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Arrivederci
di Franca Zambonini


COMPIE 250 ANNI. 
E RESTA IL PIÙ CARO


Nel dicembre del 1754, sant’Alfonso Maria de’ Liguori improvvisò in una chiesa di Nola Tu scendi dalle stelle. Facile da ricordare, adatto alle «ugole dei fanciulli, delle donne, dei popolani». E un poemetto del santo napoletano: Quanno nascette Ninno a Bettalemme...

Tu scendi dalle stelle, o Re del Cielo, / e vieni in una grotta, al freddo, al gelo. / Oh Bambino mio divino, / io ti vedo qui a tremar. / O Dio beato, /ah quanto ti costò l’avermi amato!

È il più dolce tra i canti natalizi, il più affettuoso. Voglio festeggiarlo perché quest’anno compie 250 anni. Lo scrisse, parole e musica, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, nel 1754. Era dicembre e lui era andato a Nola per predicare la novena di Natale. Nella chiesa ancora vuota, improvvisò i versi su un foglietto e subito li musicò all’organo. Quella melodia spontanea, che piaceva anche a Giuseppe Verdi, noi continuiamo a cantarla come una preghiera.

Sant’Alfonso era nato nel 1696 a Marinella, Napoli, da nobile famiglia. Si laureò in legge giovanissimo e altrettanto in fretta divenne famoso avvocato e poi giudice. Ma trovava anche il tempo di fare volontariato, come si direbbe oggi, all’Ospedale degli Incurabili. Lì, curando piaghe e confortando i malati, scoprì il volto di Gesù.

Aveva 26 anni, lasciò il suo mondo brillante ed entrò in seminario, tre anni dopo venne ordinato sacerdote. Morirà a 91 anni, nel 1787. È stato il fondatore dei Redentoristi, autore di opere ascetiche e dogmatiche, confessore, musicista, compositore. Un uomo coltissimo.

Però noi lo ricordiamo ogni anno per quel suo canto candido, senza il quale Natale non ci sembrerebbe Natale. Gli era sgorgato dal desiderio di «predicare il Vangelo ad ogni creatura». Nei rioni umili e chiassosi della sua Napoli, Mercato, Pendino, Lavinaio, invitava i popolani, le donne di casa, i ragazzi della strada a ritrovarsi la sera nelle cappelle di quartiere.

E alla buona, con parole facili, spiegava le verità della fede, per loro inventava le canzoncine: «Frasi ritmate in metri e rime perché più facilmente venissero ricordate e scorressero nelle ugole dei fanciulli, delle donne, dei popolani che accorrevano alle Cappelle Serotine», come scrisse uno storico del tempo.

Devo queste notizie al lavoro del professor Lino Improta, uno studioso scomparso da poco che ricordo con rimpianto. Aveva raccolto le sue ricerche durate anni, «fatica dolce e impegnativa», come mi scrisse, nel libro Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e il Natale (pagg. 430, euro 35,00, Editrice Libraria Meridionale, corso Garibaldi 185, Portici, Napoli). In esso ho trovato anche un poemetto incantevole, uno dei tanti composti da sant’Alfonso in lingua napoletana. Ne propongo le prime strofe e poi la traduzione, che un po’ rovina la sonora musicalità partenopea, però è indispensabile per chi non vive a Napoli:

Quanno nascette Ninno a Bettalemme / era nott’, e pareva miezo juorno. / Maje le stelle lustre e belle / se vedettero accossì: / e a cchiù lucente / jett’a chiammà li Magge all’Uriente. / De pressa se scetajeno l’aucielle / cantanno de na forma tutta nova, / pensì agrille co li strille, / e zombanno a ccà e a llà: / è nato, è nato, decevano, / lo Dio che nc’criato. / Co tutto ch’era vierno, Ninno bello, / nascettero a migliara rose e sciure... 

«Quando nacque il Bimbo a Betlemme / era notte, e sembrava mezzogiorno. / Mai le stelle splendenti e belle / si videro così: / e la più luminosa /andò a chiamare i Magi in Oriente. / Di fretta si svegliarono gli uccelli / cantando in una forma tutta nuova, / persino i grilli con gli stridi, / e saltando qua e là: / è nato, è nato, dicevano, / il Dio che ci ha creato. / Sebbene fosse inverno, bel Bambino, / sbocciarono a migliaia rose e fiori...».

Buon Natale, cari lettori!

 Franca Zambonini

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