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Attualità.
di Carlo Giorgi


STORIE DI NATALE
LA STORIA DI UN OSTINATO ALLEVATORE BERGAMASCO


GIUSEPPE, A MILANO
CON LE SUE MILLE PECORE


Da circa 30anni d inverno porta il gregge fino alle porte della metropoli. E da cinque è ospite in un presepe vivente.

Il limite del loro recinto è il gard-rail arrugginito della tangenziale Est di Milano. Sopra, a bassa quota, si librano le grandi fusoliere degli aerei decollati da Linate. Nel mezzo, mille placide pecore bergamasche brucano con cura.
Sono il mansueto gregge di Giuseppe, l’ultimo pastore di Milano.

Giuseppe ha 41 anni e da una trentina, ogni inverno, stanzia il gregge alle soglie della metropoli. D’estate lo porta in alpeggio: fa salire gli ovini su tre grandi camion e arriva al passo della Presolana, vicino a Clusone, Bergamo.
Lì scarica le pecore e le conduce in Val di Scalve: tocca i paesi di Dezzo, Azzone, Schilpario. Fino al Passo del Vivione, a 2.000 metri, dove da aprile a settembre dimorano nei prati, incuranti dei turisti.

A ottobre in montagna fa freddo, così Giuseppe e le sue pecore devono tornare nella "valle delle ciminiere": il gregge sale sui camion e viaggia fino all’abazia di Chiaravalle, parco Sud di Milano.

Nell’Italia di Internet e delle e-mail resistono i pastori. Sono 5.450 gli allevamenti di ovini iscritti all’Assonapa, Associazione nazionale della pastorizia; ma secondo l’Istat sono almeno 97.018 gli allevamenti dello Stivale. Di questi solo una piccola parte, mai censita, è itinerante. I pastori italiani si concentrano nelle regioni del Centrosud, dove è più urgente per gli animali la necessità di trovare acqua e pascoli sempre nuovi. In Lombardia se ne contano una cinquantina. Tra l’Adda e il Ticino sono attivi in dieci, intorno a Milano sono solo in due. Oltre a Giuseppe, si ostina a questa vita un collega molto più anziano, che racconta di aver portato, 60 anni fa, il proprio gregge tra le macerie della città distrutta dai bombardamenti.

Tra modernità e tradizione

Oggi, per un pastore metropolitano, è tutto più complicato. Ci vuole equilibrio per stare in bilico tra tecnologia e tradizione. Giuseppe ha il cellulare sempre acceso; in mano un bastone con la strana punta ricurva, che serve da secoli ad acchiappare per le zampe gli agnellini troppo lenti: Giuseppe li prende e li infila nella sella dei suoi quattro muli. Cammina col gregge, parla con le pecore e queste lo seguono. Ma per gli spostamenti più veloci usa un camioncino. Nel flusso indefinito delle sue mille pecore, vede al volo se ce n’è una malata.

«I colleghi di Bergamo che sono venuti a trovarmi», racconta Giuseppe, «mi hanno detto che sono matto a rimanere qui: vieni via, troppo rumore, troppe macchine. Ma a me piace. Io, in fondo, mi sento milanese». E i suoi problemi sono, in parte, quelli di tutti i cittadini.

Ad esempio il caro-affitti: «In questa città è impossibile trovare un buco a un prezzo decente», si lamenta. «Ho cercato per mesi, poi alla fine ho detto a mia moglie: Gigia, domani compriamo una roulotte nuova. Così adesso si vive in roulotte, parcheggiando nelle cascine presso cui pascola il gregge».

Oppure il traffico: le pecore, Giuseppe le sposta sfruttando strade secondarie e di campagna, molto presto, di mattina. Ma se c’è da attraversare una statale, l’operazione è rischiosa e va orchestrata con cura, in fretta, per non intralciare le automobili che nell’hinterland passano anche nel cuore della notte. Un altro problema nell’era globale è il mercato: «La concorrenza più agguerrita è quella dei pastori austriaci», spiega Giuseppe, «che riescono a vendere i propri capi a prezzi concorrenziali. I francesi invece non fanno paura». Ma il vero sogno di ogni pastore è la Romania, dove per poche centinaia di euro, ti compri ettari di terreno e le pecore possono pascolare tranquille, per chilometri.

Una rappresentazione sacra

La notte, il cielo di Milano non è un prodigio di stelle. Troppa illuminazione sulla metropoli; qui la cometa di quel Natale non si vedrebbe.

