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Che gioia correre
dietro a un pallone

 

 
Attualità.
di Elisa Chiari


SPORT
IL CALCIO GIOVANILE NELLE CONFESSIONI DI FRANCO BARESI


LA SCUOLA DEI CAMPIONI

Tanti ricordi e un consiglio: «Cerco di far capire ai ragazzi che giocare nella "primavera" di una grande squadra è un’occasione, ma vorrei che la vivessero con più serenità».

Le tempeste della vita gli hanno lasciato un viso sofferto, un po’ pescatore di De André, un po’ marinaio di Branduardi, e una nuvola malinconica sul mare calmo degli occhi chiari, stemperata ogni tanto da un sorriso sghembo. Franco Baresi ha perso qualche capello, ma non sembra cambiato, mantiene intatta la serietà, e la classe, fuori dal campo, sopravvive in una sobria eleganza. Non ha con le parole il rapporto riottoso di cui si vocifera. 
Soltanto parla con pacatezza, sottovoce, con i congiuntivi in ordine: toni sommessi che il pallone nostrano, abituato allo schiamazzo, difficilmente coglie.

Il calcio giovanile è un argomento "suo": «Ho fatto tutta la trafila, dall’oratorio ai provini, fino alla maglia del Milan, con cui a 14 anni ho cominciato l’avventura tuttora in corso». Uscito dal rettangolo verde a 37 anni, Baresi è passato a dirigere il settore giovanile: oggi, a 44, allena i diciassettenni della "primavera". Un giro a 360 gradi. Se non fosse che l’anagrafe rifiuta di riavvolgere il nastro, verrebbe quasi voglia di ricominciare. «No», si schermisce ridendo, «ormai è passata anche la nostalgia».

Il derby di casa Baresi però continua: «Una storia infinita: mio fratello Beppe ora è responsabile dei vivai dell’Inter, prima allenava. Ci siamo scambiati i ruoli», come un tempo, da capitani, le maglie. «Ci sentiamo più di allora, ma il derby in campo era vissuto con più passione. Ora abbiamo altre responsabilità».

Tabella.

Una passione senza eccessi

A casa Baresi la famiglia, segnata dalla scomparsa dei genitori quando Beppe e Franco erano ancora adolescenti, resta un valore da trasmettere: «Cerco di far capire ai ragazzi che giocare nella "primavera" di una grande squadra è un’occasione da cogliere, ma vorrei che la vivessero con più serenità. 
Senza dimenticare la vita fuori: gli amici, la famiglia, che vanno cullati sempre».

Franco Baresi ha l’autorevolezza della calma, e quando parla come un padre è perché indovina i pensieri dei ragazzi attraverso i ricordi: «Io, a differenza loro, vivevo a Milanello già a 14 anni, eravamo tanti allora, in quattro in una stanza piccolina con i letti a castello. Dei campioni avevamo soggezione. Ora è diverso: i piccoli stanno a Milano in un convitto, seguiti in tutto, anche psicologicamente, a Milanello ci sono solo 12 ragazzi della "primavera". 
Sono più liberi di uscire di noi. Io ero di Brescia e andavo a casa una volta ogni tre mesi, mi sembrava lontanissimo. Venivo da una famiglia di campagna, ero timido, chiuso, timoroso. Ricordo tanta malinconia. Mi chiedevo: "Dove sto andando?"».

La domanda rimbalza negli anni tra i calciatori in erba: «Cerco di trasmettere certezze, se posso; ma anche dubbi: per non illudere nessuno. Li spingo a studiare, almeno fino al diploma, cosa che io non ho avuto la forza di fare. «Oggi c’è più tensione. Nell’ambiente tutti premono per il risultato: in Serie A, dove gli interessi sono alti, lo posso capire. A livello giovanile vorrei che ci si preoccupasse di crescere tecnicamente con personalità e coraggio. Dal risultato negativo si può anche imparare».

Difficile non aver fretta, nel calcio del terzo millennio i procuratori giocano d’anticipo sugli aspiranti campioni: «Ai miei tempi non succedeva, ma non condanno. È normale che i ragazzi, se non hanno vincoli, colgano l’occasione di fare esperienza e guadagnare qualcosa anche all’estero. Le società italiane, d’altronde, tendono a lasciarli liberi per non spendere, finché non sono sicure di vederli sfondare. E così rischiano di farseli rubare. Non vedo, però, crisi di giovani in Italia, moltissimi giocano, qualcuno arriva. Da sempre, nelle grandi squadre è più difficile: l’esigenza di risultati immediati e le aspettative del pubblico favoriscono i giocatori collaudati, ma chi ha talento prima o poi emerge».

Vogliono fare gli attaccanti

Anche in difesa? Alla domanda, Franco Baresi sorride, forse pensando al ragazzino che è stato: «Da piccoli vogliono tutti giocare in avanti, poi con gli anni vanno indietro. Io? A 12 anni ero già in difesa. È andata bene».

Tanto che il Milan ha ritirato la sua maglia numero sei. Quella sarà sempre di Franco Baresi, solo di Franco Baresi, come cantava una volta la curva rossonera, in onore di uno che è riuscito a farsi amare per i gol evitati, quelli che nessuna statistica conterà mai.

 Elisa Chiari

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