Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 




Per tutti gli amici di Oscar

Malalai e Tamara,
unite dalla speranza

La casa del sequestrato
apre ai ragazzi difficili

Giuseppe, a Milano
con le sue pecore

 

 
Attualità.
di Roberto Zichittella


STORIE DI NATALE
LA PARROCCHIA DI SANTA MARIA DEL RIPOSO A BAIA (NAPOLI)


DON GIORGIO, PARROCO
E ANCHE CAPOSTAZIONE


Il soffitto della chiesa è crollato, e lui ha trasferito tutto nella vecchia stazione. Col presepe in biglietteria.

La chiesa è dentro la sala d’aspetto. Il presepe è dietro il vetro della biglietteria e don Giorgio fa il parroco, ma si sente anche un po’ capostazione. Questo è il destino, si spera provvisorio, della parrocchia di Santa Maria del Riposo a Baia. Baia, sul litorale campano, poco oltre Pozzuoli e di fronte a Procida, era uno dei gioielli dell’Impero romano. Luogo di vacanza e di svago, sede di terme, residenza di imperatori. Oggi Baia ha 3.000 abitanti ed è una frazione di Bacoli. Il borgo si allunga in curva sulla strada litoranea, stretto fra il mare e la collina. Un luogo di passaggio.

Quando il maggio scorso, durante la recita del Rosario, parti del soffitto della chiesa sono franate sul pavimento senza ferire nessuno, l’edificio è stato dichiarato inagibile. Don Giorgio Della Volpe e la sua comunità parrocchiale si sono trovati senza casa. «Prima ci siamo sistemati dentro una tenda che abbiamo piazzato davanti alla chiesa», racconta don Giorgio, «ma il rumore del traffico era tremendo e lo spazio era stretto. Allora ho cominciato a bussare a tutte le porte, compresa la Protezione civile e la Croce Rossa, ma nessuno ha potuto aiutarci, a parte il nostro vescovo Silvio Padoin».

Per la parrocchia sono stati giorni difficili. Saltano matrimoni programmati da tempo. La gente voleva scendere in strada a protestare, ma don Giorgio li ha frenati. A lui stesso era stato offerto un trasferimento, ma ha preferito restare con i parrocchiani. «Il loro disagio è anche il mio», confida, «credo davvero che il buon pastore non deve mai abbandonare le sue pecore». Così don Giorgio prova a scrivere alla Sepsa., la società che gestisce la Ferrovia cumana, e chiede se per caso la parrocchia può occupare la vecchia stazione ferroviaria chiusa da tempo (anche quella nuova, a dire il vero, non ha mai aperto). Passa qualche giorno e finalmente arriva un fax con il via libera.

Il parroco si improvvisa capostazione. La sala d’aspetto viene arredata con le panche della chiesa, un altare, un crocefisso e la riproduzione di un’icona. Accanto corre il binario invaso dalle erbacce e il grande orologio è fermo da tempo sulle 8.46. Una stanzetta diventa l’ufficio parrocchiale. «In estate ci hanno tormentato le zanzare», racconta don Giorgio, «e ora per ripararci dal freddo abbiamo una stufetta elettrica sotto l’altare». Il tetto della sala d’aspetto non è messo molto meglio di quello della chiesa. Quando fuori piove, gocciola dentro. «Sperimentiamo la precarietà«, allarga le braccia don Giorgio, «forse anche il binario qui fuori ci rammenta che noi cristiani siamo tutti pellegrini in cammino». Le lezioni di catechismo sono ospitate dai locali della scuola elementare, il sabato pomeriggio. Per il restauro della chiesa ancora non sono arrivati i soldi dal Provveditorato alle opere pubbliche. Davanti alla biglietteria i bambini hanno appeso un biglietto sul quale è disegnato Gesù Bambino, che dice: «Anche quest’anno non so dove nascere». La Messa natalizia di mezzanotte sarà alle 22,30.

 Roberto Zichittella
   
   
LA VEDOVA ADOTTATA DALLA BRIGATA

L’angoscia se la ricorda, eccome. Il suo bene se ne era andato per sempre, schiacciato da quella granata impazzita, che non doveva esplodere lì quel giorno. Si chiamava Antonio Luciano, era caporale maggiore scelto della Brigata Pinerolo di Bari. Aveva 28 anni.

È accaduto al poligono di tiro di Capo Teulada, in Sardegna. Patrizia era a casa a Castrì di Lecce. Il suo bene doveva tornare due giorni dopo. Invece gli uomini in divisa hanno bussato alla porta. E sul volto di Patrizia s’è disegnata la smorfia di un dolore che veniva su dall’anima. Anche il bambino sussultò. Patrizia era incinta. Quel bambino non ha fatto in tempo a vedere il suo papà. Si chiama Antonio. Anche la mamma ha trovato serenità, ora che sono passati alcuni mesi e la consapevolezza ha preso lo spazio dello sconforto. Dice Patrizia: «Mi hanno preso come una figlia dentro una famiglia più grande».

Questa è una storia di ordinaria solidarietà, tessuta da gente che non ci pensa due volte. Gente con la divisa e le stellette che è riuscita a far ripartire la vita. Il generale Michele Torres e la Brigata Pinerolo hanno stretto Patrizia e Antonio in un abbraccio lungo un anno, e ora che è Natale quel legame diventa il regalo più bello.

Comincia con le lacrime di un tenente, Mara Sampietro, psicologa delle cose difficili: «Io piangevo. Lei no. È stata per tutti una grande lezione. La vita va avanti». Il tenente Sampietro fa un lavoro straordinario accanto ai familiari dei morti in servizio. Non ci sono solo i caduti di Nassiriya, ma tanti altri drammi. Eppure l’accompagnamento non nasce da geniali intuizioni.

Spiega il generale Torres: «Ho due figli. Faccio come se ne avessi adottata un’altra con un bambino». Il giorno del battesimo del piccolo Antonio lui era lì accanto, in silenzio. E poi gli altri ufficiali e il cappellano, padre Giancarlo Locatelli. Al bene di Patrizia, al caporal maggiore scelto Antonio, hanno dedicato una piazzetta nella caserma e tra poco in Sardegna andranno a piantare un pino e un ulivo nel luogo dove la granata impazzita lo ha ucciso. Non vuole, il generale, che si indulga sulla eccezionalità dell’atto: «In una famiglia è normale, in una comunità lo dovrebbe essere». Questi soldati hanno cercato di riempire un baratro di dolore e di avvicinare gli orli della vita, sfilacciati da un bene che se ne è andato per sempre.

Adesso Patrizia dice: «Natale sarà più facile». Antonio saluta con la manina, mentre sui volti del capitano Leo Conversano e del maresciallo Gilberto Tommasi un sorriso racconta come si fa a prendersi cura di un futuro ed essere felici.

Alberto Bobbio


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