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Malalai e Tamara,
unite dalla speranza

Don Giorgio, parroco
e anche capostazione

La casa del sequestrato
apre ai ragazzi difficili

Giuseppe, a Milano
con le sue pecore

 

 
Attualità.
di Renato Kizito Sesana
Missionario comboniano in Kenya


STORIE DI NATALE
IL NATALE DI UN RELIGIOSO IMPEGNATO SUL FRONTE 
DELLA  CARITÀ EVANGELICA


PER TUTTI GLI AMICI DI OSCAR

Vivo alla periferia di Nairobi, in un centro che aiuta i ragazzi abbandonati. I miei vicini di casa sono i poveri: profughi del Ruanda, malati di Aids, bambini di strada. Il piccolo Oscar mi dice che dobbiamo fare qualcosa per loro. Non abbiamo più fondi, ma ci proveremo. Insieme.

Nairobi

Vivo a Kivuli, un centro al servizio dei giovani e dei bambini di strada della periferia di Nairobi. Stamattina guardo dalla finestra e vedo che la pioggia, caduta tutta la notte, com’è normale in dicembre, sta per finire. Mi decido ad andare a comperare pane e latte per la colazione di due ospiti arrivati ieri sera. La strada è un torrente. Nonostante non siano ancora le sette, Kabiria Road è già affollata. I poveri si alzano presto, in cerca di lavoro.

Irene ha forse trent’anni, non ha marito ma ha due figli. Protegge le abbondanti forme con un impermeabile di plastica e saltella per evitare le pozzanghere. Sorride felice e mi annuncia: «Padre, ho trovato lavoro in un supermercato per queste due settimane prima di Natale. Sto vicino alla cassa a mettere nei sacchetti di plastica la spesa dei clienti. Potrò fare un regalo ai miei bambini».

Anche Chandaria è contento. Lo noto già quando è ancora molto lontano perché volteggia sulle stampelle con la disinvoltura di un trapezista. Chandaria è un Nuba del Sudan di poco più di vent’anni. Da piccolo è stato colpito da poliomielite. Quattro anni fa, trascinandosi con le mani per i sentieri rocciosi, ha cominciato a frequentare la scuola che Koinonia, la mia comunità, ha aperto nel suo villaggio. Appena possibile l’ho portato a Nairobi e fatto operare da un dottore italiano che è riuscito a farlo camminare con le stampelle. «Ma dove vai, Chandaria, a quest’ora e con questo tempo?». «Beh, non vado da nessuna parte, sto solo facendo pratica per come usare le stampelle su una strada fangosa». È felice, perché riesce finalmente a camminare eretto, e da solo.

I presepi di Pierre, il ruandese

Schivo un’enorme pozzanghera, e incontro Pierre, ruandese. È fuggito dal suo Paese dieci anni fa, durante il genocidio. Non ha documenti, tanto meno un permesso di lavoro, ma la sua arte di scultore del legno gli permette di vivere decorosamente. Nelle ultime settimane ha preparato e venduto moltissimi presepi. Mi dice che sta andando alla stazione dell’autobus, a ricevere un nipote che «dovrebbe arrivare oggi dal Ruanda». Un altro? «Certo, come potrei non aiutare i miei familiari!».

Arrivo finalmente alla baracca di Joan, che serve da casa e da negozio. Tutte le merci esposte avranno un valore complessivo di 30 euro. Ma c’è anche quello che cerco, pane e latte. Joan non c’è, c’è il marito Tony, che mi saluta affabile come sempre, ma ha l’aria stanca. Sono entrambi poco più che ventenni. Solo alla mia domanda se c’è qualcosa che non va, Tony bisbiglia: «Joan è all’ospedale. Il nostro secondo figlio è morto tre giorni dopo il parto. Ci hanno chiesto di fare l’esame del sangue e hanno trovato che siamo entrambi sieropositivi. Padre, prega per noi».

Sulla via del ritorno incrocio dei bambini di strada arrivati da poco nel nostro quartiere. Sono una decina, dagli otto ai 12 anni, vestiti di stracci, e molti hanno in mano la bottiglietta di colla da sniffare. Dove avranno dormito stanotte con quella pioggia battente? Avranno mangiato qualcosa? Non mi chiedono niente, sorridono, mi salutano per nome, alcuni mi danno la mano, e continuano la loro strada, come se avessero un importante impegno.

foto AP.
(foto AP).

Una Chiesa che esca di casa

È un giorno come gli altri per la gente di Kabiria Road. La vita quotidiana di migliaia di persone come me, con lo stesso diritto che ho io alla salute, alla dignità, alla vita. A Kivuli i bambini sono già tutti alzati. Stanno facendo le pulizie. Oggi si faranno le prove dei canti natalizi e si comincerà ad allestire il presepio, con le grandi statue di legno scolpite da Pierre.

Oscar, ospite di Kivuli da sette anni – metà della sua vita – viene verso di me, e io chiedo: «Signore, come annunciare il tuo Natale a questi miei vicini di casa?». Poco più di un mese fa il Papa ha detto che vorrebbe convocare un secondo Sinodo africano. Il primo, 10 anni fa, dobbiamo avere l’onestà di ammetterlo, non ha cambiato molto il volto della Chiesa africana. Abbiamo sempre più urgente bisogno di una Chiesa che esca di casa, che cammini per il quartiere, che si confronti con la povertà, le guerre, i rifugiati, l’Aids. La gente di Kabiria Road ha bisogno di incontrare un Gesù capace di parlare del mistero di Dio, della sua paternità e della sua misericordia, della fame e sete di giustizia. Io non ne sono capace.

Oscar mi guarda come solo i bambini sanno fare, con negli occhi tutta la fiducia del mondo: «Padre, per Natale perché non prendiamo con noi quei bambini che sono appena passati».

Posso dirgli che non ci sono più fondi? O gli racconto le teorie sulla globalizzazione e sul progressivo impoverimento di quelli che sono già poveri?

Il gioco delle carezze e delle armi

Oppure istituiamo a Kivuli un corso sulla dottrina sociale della Chiesa? Un seminario sul rapporto fra debito estero e corruzione? Tutte cose belle, ma che non rispondono alla domanda di Oscar. Forse è meglio restare in silenzio, e leggere a Oscar il racconto del Natale e di Erode, lasciare che sia la sapienza del Vangelo a fargli capire il gioco della vita e della morte, dell’impegno e della vigliaccheria, delle carezze e delle armi, dell’amore e dell’odio.

Ma non può essere un silenzio vuoto. Dopo, insieme a Oscar, devo assolutamente ritrovare quei bambini e portarli qui.

 Renato Kizito Sesana

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