decisioni». Ma è vero che nessuno vuole più fare il difensore? «Una volta un ragazzo che giocava da attaccante mi ha detto: "Mister, io sono molto alto, forse da dietro riesco a seguire meglio il gioco". Adesso è un ottimo libero».

Dall’oratorio al campo

Il vivaio del Torino ha una grande tradizione: da qui sono usciti campioni come Gianluigi Lentini e Christian Vieri, e tanti ottimi giocatori come Antonio Comi, attuale dirigente del settore giovanile. «I tempi sono cambiati», racconta. 
«Una volta i bambini andavano in oratorio. Si entrava, ci si metteva d’accordo sulle regole e si iniziava a giocare. E lì veniva fuori tutta la loro fantasia. Purtroppo molti oratori hanno chiuso e così i genitori, per non lasciarli tutto il giorno a casa, portano i loro figli qui. All’inizio i bambini fanno molta attenzione al look. Cercano di imitare i loro idoli, ma con noi dura poco. Quando si va a giocare fuori, tutti devono indossare la stessa divisa. Proibiti gli orecchini e i capelli lunghi davanti. Qui si viene per divertirsi, ma il rispetto delle regole è fondamentale. La mentalità vincente, sul campo ma anche fuori, si costruisce solo se si ha senso di responsabilità.

«Uno psicologo, inoltre, segue l’andamento scolastico di tutti i ragazzi e cura i rapporti con i genitori. Le loro aspettative in questi ultimi anni sono molto aumentate. Prima si limitavano a lasciarli e a venirli a prendere, ora invece in molti seguono, oltre alle partite ufficiali, anche gli allenamenti». Ormai è buio e fa un freddo cane. Disu però continua a correre. E se il ginocchio ancora gli fa un po’ male, di sicuro lui non lo sente.

Eugenio Arcidiacono

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