Ma qualcuno che chiama un pastore per partecipare a un presepe, come duemila anni fa, c’è ancora. «Ormai è il quinto anno che mi cercano», racconta Giuseppe soddisfatto, «e io ci porto volentieri le mie pecore».
Il pastore è da anni l’ospite d’onore di un presepe vivente che la parrocchia di Santa Maria Assunta di Buccinasco organizza a Gudo Gambaredo, una manciata di cascine e 150 anime, incastonate nel parco Sud, a un passo da Milano. «Abbiamo iniziato vent’anni fa, nella stalla della cascina di mio padre», racconta Vanna Muzzio, responsabile del presepe: «All’inizio eravamo in 30, adesso ci sono più di cento comparse. È diventata col tempo una vera e propria rappresentazione sacra, importante per tutto il comune. Nel ’99, con il Giubileo, abbiamo pensato di invitare anche un pastore», continua Vanna, «così mio padre si è ricordato di Giuseppe, che a volte arrivava sui nostri campi con le sue pecore. Siamo andati a cercarlo e l’abbiamo trovato. 
Da allora è sempre venuto. La sua presenza è importante soprattutto per i bambini, che arrivano alla grotta assieme a Giuseppe e alle sue pecore. 
E capiscono un po’ meglio che cosa fu il Natale».


 Carlo Giorgi
   
   
PALERMO, ANZIANI CHE AIUTANO ANZIANI

Oggi pasta al sugo e cotenne di maiale, domani pasta e fagioli e poi salsicce, dopodomani minestra e uova sode, e un giorno dopo l’altro nella grande cucina del "Boccone del povero", che apre la sua mensa alla Palermo dei barboni e dei derelitti, nel vapore dei pentoloni, loro due sfuggono all’emarginazione di anziani pensionati e diventano un pezzo del motore che fa girare la solidarietà.

Da zucche a principi attraverso la cucina: per Franco Campisi e sua moglie Vincenza Russotto fare i cuochi volontari è il passo magico, uno dei tanti che trasformano l’isolamento in utilità sociale. Due quasi settantenni che nella vita hanno fatto lavori di casa e di cucina per mestiere, tre figli e nipoti grandi, non si siedono davanti alla Tv e danno il loro tempo agli altri.

«Al mattino ci sono tanti vicini anziani da aiutare con la spesa, le medicine, un piatto caldo. Portiamo la biancheria pulita a chi è all’ospedale, poi c’è il lavoro per la nostra associazione di volontariato, l’Auser del sindacato pensionati della Cgil. Il sabato pomeriggio teniamo con noi la nipotina più piccola, e tutti gli altri giorni alla mensa prepariamo la cena per chi non ha casa, ma anche per qualcuno che si sente solo».

I cuochi arrivano nel primo pomeriggio, aprono la cucina e mettono sui tavoli i viveri di giornata, beneficenza di bar e ristoranti, privati, negozi e supermercati. «Tutto ciò che i volontari raccolgono in giro», dice padre Gaetano Rinaldi, uno dei dirigenti del "Boccone del povero". Alle 18.30 la fila in via Pindemonte è già lunga. Altri poveri ricevono il pranzo alla mensa dei frati Cappuccini, mentre da pochi giorni a Palermo c’è una terza tavola della carità, la "mensa del cardinale", realizzata per volontà del cardinale Salvatore De Giorgi. In via Pindemonte si presentano ogni sera in 40-50, e vanno a sedersi nel grande refettorio «voluto dal beato Giacomo Cusmano», spiega padre Rinaldi, «e chiamato "Boccone del povero" perché lo stesso beato, assistendo all’abitudine di una ricca famiglia palermitana di togliere un boccone da ogni piatto prima di iniziare il pranzo, per destinarlo ai poveri, era solito dire: "Se Palermo mi desse un boccone sfamerei la Sicilia"».

Il loro boccone di beneficenza, Franco Campisi e Vincenza Russotto lo danno ogni sera agli altri. «Ci piace farlo. È vero, lo facciamo per svagarci, ma con tanto amore. I figli sono contenti di noi, apprezzano che i loro genitori si rendano utili, e questo ci spinge. Ma, poi, che gioia guardare questi anziani, loro che mangiano e noi in cucina per loro»: la gioia di essere comunità, e nelle pentole fumanti la solitudine è sconfitta.

Delia Parrinello


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