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Attualità.
di Rosanna Biffi


INCHIESTA
TRA IL VELO E IL DIALOGO: LE ISLAMICHE DEL NOSTRO PAESE


MUSULMANE D’ITALIA

Difendono l’islam e il mondo arabo, ma rifiutano con forza il terrorismo, si sentono integrate e accettate. Ma, dicono, «l’11 settembre ci ha messo un po’ in difficoltà».

«In Italia, il dibattito sul velo si preannuncia già movimentato quanto in Francia», commenta un settimanale francese nel dare notizia di Sabrina Varroni, l’italiana convertita all’Islam multata a Drezzo (Como), per il velo nero sul viso che non solleva neppure se un vigile chiede il riconoscimento. Sì, manifestazioni, pronunciamenti, dibattiti su "burqa sì, burqa no" ci sono, ma per ora appaiono ben più smorzati e circoscritti che in Francia.

Ci ha pensato anche Asmae Dachan, portavoce dell’Associazione donne musulmane in Italia, a dire parole di sensata mediazione: «Forse il momento non è quello giusto, ma le argomentazioni del sindaco leghista di Drezzo sono ineccepibili». E una risposta dal Quirinale a una petizione della Varroni ha assicurato che in Italia «la libertà religiosa è garantita». Fine di un caso, forse, non di un clima. L’11 settembre 2001 ha spezzato qualcosa anche nella convivenza tra italiani e immigrati islamici, benché negli ultimi mesi il dibattito si sia fatto più aperto. Certo, c’è disagio, tra le musulmane, nell’affrontare sguardi dalla diffidenza nuova, nel ricevere insulti da persone sconosciute.

Sono vicini al milione gli immigrati provenienti da Paesi islamici; in maggioranza dal Nordafrica, dal Subcontinente indiano e dall’Albania. A seconda della nazione di provenienza, la percentuale di donne tra loro è compresa tra il 20 e il 40 per cento. «Ma non possiamo definirle "donne musulmane" in senso lato», precisa Mara Tognetti, sociologa all’Università di Milano Bicocca, studiosa dell’immigrazione femminile. «Io preferisco parlare di "provenienza geoculturale": indica la cornice comune del territorio d’origine, ma provenire dalle montagne o dal mare o dalle città implica una visione del mondo diversa».

Diverso è il modo di vivere la pratica religiosa, diverso l’attaccamento alla tradizione («ma in un contesto nuovo non c’è più il controllo della famiglia patriarcale e le donne si possono comunque "concedere alcune libertà"», sottolinea la Tognetti), diversa la capacità di mediare tra la cultura d’origine e quella di approdo. Le variabili sono tante. Per esempio, se molte musulmane sono arrivate in Italia per ricongiungimento familiare, non poche «migrano per trovare forme di libertà, abbandonare le regole della tradizione e non essere più sottoposte al controllo dei maschi della famiglia», ricorda la sociologa, con un invito: «Non possiamo omogeneizzarle».

Donne musulmane con i figli a passeggio in una strada di Milano.
Donne musulmane con i figli a passeggio in una strada di Milano (foto AP).

Fatima viene dall’Algeria

Fatima abd el Hakem, per esempio, è nata in Algeria ed è partita con il marito 24 anni fa, neolaureata in Psicologia e neosposa. Dopo vent’anni italiani, hanno provato a ristabilirsi in Algeria, «però sia i nostri quattro figli sia noi due ormai ci sentivamo fuori posto». La sua fede musulmana è a prova di dubbio, «ma credo molto nel dialogo e faccio parte di un gruppo internazionale interreligioso», informa. È presidente dell’Associazione donne musulmane in Italia (Admi), che ha contribuito a fondare tre anni fa: «Prima eravamo un comitato dentro le moschee e l’Ucoii (Unione comunità e organizzazioni islamiche in Italia). Poi siamo aumentate di numero e abbiamo sentito il bisogno di costituirci in associazione, perché in questi anni gli uomini hanno parlato al nostro posto e invece potevamo benissimo parlare da noi». Ne fanno parte 300 donne, più alcune centinaia di simpatizzanti.

Nel 2004 la loro voce pubblica si è fatta più forte. Con un appello immediato per la liberazione di Stefio, Agliana, Cupertino e Quattrocchi (che, lo ricordiamo tutti, fu ucciso dopo pochissimo); con un convegno su "Islam e laicità"; con comunicati sull’uccisione di Enzo Baldoni e il rapimento delle due Simone; con la partecipazione alla marcia antiterrorismo dell’11 settembre 2004. «Abbiamo voluto far vedere che facciamo parte del tessuto di questa società. Anche alle donne che si rivolgono a noi spieghiamo che la nostra religione è aperta e non ci impedisce di conoscere gli altri. Se io sono ospite in questo Paese, devo rispettare le sue leggi e il mio prossimo», conclude Fatima.

