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Attualità
di Maurizio Turrioni


CINEMA
ARRIVA "MELINDA E MELINDA": INTERVISTA A WOODY ALLEN


UNA STORIA TRAGICOMICA

La vita è commedia o tragedia? Questo lo spunto del film, che mette in scena le due possibili vite della stessa donna.

Per chi vuol sapere come faccia a lavorare così tanto, a girare una pellicola dietro l’altra, Woody Allen ha sempre la risposta pronta.

«Ci sono vari tipi di cineasti», ama dire il regista newyorkese stimato dagli europei più che dagli stessi americani, che pure gli hanno dato quattro Oscar (tre per Io e Annie, uno per Hannah e le sue sorelle). «Quelli come Kubrick, capaci di fare film ogni sei o dieci anni sfornando ogni volta un capolavoro, o almeno un evento. Quelli come Spielberg, che girano assai di più, riuscendo ugualmente a creare l’attesa. Poi quelli che se ne fregano dell’evento e cercano di fare il loro mestiere. Io appartengo a questi ultimi. Sono come il vino novello: un film all’anno. Buono, in certe annate. In altre, un po’ di meno o un po’ di più».

Al posto del vino mettete una bottiglia di spumante e il paragone enologico è perfetto. Sì, perché quest’anno, per la prima volta, il nuovo lavoro di Allen esce sugli schermi sotto Natale. Raffinato, ironico, ricco di spunti di riflessione, Melinda e Melinda è l’alternativa intelligente per chi voglia andare al cinema sfuggendo ai cartoni animati o alle banali pellicole "panettone". E il mite Woody, proseguendo nella recente apertura alla stampa e alla curiosità della gente dopo lustri di ritrosie, ha accettato di buon grado di venire in Italia per sostenere l’uscita del film. Probabilmente, anche per cogliere al volo l’occasione di far assaporare alla famiglia (la moglie Soon-Yi e le figlie adottive, Bechet e Manzie Tio, lo hanno infatti accompagnato) l’atmosfera natalizia che si respira nel Belpaese. In particolare, nelle sue città del cuore: Venezia e Roma.

Adempiuti gli obblighi promozionali (oceanica conferenza stampa, interviste e ospitate tv, sedute fotografiche che hanno sfiorato la ressa), ha trovato il tempo per due concerti di beneficenza, col suo gruppo jazz, per la raccolta di fondi in favore della ricerca sull’Aids: il primo al Sistina di Roma e il secondo al Teatro Malibran della città lagunare.

  • Signor Allen, a differenza dei suoi ultimi lavori, in cui recuperava la sua vena più leggera, in Melinda e Melinda riecheggiano anche certi toni drammatici. Quelli di Interiors, Un’altra donna, Crimini e misfatti... Da dove è nata l’ispirazione per questo film?

«Dalla domanda che affligge ogni scrittore: la vita è commedia o tragedia? 
La risposta dipende dai punti di vista».

  • E il suo quale sarebbe?

«Oh, io non vedo il bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno: per me è sempre e solo vuoto! La mia visione è estremamente tragica. Lo faccio dire pure a un personaggio del film: la vita è essenzialmente triste... Ma non so se ci sia più verità nella tragedia o nella commedia. So che la tragedia ti costringe a confrontarti con la verità, mentre la commedia ti dà una via di fuga. E c’è anche chi, come Angela Carter, scrittrice femminista inglese, afferma che la commedia sia la tragedia che capita agli altri».

È questa la provocazione da cui prende le mosse Melinda e Melinda. Quattro amici, tre uomini e una donna, discutono animatamente in un bar di New York. Ad affrontarsi sono due scrittori: uno sostiene che la vita è soprattutto commedia, l’altro propende per la tragedia. Il terzo amico, allora, comincia a raccontare una vicenda vera, accaduta a suoi conoscenti: starà a loro decidere se si tratti di una storia che faccia ridere o piangere.

E la cinepresa ci catapulta in due diverse realtà. In entrambi i casi, tutto comincia quando una donna enigmatica, Melinda, piomba in casa di una coppia. I coniugi in realtà attraversano, inconsciamente, un periodo di crisi e l’irruzione della sconosciuta avrà conseguenze irreparabili. Solo che da una parte (ecco la commedia) il personaggio in carriera è la moglie, regista in ambasce per il primo film, mentre quello fragile è il marito, attore disoccupato rifugiatosi in cucina. Dall’altra invece (tragedia) l’ambizioso è l’uomo, attore in brama di successo, mentre la donna è una pianista romantica che ha rinunciato ai concerti per stare col marito. Da questo momento in poi, gli stessi elementi vengono instillati nelle due storie, ma con risultati opposti. 
È una Sliding doors dell’anima.

La trovata di Woody Allen è di far impersonare Melinda sempre dall’australiana Radha Mitchell. Mentre a vestire i panni dei personaggi delle due realtà sono attori differenti: Johnny Lee Miller e Chlöe Sevigny formano la coppia drammatica, Will Ferrell e Amanda Peet sono i coniugi del racconto ironico.
Il risultato è intrigante anche per il solito fuoco di fila di battute. Tipo: «Un dentista brillante? Questo è un ossìmoro!». Oppure: «Noi non comunichiamo più? Ma certo che comunichiamo... Però potremmo smetterla di parlarne?». 
O anche: «Che sport faccio? Scarabeo. E la lotta con occasionali attacchi d’ansia».

  • Melinda e le due mogli insoddisfatte sono i personaggi migliori del film...

«Vero. Sarà un caso, ma i personaggi femminili mi vengono meglio. Probabilmente perché, quando scrivo per un attore, lo faccio pensando a me stesso o a un io irreale».

  • Lei racconta l’infedeltà della coppia. Cosa ribatte a chi dice che fa sempre la stessa storia?

«A me paiono ogni volta diverse. Certo, la coppia eterna sarebbe l’ideale. 
Ma ci vuole una botta di fortuna per star sempre insieme. Se poi agisce il caso...».

  • È dura incrociare due storie?

«No! La scrittura è il momento che prediligo. La doccia fredda arriva a film finito. Tanto o poco, scopro sempre di aver rovinato la mia idea iniziale».

  • Perché i protagonisti dei suoi film sono sempre borghesi e benestanti?

«Non saprei. Eppure son cresciuto in una famiglia che faticava a tirare avanti. Sarà che i poveri hanno troppi problemi per dover subire pure la mia ironia».

  • A proposito di povertà negli Usa, cosa pensa della rielezione di Bush?

«Una vera tragedia. Come persona, sarebbe pure un tipo divertente: basta ridere senza sapere che è il presidente... Il classico comico in un contesto tragico».

  • Per lei, New York è il set ideale. Come mai, allora, il suo nuovo film con Scarlett Johansson lo gira a Londra?

«Gli inglesi mi garantiscono una libertà creativa che in America non erano disposti a darmi. Chi metteva i soldi voleva controllare il cast e la storia. Detesto gli affaristi che fanno gli artisti!».

 Maurizio Turrioni

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