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Spettacoli.
di Luisa Sandrone


TELEVISIONE
INTERVISTA CON L’ATTORE OMERO ANTONUTTI


AI TEMPI DI OMERO

Dai film con i Taviani a La Omicidi su Raiuno: una carriera con tanti successi e tanti "no" a copioni non adatti. «Anche il nostro mestiere oggi è schiavo del mercato».

Un pesce fuor d’acqua. «Mi sento così, oggi, di fronte al ritmo impazzito e frenetico di un mestiere, quello dell’attore, che al contrario si è sempre nutrito di riflessione, preparazione, dialogo. Oggi non più, è come masticare un’orribile gomma americana che dura il tempo del sapore, e poi la sputi; arrivi sul set e, incalzato pure lì dal dio dollaro (o euro, se si gioca "in casa"), senza provare, senza confrontarti con gli altri interpreti di cui spesso ignori persino la voce, dici a memoria le tue battute, da pappagallo. Per me che vengo da altri tempi e da ben diverse esperienze professionali, un motivo di profondo rammarico e il dubbio, sempre più martellante, che sia venuta l’ora di andare in pensione: non amo questo andazzo e, a giudicare dalla rarefazione dei copioni che arrivano sul mio tavolo, neanche lui ama me».

Ha voglia di sfogarsi Omero Antonutti, attore d’immenso talento – al cinema lo hanno diretto Rossellini e Comencini, Anghelopulos e i fratelli Taviani, di cui è stato l’interprete prediletto, Bellocchio e Olmi, Placido e Ferrara... –, che abbiamo appena ammirato nell’ottima serie di Raiuno La Omicidi, nel ruolo del vicequestore Malatesta. Scelta, o meglio, come puntualizza lui, «tentazione accettata per la qualità del regista, Riccardo Milani, e per la bravura e l’umanità di Massimo Ghini. E poi mi piaceva dare a questo maturo capo di una squadra di giovani l’impronta amorevole di un padre che cerca di indirizzare i suoi figli e mette a loro disposizione la propria esperienza di lavoro e di vita. Trattandoli non da poliziotti-eroi, ma da uomini e donne con i problemi, le angosce, le speranze e i sentimenti che albergano nel cuore di tutti. Una chiave interpretativa suggeritami dal contatto, sul set, con i veri agenti ai quali ci siamo ispirati e che, a differenza di noi attori, la vita la rischiano davvero ogni giorno».

  • Fare il padre sullo schermo le è sempre riuscito bene, ma... non è stufo?

«Ai tanti che me lo chiedono – a ragione, poiché mi hanno ormai incasellato nella parte di genitore (un giorno farò il Padreterno e chiuderò in bellezza!) – rispondo che nel mondo ci sono milioni di padri e tutti diversi. Quindi no, non mi dispiace cercare e trovare ogni volta sfaccettature inedite. Messaggio: sono pronto a qualsiasi ruolo, purché nel segno della qualità. Un criterio che mi ha fatto dire parecchi "no" e ha danneggiato la mia carriera, ma di cui – voltandomi indietro – non mi pento affatto».

  • Lo faccia con noi questo tuffo nella sua memoria: con quali "tesori" pensa di riemergere?

«Il primo ha il volto di Alberto Lionello, indimenticato maestro ai tempi dello Stabile di Genova, la mia casa teatrale, la mia prima, vera scuola. Fra i lavori che mi videro al suo fianco, pronto a rubargli ogni sprazzo di talento, ricordo in particolare Il diavolo e il buon Dio, straordinario spettacolo che fece scandalo (per la prima volta si diceva in scena: "Dio non esiste") e indusse molti sacerdoti, dal pulpito, a vietare ai fedeli di andarlo a vedere. Ma quanti fermenti, allora, quanta voglia di sperimentare e creare guardando avanti, mentre oggi si pensa solo ad apparire e a fare ascolti in funzione della pubblicità. Numeri, ancora numeri, ovvero soldi, sempre soldi: ma siamo proprio sicuri che la vita sia soltanto "mercato"?».

  • Dopo il teatro, il cinema e la Tv: chi e che cosa riporta a galla, Antonutti?

«Sicuramente la lunga e felice collaborazione con i fratelli Taviani, che mi vollero per Padre padrone, dopo avermi visto in palcoscenico nel ruolo di Cassio: lo spettacolo non era granché, ma la mia grinta li conquistò. Curiosamente, dopo quel bellissimo e stralodato film non lavorai per due anni; nell’ambiente del cinema, dov’ero un perfetto sconosciuto, mi avevano preso per un vero pastore sardo! Giudizio lusinghiero per l’attore, ma pericoloso ai fini della sopravvivenza... Finché mi chiamò il grande Theo Anghelopulos, regista dalla lentezza leggendaria: 10 mesi per decidere se ero adatto per fare il bandito in Alessandro il Grande, prove su prove ogni volta che uno di noi attori doveva sollevare il sopracciglio. Un’esperienza massacrante, le giuro, ma anche esaltante. Quanto alla Tv, quella non plastificata che ho avuto la fortuna di frequentare, ricordo con nostalgia (rieccoci con la tiritera "ai miei tempi", è più forte di me) lo sceneggiato di Renato Castellani, Verdi, costato al regista otto anni di studio e documentazione. A proposito di frenesie da Auditel...».

  • Si dice pronto a lasciare, ma parla del suo mestiere con foga da innamorato. Quando scoccò la scintilla?

«Del tutto casualmente, a Trieste, dove vivevo (ma sono nato a Blessano, vicino a Udine) e lavoravo come dirigente – a soli 22 anni – di una sezione del locale cantiere navale. Come molti conterranei parlavo "male" e quella pronuncia difettosa mi creava problemi a ogni riunione: di fronte agli ingegneri dal linguaggio forbito, diventavo rosso e balbettavo orrendamente. Così, quando lessi sul giornale l’annuncio di un corso di dizione, non esitai; ma ben presto scoprii altre discipline, come la scherma e la recitazione, e mi ritrovai a frequentare, quasi per gioco, il triennio d’accademia del Teatro Stabile. Fu Luigi Squarzina, in trasferta a Trieste, a notarmi e a propormi di seguirlo a Genova, per fare l’attore sul serio. Scelta difficile (lasciavo un lavoro sicuro per un futuro incertissimo) ma, curioso com’ero della vita, accettai. Rida pure, ma sa che cosa accadde? Dopo essermi faticosamente tolto tutti i difetti di dizione, feci per un bel po’ solo ruoli in dialetto!».

 Luisa Sandrone

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