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Costumi sfarzosi, scenografie spettacolari, mesi di riprese in Messico, migliaia di comparse moltiplicate al computer in battaglie mozzafiato. Più un cast che al "divino" Brad Pitt affianca Orlando Bloom, Eric Bana, Sean Bean, Peter O’Toole e Julie Christie.
«I soldi fanno piacere, misurano in qualche modo la popolarità. Però non è stato solo questo», assicura Pitt, che a Cannes è arrivato con la moglie Jennifer Aniston, la biondina della serie tv Friends. «Achille era il mio sogno».
«Può essere, anche se in realtà non so che cosa mi abbia spinto a fare l’attore. Quando ero ragazzo i film sono stati per me una scuola, che mi ha aperto gli occhi e mi ha fatto riflettere sulla vita. Però, è vero: tutti abbiamo paura della morte, di passare senza significato. Un film può essere qualcosa da lasciare».
«Il cuore del film non è la lotta per il potere. Nella
storia di Troia c’è un messaggio più ampio e cioè che la guerra è una
tragedia per tutti. Sempre.
«È pieno di risentimento, si lascia prendere da eccessi di collera vicini alla follia. La nostra cultura occidentale è ossessionata dalla vendetta. E il film ci mostra che puoi vendicarti, ma alla fine diventi anche tu colpevole».
«D’accordo con Petersen, io e il mio allenatore, Simon Crane, ci siamo dovuti inventare uno stile da eroe: posa da pugile, velocità da pattinatore, agilità da pantera. E sguardo obliquo: Achille non guarda mai dritto negli occhi».
«Mi sono allenato per sei mesi, ho imparato che il corpo è una macchina meravigliosa, che va rispettata».
«Un giovanotto affamato di vita». Maurizio
Turrioni
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