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Spettacoli.
di Maurizio Turrioni


CINEMA
INTERVISTA CON WILL SMITH, PROTAGONISTA DI "IO, ROBOT"


UMANISSIMO AUTOMA

Tratto dai racconti di Isaac Asimov, il film di Alex Proyas è un "thriller con l’anima": straordinari effetti speciali, ma anche inquietanti domande sul futuro dell’umanità.

Per uno come lui, che prima ha salvato il pianeta abbattendo le astronavi degli alieni e poi ha preso a pugni gli extraterrestri che infrangevano le regole della civile convivenza, dare la caccia a un automa difettoso dovrebbe essere un gioco da ragazzi. Invece, lo spericolato Will Smith di Independence Day e di Men in Black stavolta se la vedrà proprio brutta.

Perché nel 2035, anno in cui si svolge la storia, gli automi hanno raggiunto un tale grado di evoluzione da risultare pressoché umani, non solo per intelligenza ma anche per sensibilità (cuore di ogni thriller futuristico che si rispetti, a cominciare da due pietre miliari come 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick e Blade Runner di Ridley Scott). E poi perché dietro l’intreccio di Io, robot c’è la mente più lucida e immaginifica della letteratura di fantascienza: quell’Isaac Asimov che ha scritto le pagine più belle e avventurose del futuro umano, facendo perno sulle famose tre leggi della Robotica.

Primo: un robot non può far male a un essere umano né permettere, non intervenendo, che qualcosa o qualcuno faccia del male a un essere umano. Secondo: un robot deve sempre obbedire agli ordini di un essere umano, a meno che essi non vengano a conflitto con la Prima Legge. Terzo: un robot deve sempre salvaguardare la propria esistenza, a meno che così facendo non debba in frangere la Prima o la Seconda Legge. Vi pare poco? Chi ama la fantascienza sa che attorno a questi sillogismi Asimov ha costruito racconti straordinari, a cominciare proprio da Io, robot che trova finalmente degna trasposizione sullo schermo grazie al regista Alex Proyas (australiano, nato in Egitto, segnalatosi con Il corvo e Dark City) e a uno stuolo di maghi degli effetti speciali della Weta, che hanno riversato nel kolossal della Fox il sapere accumulato nelle pellicole spettacolari di maggior successo degli ultimi anni (da Titanic e Il gladiatore al ciclo del Signore degli anelli).

Il risultato è un thriller che non dà tregua, dalle sequenze mozzafiato, in cui un uomo (lo scettico detective Del Spooner, alias Will Smith) deve scoprire se il responsabile dell’omicidio di un brillante scienziato (Alfred Lanning, interpretato da James Cromwell) possa essere proprio un androide (Sonny, prototipo di un’avanzatissima generazione di robot), inspiegabilmente sfuggito alle tre Leggi della robotica. La risposta, ovviamente, non potrà che andare oltre il razionale per sconfinare nella coscienza.

«Ciò che mi ha attirato del copione di Io, robot», spiega Will Smith, 36 anni, popolare attore ma anche noto cantante rap, specie negli Usa, «è il concetto che il vero problema non sono i robot, né la tecnologia, bensì i limiti della logica umana. In altre parole, il fatto che siamo noi i peggiori nemici di noi stessi».

  • Va bene filosofeggiare, ma è innegabile che gli effetti speciali siano la vera grande attrattiva della pellicola...

«Giusto. L’altra cosa interessante, però, è che ormai nei film d’azione le storie tendono a essere più profonde. Non bastano più esplosioni e inseguimenti, è come se il pubblico volesse trame più articolate. In questo, credo proprio che Io, robot sia all’avanguardia».

  • Nel film, com’è la Chicago del 2035?

«Penso che il modo migliore per descriverla, dando alla gente il senso dell’epoca, sia d’immaginare la fusione tra la General Motors, cioè una società davvero enorme, con la Microsoft. Ecco, ciò che ne viene fuori è una società tipo la U.S. Robotics che noi abbiamo creato nel film. A quel punto, un personaggio alla Bill Gates rivoluziona la tecnologia introducendo sul mercato la prima linea di robot personali. Niente più fax, cellulari, cercapersone: tutta la tecnologia che serve transita attraverso il robot personale. Se io, ad esempio, volessi contattarla, mi rivolgerei al mio robot dicendogli: "Cercami quel tizio con cui ho fatto l’intervista". Il mio robot si metterebbe in contatto con il suo e zac!».

In pratica, la vita di ogni essere umano "mediata", in ogni atto quotidiano, dagli automi. Perfetto! Purché non ci siano margini d’errore. Ovvio che, quando uno degli scienziati a capo del team che ha realizzato l’avveniristico NS-5 viene trovato ucciso, al detective Spooner fischino le orecchie. Tutti vorrebbero che archivi frettolosamente il caso. Tranne il robot Sonny, a cui non va affatto di essere smontato e "annullato".

  • Quella che fa il detective Spooner è un’indagine alla ricerca dell’anima?

«Beh, non so se si possa arrivare a questo livello di raffinatezza filosofica. Certo, la sequenza finale è piena di allusioni anche religiose... Di certo, il mio personaggio è deciso a trovare l’umanità, con tutti i suoi slanci e i suoi limiti, anche in un mondo essenzialmente basato sull’hardware. La pellicola pone un sacco di domande sul concetto d’intelligenza artificiale e su quando questa non possa più essere considerata tale. Quando è che uno schema percettivo diventa l’amaro bozzolo dell’anima?».

  • Lei alterna film impegnati, come Alì (biografia del grande Cassius Clay) a commedie, quali Men in Black, e avventure tipo Io, robot. È una regola?

«M’impongo di variare. La sola cosa a cui resto fedele è la musica. Penso sempre in termini musicali e quasi tutti i miei amici sono di quel mondo. 
In fondo, sono un rapper che recita. La musica mi libera e mi aiuta a entrare nei ruoli».


 Maurizio Turrioni

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