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Sommario.

 

 
Colloqui col padre
D.A.


STORIA DI UNA CAMPIONESSA MANCATA. CHE ORA È UNA RAGAZZA CON MOLTI PROBLEMI

IL PREZZO ALTO DEL SUCCESSO

Il padre si domanda: quanti altri bambini subiscono la stessa sorte di sua figlia? E confessa che se potesse tornare indietro si opporrebbe con forza alla moglie e all’allenatore.

Caro padre, leggendo l’articolo che avete dedicato alla campionessa olimpica Pellegrini, mi si è riaperta un’antica ferita. Si parla sempre bene del nuoto, ma io vorrei raccontarle l’altra faccia della medaglia. Mia figlia, oggi diciannovenne, cominciò a nuotare a tre anni per problemi respiratori. La piscina distava da casa nostra circa 30 chilometri. Mia moglie, due volte alla settimana, accompagnava Aurora e il fratellino più piccolo ai corsi. E io, per due pomeriggi, non potevo fare affidamento sul suo aiuto per il negozio.

Aurora era brava: dopo due anni la passarono in preagonistica, con grande gioia del suo istruttore e della mamma. Così, invece di due volte alla settimana, doveva allenarsi quattro volte. E l’aiuto di mia moglie in negozio si fece sempre più raro. Dopo qualche anno, la bambina passò in agonistica. 
Mia moglie, vedendomi freddo a questa notizia, mi disse che – a detta anche dell’allenatore – io non mi rendevo conto della fortuna che ci era capitata con questa figlia. Il lavoro in negozio, nel frattempo, aumentava, ma io non potevo permettermi di assumere un’altra persona. Ma a casa una colf dovetti prenderla, perché mia moglie era quasi sempre fuori a seguire la figlia.

Gli allenamenti di Aurora aumentavano sempre di più: tre giorni alla settimana, uscita da scuola, mangiava un panino in auto e andava in piscina. Negli altri tre giorni andava dalle 18 alle 22. Alle gare, la ragazzina arrivava sempre prima. Mia moglie rimaneva sconcertata della mia poca esultanza a questi successi. Il fratello non era bravo come Aurora. Anzi, odiava la piscina: da qui, litigi con mia moglie perché lei non voleva che abbandonasse il nuoto.

Secondo lei, io non apprezzavo le vittorie di Aurora perché non andavo alle gare. E, così, cominciai anch’io a saltare la messa la domenica per seguire gli incontri: ore e ore di caldo soffocante in piscina per un minuto di gara. 
Nelle lunghe attese, assistevo a scene inimmaginabili: bambini di sette, otto o nove anni che, non riuscendo a qualificarsi o a vincere la gara, uscivano dalla vasca mortificati e piangendo. Accolti, inoltre, dalle parolacce dell’allenatore e dai rimproveri e dagli asciugamani in faccia dei genitori.

A 11 anni mia figlia aveva già vinto tante di quelle coppe e medaglie da riempirmi il salotto. Quando andò, per la prima volta, lontano da casa, senza la madre, non le dico, padre, che tortura! Ma non potevo fare nulla: per mia figlia il nuoto era la sua vita. A 12 anni, ebbe la prima convocazione nazionale, in Israele. Prima della gara finale, all’ultimo allenamento, ebbe uno strappo all’inguine. E il suo allenatore la rimproverò aspramente. Lei, piangendo, ci telefonò disperata, raccontandoci l’accaduto. Al rientro a casa, in aeroporto, sentii l’allenatore che le diceva che quelle gare si fanno anche con le budella di fuori, e che non avrebbe dovuto dire nulla dello strappo. Io mi convincevo sempre più che i bambini devono fare sì sport, ma non a questo prezzo.

Dopo un po’ di mesi, oltre ai continui contrasti con l’allenatore, mia figlia cominciò a prendere peso. A nulla valsero le visite ai vari dietologi. 
Lei si chiuse in casa, dicendo che aveva smesso col nuoto. Ma io la vedevo piangere da mattina a sera. Quando riprese ad andare in piscina, tornava a casa sconsolata: l’allenatore l’offendeva dicendole che sembrava un elefante.
E che, se non dimagriva, faceva perdere tempo a lui e soldi a noi. Disperata, mia figlia ha smesso di nuotare, è andata in depressione e ha messo su trenta chili. Ma in depressione ci sono andato anch’io.

