Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


 
L'editoriale.
di Beppe Del Colle


DOPO LE SENTENZE AI PROCEDIMENTI CONTRO BERLUSCONI
E DELL’UTRI


MA DENTRO I TRIBUNALI
NON SI FA POLITICA


L’opposizione sembra non approfittare degli esiti dei processi di Milano e Palermo, e fa bene. Ma se Berlusconi avesse testimoniato al processo contro il senatore saremmo più vicini alla verità.

Ciò che più ha colpito non soltanto noi, ma forse anche buona parte dell’opinione pubblica, riguardo alle sentenze che hanno chiuso i processi di Milano e di Palermo contro Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, è stato il visibilissimo imbarazzo dei commenti giornalistici.

Quelli dei politici erano scontati, almeno per una parte, e cioè per la Casa delle libertà: sollievo per le tre assoluzioni con formula piena o per assenza, insufficienza o contraddittorietà delle prove, e una per prescrizione del reato (corruzione semplice di un giudice) per il presidente del Consiglio; indignazione per la dura condanna (9 anni di reclusione, 2 anni di libertà vigilata, interdizione perpetua dai pubblici uffici) inflitta al senatore di Forza Italia, riconosciuto colpevole di concorso esterno in associazione mafiosa.

I politici dell’opposizione hanno cercato di frenarsi, soprattutto nei confronti di Dell’Utri, la cui condanna in primo grado può essere rovesciata (è già capitato altre volte nei processi di mafia a Palermo), ma principalmente, pensiamo, per non dar l’impressione di voler stravincere un conflitto che non si svolge in Parlamento ma nei tribunali, e dunque non deve vederli in nessun modo protagonisti; e di continuare a considerare le vicende giudiziarie di Berlusconi e del suo entourage (nel quale non va dimenticato l’avvocato Previti, condannato per il medesimo reato per il quale sono state riconosciute al premier le attenuanti generiche e quindi la prescrizione) come preziosi argomenti di polemica in vista delle prossime elezioni. Vedremo se questa benevola impressione è esatta o se è destinata a svanire ben presto.

Ma i commentatori giornalistici – o almeno quelli dei quotidiani indipendenti – non potevano e non dovevano fare calcoli di questo genere. Essi si sono trovati di fronte questa realtà: all’improvviso, dopo anni di convulse, talvolta minuziose ma aspramente contrastate "ricostruzioni" dei fatti, il più importante uomo politico italiano di questi anni si è trovato "macchiato" da un esito processuale che non solo non lo scagiona completamente da un reato infamante (la corruzione di un giudice), ma continuerà a impegnarlo per tutto il tempo del processo d’appello e (immaginabilmente) in Cassazione, in una difesa che negli ultimi tre anni ha visto la realizzazione a suo vantaggio di cinque leggi ad personam più diverse (rogatorie, falso in bilancio, patteggiamento allargato, legittimo sospetto, immunità alle cariche istituzionali), fallite ricusazioni di giudici e richieste di spostamento di sede, e così via.

Ma non basta. Accanto a lui, suoi amici di lunghissima data, due condannati eccellenti, sia pure formalmente innocenti fino al terzo grado di giudizio.

Situazione imbarazzante per chi, non avendo interessi personali o editoriali da difendere, né interessi di partito da favorire, deve tuttavia ogni giorno occuparsi dell’operato di un uomo che governa (legittimamente) il Paese e lo rappresenta di fronte al mondo, e porta su di sé quella "macchia". I giudici ci hanno detto finora che la sua innocenza non è comprovata del tutto; le storie che i pm hanno portato in aula e che lo legano da un lato all’avvocato Previti, dall’altro al senatore Dell’Utri, sono tali da poter suggerire l’ipotesi che in realtà egli non sia stato il mandante di alcunché di delittuoso, ma di vittima suo malgrado, e magari ricattabile, di intrighi malavitosi e corruttori altrui. Berlusconi si è avvalso della facoltà di non rispondere come testimone al processo Dell’Utri. Se lo avesse fatto, forse oggi il Paese sarebbe più vicino alla verità.

 Beppe Del Colle

torna all'indice