Ghram, da 27 anni a Milano

È molto legata a Milano: «Per me è casa», spiega Ghram Mohamed, 49 anni, originaria del Cairo. Perché ci vive da 27 anni, quasi sempre nello stesso quartiere; perché vi ha trovato da subito disponibilità e fiducia: «Non c’era diffidenza, perché non c’era tutta questa negatività di oggi determinata dagli avvenimenti». I vicini di casa li considera «non solo amici, ma quasi parenti».

Non fosse stato per il figlio, Ghram sarebbe tornata in Egitto 17 anni fa, quando morì all’improvviso il marito, emigrato in Italia un anno prima di lei per migliorare la propria posizione economica. Aveva un ottimo lavoro come falegname, era apprezzato. Rimasta vedova, con un figlio di 10 anni che sapeva leggere e scrivere solo in italiano, Ghram Mohamed rimandò di anno in anno la partenza per il bene e gli studi del bambino. Frequentò corsi di italiano e si diede da fare per mantenere sé e il figlio. Ora è mediatrice culturale («un lavoro che mi piace, anche se faticoso e precario») e quest’anno conseguirà la maturità attraverso gli studi serali; il figlio ha 26 anni e sta per diventare medico. Dopo la maturità, riprenderà a frequentare la palestra di quartiere: «Nonostante il velo, non ho mai avuto problemi. Posso fare tranquillamente gli esercizi, come tutti. E quando si esce, si sta fuori a lungo a chiacchierare».

Maryan a capo scoperto

Elegante nel tailleur pantaloni blu, a capo scoperto, Maryan Ismail ha 45 anni e ne dimostra non più di 35. Nata in Somalia, diplomata al liceo scientifico francescano del Cairo, Maryan scappò in Italia con tutta la famiglia 26 anni fa, perché il padre, diplomatico, rischiava la vita sotto il regime di Siad Barre.

È una donna colta, coraggiosa, religiosa; con altre, ha creato un’associazione a favore delle immigrate, che tra l’altro fa battaglie importanti contro le mutilazioni genitali femminili. Conosce tante donne musulmane e le sue riflessioni sono ponderate: «La migrazione comporta sensazioni terribili; così era anche, poniamo, per un giovane calabrese che emigrava in Usa 60 anni fa e accentuava la sua identità calabrese, perché ciò fortifica molto. Però lo stadio successivo è il confronto, soprattutto quando i figli vanno a scuola. Molte mamme musulmane che conosco sono inorridite all’ipotesi di classi separate (all’Istituto Agnesi di Milano, ipotesi poi rientrata, ndr.) e dicevano: "I ragazzi non possono crescere insieme?". O, di fronte alle stragi terroristiche: "Vedete, queste sono le cose che ci bollano"».

Maryan non è indulgente verso i politici locali che cavalcano le paure degli italiani, né verso il burqa portato in Occidente: «Il proprio essere islamiche lo si può testimoniare parlando e spiegando il proprio percorso».

Lei lo fa: conosce bene la sua religione, la inserisce nella storia che cambia; ha rispetto per «il Santo Padre, forse l’unica persona al mondo che ci spinge ad avvicinarci, a chiederci quali soluzioni trovare».

E le sue parole si fanno durissime contro il fondamentalismo terrorista islamico: «Deve crollare, perché è basato sulla morte e le culture di morte collassano. Come, del resto, insegna la storia del nazismo in Europa».

Khadija, frutto di due culture

«Io mi considero un po’ e un po’. Un po’ italiana e un po’ marocchina». Khadija Lamami ha 25 anni, vive a Reggio Emilia. Ha lasciato Casablanca a 3 anni e si sente, senza conflitti, «il frutto di due culture». È studentessa di antropologia; dopo la laurea, vuole continuare il lavoro di mediazione interculturale a favore di famiglie, donne e bambini.

È credente, non porta velo, ha un fidanzato italiano accettato da subito dai suoi. «La mia è una famiglia aperta. Ho avuto i conflitti tipici degli adolescenti, specie con mio padre: abbiamo lo stesso carattere e lui aveva un concetto di adolescenza diverso da me. Ma sono fortunata. Conosco ragazze della mia stessa origine culturale che hanno incontrato in famiglia problemi gravi, persino con episodi di violenza, per l’impossibilità di trovare un dialogo».

Khadija difende con passione l’islam e il mondo arabo. Ha una stoccata per i media: «Gli stranieri sono visti in termini di delitti, bisogni, forza lavoro. Si trascurano tanti aspetti». Comunica con la sicurezza legata a giovinezza, affetti, cultura. È occidentale? È araba? Ha ragione lei: è «un po’ e un po’».

 Rosanna Biffi

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