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Colloqui col padre
D.A.


LA STORIA DI MATILDE, A 40 ANNI SU UNA SEDIA A ROTELLE
E ABBANDONATA DAL MARITO

AVEVO TANTI SOGNI NEL CASSETTO

«Mio marito, egoista e arrogante, ha colto la palla al balzo per lasciarmi. Mi sono ritrovata sola, con pochi soldi e tre figli da crescere. Non c’è nessuno, al mio fianco, ad aiutarmi».

Caro padre, le scrivo a proposito della lettera di Lorenza, "La vita su una sedia a rotelle", pubblicata sul n. 27/2004 di Famiglia Cristiana. Lorenza scrive che, dopo una malattia che l’ha costretta su una carrozzina, ha trovato la sua autonomia, grazie ai suoi cari. Che, con intelligenza e amore, le hanno costruito dei ponti per farla arrivare là dove da sola non sarebbe riuscita.

Tutto ciò è bello. Tanto bello che sembra quasi una favola. Anch’io mi sono ammalata a 40 anni e sono finita su una sedia a rotelle, ma è stato tutto diverso. Mio marito, dispotico, arrogante, egoista e menefreghista, ha colto la palla al balzo per abbandonarmi. Mi sono trovata, dieci anni fa, sola e con tre figli, due dei quali ancora minorenni, da crescere. Ora devo cercare di far quadrare un bilancio: difficilissimo per me, che ho solo quei quattro soldi di pensione che ricevo. Il mio calvario è lungo, fatto di solitudine, silenzi e lacrime. Avevo tanti sogni nel cassetto, ma non c’è stato mai nessuno al mio fianco ad aiutarmi a realizzarli.

Di Lorenza – mi creda, padre – ce ne sono davvero poche: per lo più, ci sono Matilde come me, con le loro sofferenze, silenzi e solitudine. Pensi che dal 1996 sono prigioniera nel mio alloggio nelle case popolari: l’Ente dice di non avere i soldi per un servoscala, che mi potrebbe rendere almeno un po’ autonoma e indipendente.

Bisogna smetterla con l’immagine del disabile felice perché sorretto dai familiari. Ci sono disabili soli, che non sanno come andare avanti: e questi sono la maggioranza. Se si dice che dietro l’handicap c’è dolore, forse la gente capirà e darà una mano. Non lo farà di certo se si dice che chi è handicappato, nella disgrazia, ha tutti dalla sua parte.

Matilde

I fatti possono essere letti sempre in modo vario. Ricordiamo tutti l’apologo del padre e del figlio che si recano in città con l’asino: il figlio fa salire il padre in groppa all’asino, e la gente critica, perché un padre attento lascerebbe il posto al figlio che non è ancora abituato alle fatiche della vita. Allora, sull’asino sale il figlio e la gente critica perché è inconcepibile che un giovane costringa quel povero vecchio ad andare a piedi. Poi, tutti e due salgono sull’asino e di nuovo si scatena la critica, perché bisogna essere insensati a caricare una piccola bestia del peso di due persone. Decidono di andare entrambi a piedi e lasciare l’asino senza pesi. Di nuovo vengono criticati, perché è da stolti avere un asino e non utilizzarlo per alleviare la fatica del cammino.

Alla fine, decidono di prendere l’asino sulle spalle e di incamminarsi così verso la città. Alla critica si aggiunge il riso e lo scherno: dove si è mai visto che delle persone portino sulle spalle il loro asino?

La gente, sempre e comunque, trova da criticare ogni decisione che si prenda. Qualunque essa sia.

Avevo pensato che la storia di Lorenza, costretta su una carrozzella, che trova sollievo nei suoi familiari, fosse un bell’esempio da riportare. Una notizia positiva ed esemplare, fra tante che costellano la cronaca di ogni giorno, e che presentano un mondo in cui prevalgono gli egoisti, i truffatori, i corrotti e i corruttori: tutti insensibili alle disgrazie altrui.

Lei, invece, ritiene che sia un racconto controproducente, nel senso che potrebbe chiudere ancor più il cuore delle persone alla solidarietà e all’attenzione verso i bisognosi, con la scusa che «tanto ci penseranno i suoi familiari». In un certo senso, può avere ragione, perché chi ha il cuore indurito troverà tanti motivi per non scomodarsi e andare incontro a chi ha bisogno di aiuto o assistenza.

Il Signore, però, è di parere contrario. Nel Vangelo ci insegna che le opere buone devono essere messe in vista, come la lampada sul moggio. Non per ostentazione e vanto, ma perché gli uomini le vedano e imparino a glorificare il Padre non solo con atti di devozione, ma anche col servizio ai propri fratelli.

Sono convinto che, diffondendo sempre più i gesti di carità, si renda un servizio a tutti coloro che si trovano in difficoltà. Se è vero che il mondo è pieno di egoisti, è altrettanto vero che c’è in tutti un fondo di bontà naturale, che spesso ha bisogno d’essere risvegliato da gesti di altruismo e generosità. L’esempio di Madre Teresa di Calcutta ha indotto molte persone a imitarla, e a dedicare la loro vita al servizio degli ultimi.

In tanti casi il silenzio diventa una coltre che ricopre tutte le brutture di questo mondo. E, col silenzio, si diventa quasi conniventi dei mali che affliggono tanta parte dell’umanità. La scusa più frequente per dispensarsi dall’impegno verso il prossimo è proprio questa: «Non lo sapevo». Che si accompagna poi all’altra frase: «Tanto, che ci posso fare io?».

Gli esempi di bontà servono a far capire che qualcosa si può sempre fare. Anche in questo caso, Gesù direbbe: «Il bene che vedete nel nascondimento, predicatelo dai tetti, perché gli uomini hanno bisogno di essere destati dal loro torpore dagli esempi di altruismo».

Giovanni Paolo II, in uno dei suoi ultimi viaggi, ricordava che «le parole si perdono nell’aria, ma gli esempi trascinano». È questo il senso delle tante beatificazioni con le quali il Papa ha arricchito la Chiesa: bisogna portare esempi di vita. E poiché si tende a parlare poco delle cose positive, è necessario che, almeno, i cristiani si edifichino a vicenda e si esortino a crescere nella bontà.

Mi auguro che le persone che stanno accanto a Matilde aprano un po’ di più i loro occhi e vedano le difficoltà in cui lei si sta dibattendo, dopo essere stata lasciata, in modo impietoso e vile, dal marito. Alla sofferenza dell’abbandono si è aggiunta la sofferenza della malattia. E anche la fatica di provvedere alla crescita dei figli. I cristiani e tutti gli uomini di buona volontà che vivono vicino a lei dovrebbero ricordare che «Dio ci ha affidati gli uni agli altri». E che, un giorno, saremo giudicati su questo: il Signore ci chiederà conto del fratello che viveva accanto a noi e che noi abbiamo trascurato.

 D.A.

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