Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 




L'ora del confronto

Una terra più povera
ma anche più devota

 
Attualità.
di Saverio Gaeta


SCUOLA
DON GIOSUÈ TOSONI SPIEGA I POSSIBILI MOTIVI DEL DISIMPEGNO


UN’OCCASIONE FORMATIVA
CHE NON VA SPRECATA


Per essere una materia facoltativa i risultati sono buoni, anche se a volte prevale la voglia di avere un’ora libera.

«La percentuale degli studenti che si avvalgono dell’Irc (Insegnamento della religione cattolica) mostra un’ottima tenuta. In fondo si tratta di una disciplina curriculare, ma lasciata alla libera scelta delle famiglie e degli studenti. Mi piacerebbe tanto poter verificare che cosa succederebbe se tutte le altre materie fossero altrettanto facoltative!». È netto il giudizio di don Giosuè Tosoni, responsabile del Servizio nazionale per l’insegnamento della religione cattolica, istituito presso la Conferenza episcopale italiana.

  • Non siete preoccupati per la situazione "a macchia di leopardo" che si riscontra nelle diverse zone del Paese?

«Certamente, tanto che abbiamo da tempo avviato un’azione diretta, sul campo, per dialogare con gli studenti e con le famiglie per comprendere le motivazioni del loro disimpegno. Non di rado quello che si manifesta è il piacere di avere un’ora di tempo libero in più, piuttosto che il rifiuto dell’insegnamento di religione. Ed è per questo che lo Stato si trova sollecitato a preoccuparsi dell’ora alternativa, in modo che lo studente non perda un’occasione educativa e sia posto davvero di fronte a una scelta».

  • In qualche modo il leggero incremento dei "non avvalentisi" è dovuto anche alla maggiore percentuale di studenti immigrati, di religione islamica od orientale?

«La mia percezione è diversa. Molto spesso i ragazzi che appartengono ad altre religioni hanno compreso meglio dei nostri quale sia il vero senso dell’insegnamento della religione cattolica nella scuola, tanto che lo scelgono per comprendere meglio la cultura e la storia all’interno della quale si trovano oggi a vivere».

Tabella.

  • Il concorso per l’immissione in ruolo degli insegnanti di religione ha risposto agli obiettivi che lo avevano motivato?

«Credo di sì, perché ha sanato una vicenda paradossale che andava avanti da vent’anni. La media nazionale dei non ammessi è stata del 3 per cento nelle secondarie e del 7 per cento nelle primarie. Ma anche in questo caso la situazione è apparsa variegata: in certe regioni, come il Veneto e l’Emilia-Romagna, abbiamo avuto una forte percentuale di respinti, al contrario di altre, come il Lazio e la Puglia, nelle quali quasi tutti sono stati promossi. E questo certamente non è dipeso dalla diversa preparazione dei docenti».

  • E per gli esclusi, invece, che cosa accadrà?

«Quello che conta davvero è la fiducia del vescovo nei riguardi degli insegnanti, riconosciuta mediante l’idoneità. Posso garantire che, là dove le cose a livello diocesano funzionano bene, nessuno resterà a casa, perché si attueranno i recuperi all’interno della fascia del 30 per cento di cattedre generalmente attribuite a sacerdoti e religiosi».

  • Non c’è però da parte vostra il timore che un po’ di insegnanti, oggi immessi in ruolo, tra qualche tempo possano optare per cattedre di altre materie?

«Chi ne avrà i requisiti, potrà ovviamente fare le proprie scelte, rispettando le norme ministeriali. Ma la sensazione che ho è che ciò non avverrà, sia perché occorrono specifici requisiti, sia perché quanti hanno scelto di insegnare religione sono molto motivati. La sicurezza giuridica non ha fatto altro che confermarli nel loro intento di svolgere con serietà questo lavoro».

 Saverio Gaeta

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