Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 




Per tutti gli amici di Oscar

Don Giorgio, parroco
e anche capostazione

La casa del sequestrato
apre ai ragazzi difficili

Giuseppe, a Milano
con le sue pecore

 
Attualità.
di Franca Zambonini


STORIE DI NATALE
LE DUE VINCITRICI DEL PREMIO "DONNA DELL'ANNO 2004"


MALALAI E TAMARA,
UNITE DALLA SPERANZA


La giovane afghana in lotta per la liberazione delle donne, la madre uzbeka che si batte contro la pena di morte.

Malalai Joya ha 25 anni, vive nella provincia di Farah, Afghanistan. Eletta alla Loya Jirga, la Grande Assemblea, ha denunciato i crimini dei "signori della guerra" che opprimono il Paese. Da allora riceve minacce di morte, è scampata a due attentati, sta sotto protezione dell’Onu.

Tamara Chicunova ha 54 anni, vive a Tashkent, capitale dell’Uzbekistan. Dopo la fucilazione dell’unico figlio Dmitrij, condannato per omicidio senza processo, ha fondato l’associazione "Madri contro la pena di morte e la tortura".

Malalai e Tamara si sono incontrate il 3 dicembre scorso a Saint Vincent. Hanno ricevuto il premio Donna dell’anno 2004, promosso dal Consiglio regionale della Valle d’Aosta come riconoscimento alle donne che, in tutto il mondo, si impegnano per la giustizia e la solidarietà. In questa sesta edizione, le candidate erano 36.

Malalai è stata segnalata dal Coordinamento italiano di sostegno donne afghane, Tamara dalla Comunità di Sant’ Egidio.

Malalai Joya è nata sotto l’occupazione sovietica dell’Afghanistan, 1979. Aveva 13 anni quando i mujaheddin cacciarono i sovietici, 17 quando arrivarono i talebani con il loro cieco fondamentalismo. Si ritrovò sotto il burka, la prigione di stoffa con la grata: «Alle ragazze la scuola era proibita, mio padre mi mandò a studiare in Pakistan. È un uomo illuminato, mi ha sempre dato forza, e soprattutto adesso».

Una denuncia inaudita

Al suo ritorno, i talebani non c’erano più, li aveva cacciati la coalizione guidata dagli Stati Uniti dopo l’attacco terroristico alle torri di New York.

«Mi sono messa al lavoro come assistente sociale nelle scuole e negli ospedali, finalmente aperti anche alle donne. A Kabul le forze internazionali assicurano un certo ordine, ma nel resto del Paese molte scuole femminili vengono incendiate, le maestre aggredite». Si guadagna rispetto e fiducia, viene eletta alla Loya Jirga con un gran numero di voti. Ma per mesi non le permettono di parlare nell’Assemblea.

La svolta arriva il 2 dicembre 2003, quando le concedono il microfono. A voce sempre più alta, tremando di concitazione, Malalai lancia una denuncia inaudita.

«Dissi che non ci sarà rinascita finché i signori della guerra, i khan e gli sha che controllano il Paese con la paura, i Jehadi che sfiguravano le donne con l’acido, sono presenti nella nostra Assemblea. Dopo neanche due minuti, mi hanno chiuso il microfono, sono stata coperta di insulti e buttata fuori. Segno che avevo colpito giusto. Al mio ritorno a Farah, la gente mi ha accolta alla stazione con i fiori, le donne mi regalavano i loro anellini».

«Non so dove l’hanno sepolto»

L’intrepida Malalai Joya, giovane e donna contro un potere maschile vecchio e ottuso, non si piega alle intimidazioni. Hanno parlato di lei il New York Times e la Bbc, e questa visibilità internazionale la protegge.

A Farah l’aspettano le sei sorelle, i tre fratelli, il fidanzato Saraj, studente: «Siamo una generazione nuova, che vuole cambiare una storia di dolori».

Per Tamara Chicunova, ingegnere, moglie separata di un ufficiale russo, il giorno che cambia la vita fu il 10 luglio 2000: «Mio figlio Dmitrij era detenuto nel carcere di Tashkent con un’accusa di omicidio mai provata, un pretesto per fargli pagare la sua opposizione al Governo. Per estorcergli una confessione lo torturavano, e doveva pure dire grazie sennò raddoppiavano la dose. Non lo vedevo da sette mesi, quando mi arriva il permesso di un colloquio per il 10 luglio. Aspetto nel parlatorio, finché un carceriere mi dice che era stato fucilato alle 10 di quella mattina. Non hanno pensato di fermare la macchina della morte neanche per un minuto, il tempo di salutare sua madre...».

Perfino nell’orrore di un’esecuzione capitale può esserci un di più di atrocità: «Non mi hanno mai restituito il corpo, non so dove sia sepolto. Questa è la legalità dell’Uzbekistan». Tamara, di fede ortodossa, cita l’Apocalisse: «"La verità sta nel cuore, ma bussa piano". Io combatto perché bussi più forte».

Dmitrij aveva 29 anni, lavorava nel commercio, vivevano da benestanti in un bel palazzo. Tamara ha venduto tutto per fondare l’associazione "Madri contro la pena di morte e la tortura". «Lavorano con me molte madri che hanno vissuto la stessa tragedia. Abbiamo ingaggiato bravi avvocati, finora siamo riuscite a salvare le vite di 19 condannati. Raccogliamo firme per la moratoria delle esecuzioni, lanciamo appelli per una mobilitazione internazionale».

Mentre parliamo, una telefonata della Comunità di Sant’Egidio avverte che ieri, 2 dicembre, il presidente uzbeko Islam Karimov ha dichiarato che intende abolire la pena di morte. Tamara piange di gioia, Malalai corre ad abbracciarla. Sorelle di lotta e di speranza.

 Franca Zambonini

torna all'indice