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Arrivederci
di Franca Zambonini


LA LIBERTÀ DELL’OMBELICO

Fa discutere la circolare di un preside di Avezzano, che invita gli alunni a un abbigliamento più decoroso. Quando l'abito diventa una divisa e la trasgressione un conformismo. Se la moda è moda, anche la scuola è scuola. Bravo il preside, ma...

Il titolo sembra un po’ troppo disinvolto per una circolare scolastica: Dal burqa al sedere scoperto. Così Angelo Bernardini, preside del liceo scientifico "Vitruvio Pollione" di Avezzano (Aq), ha invitato i suoi 1.600 studenti a vestirsi in modo adatto alla scuola. «Ogni luogo ha le sue regole», dice la circolare. «Non si va con il cappotto in spiaggia, né con il bikini in piazza Risorgimento». Nessun divieto, un semplice richiamo al buonsenso. Curiosamente, i giornali hanno montato il caso di un educatore solo perché ha fatto il suo mestiere di educare. Qualcuno ha perfino scritto di «limitazione della libertà personale». Ma si sa che le scemenze, come gli esami, non finiscono mai.

Appartengo alla generazione addestrata da mamme e maestre a "stare composti". Non c’era all’epoca una questione di abbigliamento, perché a scuola si portava il grembiule che ci rendeva uguali, senza per questo mortificarci. Anzi, c’era pure il sollievo di non dover competere con i compagni, mentre oggi i ragazzi esibiscono a gara i "capi firmati"; e si immagina quanti genitori siano costretti a cedere alle loro richieste, per buona pace familiare. Perciò mi piacciono quelle classi inglesi o americane, giapponesi o filippine che hanno la divisa. Quando sfilano in parata o partecipano a una gara sportiva, si capisce l’orgoglio per i colori della scuola.

La "divisa" delle nostre adolescenti è composta da jeans a vita bassa, magliette cortissime. Così si scopre l’ombelico e un po’ di quello che Giuseppe Gioachino Belli chiamava, con allegria romanesca, er mappamondo. I pantaloni ridotti li portano anche i ragazzi, e lo scopo è mettere in mostra l’elastico delle mutande su cui appare il nome dello stilista di moda. Sono vezzi già visti, tra le prediche inutili di genitori e insegnanti. Un tempo fu la minigonna, poi le capigliature incolte dei capelloni, in seguito i tatuaggi e gli impressionanti anellini al naso o sulle labbra detti piercing.

Il mondo adulto si scandalizza, il mondo dei giovani ha dalla sua parte la naturalezza e la dolce noncuranza degli anni verdi. Agli adolescenti in cerca di identità, piace distinguersi come trasgressivi. Non serve avvertirli che la trasgressione di tutti diventa conformismo. Per non scadere nel predicozzo, e con il sollievo di non dovermi occupare, almeno una volta, delle disgrazie che ci assediano, ho consultato il giro dei ragazzi di mia conoscenza. Pare che nei negozi si trovino ormai solo jeans a vita bassa. La moda è la moda, ha osservato la più svelta delle mie interpellate. Le ho obiettato che anche la scuola è la scuola. Ha risposto che si rimedia indossando una maglia più lunga, come fanno lei e le compagne afflitte da insegnanti poco permissivi. 
Per conto mio, continuo a fare il tifo per il preside di Avezzano. Con un unico dissenso, ed è il suo inopportuno accenno al burqa.

Quel mantello simile a un sudario, rappresenta il simbolo estremo di una imposizione che colpisce milioni di donne in tanti Paesi del mondo. Ne sa qualcosa Shirin Ebadi, l’avvocatessa iraniana Nobel per la pace. OKhalida Toumi Messaoudi, oggi ministra nel governo algerino. Oppure Amat al Aleem, da poco entrata nel governo dello Yemen. Nella storia di queste tre donne intrepide, ci sono anche la prigione e le minacce di morte subìte per essersi tolte il jihab, il velo obbligatorio. Bisognerebbe far sapere alle nostre adolescenti che la libertà non è l’ombelico scoperto, ma una sofferta conquista.

 Franca Zambonini

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