Non le dico, padre, come ho vissuto quegli anni. Quando le gare si svolgevano lontano, mia figlia e mia moglie stavano fuori casa per diversi giorni: a parte le spese d’albergo, io non riuscivo a chiudere occhio. Sembrava poi che a mia moglie avessero fatto il lavaggio del cervello: per lei, il nuoto veniva prima di ogni cosa; le esigenze della famiglia passavano in secondo piano. C’erano mesi nei quali, per mia figlia, spendevamo più di quanto io guadagnassi. 
Ma a mia moglie non interessava.

Aurora, oggi, è una ragazza con tanti problemi: non ride quasi mai, piange anche davanti a una minima contrarietà. Io soffro ancora di depressione e, insonnia, la mia terapeuta insiste che devo dimenticare il passato, ma non ci riesco.

Mi domando: quanti bambini, che fanno sport, hanno subìto la stessa sorte di mia figlia? È certo che, se potessi tornare indietro, mi opporrei con tutte le mie forze a mia moglie e all’allenatore. C’è un tempo per piangere, un tempo per ridere e un tempo per giocare: le cose perdute non tornano più.

Lettera firmata    

La cronistoria di una campionessa di nuoto mancata, narrata dal padre, non ha bisogno di commenti: è molto eloquente di suo. Sappiamo che ogni racconto presuppone un punto di vista. E che ogni punto di vista, per definizione, è parziale. Per rendere il quadro completo dovremmo, almeno, sentire la voce della madre. Forse lei potrebbe raccontarci la storia come una Anna Magnani, protagonista del film di Visconti, Bellissima (1951): una madre tutta orientata al successo della figlia – là destinata a diventare star cinematografica, qui campionessa sportiva –, pronta a qualsiasi sacrificio per raggiungere l’ambizioso obiettivo, ma pronta a fermarsi, quando si rende conto di aver messo il piede in una trappola: un mondo dove nuotano squali senza scrupoli, che fanno pagare prezzi troppo alti per il successo. Di fronte ai pericoli che incombono sulla figlia, schiacciata da un meccanismo troppo duro, fa marcia indietro.

Sarebbe anche interessante ascoltare il racconto da parte del fratellino. Anche lui coinvolto nelle scelte sportive che riguardano la sorella aspirante campionessa. La famiglia è un sistema integrato: non si può toccarne una parte senza ripercussioni che riguardano tutti. Forse a lui interessa la musica, oppure la letteratura. Dovrà sacrificare le proprie ambizioni a vantaggio di quelle della sorella?

Dilemmi di questo genere non sono infrequenti nelle famiglie. Quando bisogna impegnarsi a fondo a favore di un componente, si richiedono sacrifici agli altri. Nei casi estremi, dal dilemma si passa al dramma, se le risorse investite – per un’operazione chirurgica costosissima, per avviare un’attività... – sottraggono agli altri membri della famiglia non il superfluo, ma il necessario.

Per quanto riguarda più specificamente lo sport, sappiamo che il gioco si è fatto duro. I campioni non nascono spontaneamente, ma vengono "fabbricati". Anche a voler ignorare la questione spinosissima dell’uso di anabolizzanti e sostanze dopanti, rimangono gli allenamenti stressanti. E, più in generale, la subordinazione di qualsiasi altro aspetto della vita dell’atleta all’obiettivo di risultati da record. In questa logica le persone vengono utilizzate e buttate, in modi assolutamente cinici.

In un recente passato anche alcuni Governi hanno speculato sulla pelle degli atleti, per amore di prestigio. I Paesi dell’ex blocco comunista sono stati responsabili di veri e propri crimini, pur di portare i propri nuotatori o le proprie ginnaste a mietere primati e medaglie. È rassicurante pensare che la famiglia possa interporsi per proteggere i propri figli dall’industria che produce atleti. Perché il benessere delle persone è più importante del successo e del clamore effimero che l’accompagna.

 D.A.

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