Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 

 
Attualità.
di Claudio Ragaini


SOLIDARIETÀ
COMUNITÀ NUOVA SUL CALENDARIO DI "FAMIGLIA CRISTIANA"


L'ABBRACCIO DI DON GINO

Da oltre 30 anni, don Rigoldi ospita tanti giovani sbandati e bisognosi di aiuto, sempre col sorriso sulle labbra...

Don Gino Rigoldi aveva 32 anni quando chiese di diventare cappellano del carcere minorile "Beccaria" di Milano. C’era già segnata nel suo Dna la vocazione ai giovani. Ex operaio, veniva da un’esperienza di parrocchia a San Donato Milanese, alle porte della città, dove già si era misurato con la realtà di periferia dei primi anni ’70, fatta non solo di bravi ragazzi ma anche di "alternativi": sbandati, hippies, gente che si faceva lo spinello. Lui li raccoglieva nel salone dell’oratorio, con la disperazione del parroco, per dar loro un’alternativa alla strada e all’ozio. Poi l’impatto ancor più duro con la realtà del carcere, destinata a segnare il cammino della sua vita. Lì si trovò a misurare subito il senso della solitudine e i bisogni dei ragazzi, che scontata la pena venivano dimessi e non trovavano nessuno ad accoglierli sulla porta. Perché non avevano una famiglia. Uno di questi gli chiese un giorno: 
«E adesso dove vado?»; e lui, senza pensarci troppo, lo accolse nel suo alloggio di cappellano, nello stesso carcere. Poi ne arrivò un secondo, poi un terzo, e fu necessario allargarsi, cercare nuovi locali. Così venne l’idea di creare una struttura che si prendesse cura dei giovani a rischio, ne prevenisse le devianze, li aiutasse a ritrovare una strada e la fiducia in sé stessi.

Cominciò con un gruppetto di volontari, «perché da solo sarei stato perdente», dice don Gino, e nacque "Comunità nuova" che oggi è una realtà ben consolidata e ramificata sul territorio, con un esercito di volontari e un centinaio di operatori e che governano un piccolo impero della solidarietà: una comunità terapeutica per tossicodipendenti a Besana Brianza, una comunità alloggio per minori, un pensionato per minori stranieri, alcuni dei quali reduci da esperienze di carcere, diversi centri di aggregazione e una vasta attività educativa e di prevenzione nelle strade, nei quartieri, nei cortili dei grandi agglomerati popolari della periferia.

Ma all’inizio non fu vita facile per don Gino, dovendo fronteggiare la carenza di mezzi e la mentalità della gente, impreparata alla novità. Ricorda che le prime comunità alloggio per minori, create in piccoli appartamenti all’interno di condomini "normali", incontrarono una certa opposizione da parte dei residenti, preoccupati del decoro e del degrado della casa. «In quella Milano degli anni ’70», racconta don Gino, «dove spadroneggiavano le bande dei Vallanzasca e dei Turatello che facevano scuola di malvivenza, dove non girava ancora eroina e drogarsi era reato, ma tuttavia la droga si allargava paurosamente tra i giovani, bisognava far qualcosa. E la nostra fu la risposta a un bisogno reale che arrivava dai quartieri degradati della periferia, da una realtà povera di relazioni, fatta di cultura modesta e di promiscuità».

La "pedagogia della strada"

Per fronteggiare queste necessità don Gino si armò di coraggio e professionalità. Ai volontari che lo aiutavano affiancò professionisti e operatori preparati che nelle varie strutture garantissero servizi adeguati ai bisogni. 
Si rivolse a don Ciotti e al professor Madeddu, dell’Università di Milano, per sapere come affrontare il problema dei tossicodipendenti. Seguendo una sua "pedagogia della strada" e senza farsi intimidire da critiche e minacce, pensò anche a creare luoghi di aggregazione alternativi in periferia per i giovani che vagabondavano sui marciapiedi o nell’ombra dei parchi. Una strada decisamente controcorrente: a Baggio, senza farsi intimidire da minacce o da critiche, aprì "La locanda", un locale autogestito che il fine settimana si riempiva di una folla animata e varia. Anni dopo, alla Barona sarebbe seguito il Barrio’s, un grande centro sociale con una birreria, una sala musica, una stanza multimediale dove la passione per i computer diventa occasione di formazione professionale.

Da Milano all’Europa

Comunità nuova in questi ultimi anni ha allargato i suoi orizzonti: ha aperto un nuovo fronte in Romania, dove l’emergenza giovanile è particolarmente sentita. Lì ha messo in piedi cinque comunità alloggio per minori che vivevano negli orfanotrofi («dei veri lager») e svolge attività per il reintegro familiare e la prevenzione dell’abbandono. In Italia un’attenzione particolare è rivolta ai bambini più piccoli, vittime di situazioni di violenza o di abbandono. Per loro è stata creata la Comunità Barrhouse, alla quale dedichiamo la pagina del calendario di questo mese. È una struttura nella quale sette minori tra i 6 e i 13 anni, privi di un sostegno educativo familiare, vivono in un clima protetto, assistiti da personale specializzato.

«Questi bambini», dice don Rigoldi, «sono benvoluti da tutti; dopo qualche perplessità iniziale, sono stati praticamente adottati dalla gente dello stesso condominio dove vivono. Presto apriremo una seconda casa per altri bambini. Ma la comunità, sia chiaro, deve essere una soluzione temporanea, puntiamo a cercare famiglie affidatarie che li prendano in carico».

Sono passati più di trent’anni dalla nascita di Comunità nuova, don Gino si avvia ai 65 anni e non ha abbassato la guardia: mantiene la sua postazione di cappellano al carcere Beccaria, dove ha visto entrare e uscire migliaia di giovani (e alcuni, purtroppo, morire di droga o di Aids); condivide la sua abitazione a Rozzano, trasformata in un centro di accoglienza, con una quindicina di giovani; cinque anni fa è diventato padre di un ragazzo rom, apolide, che ha adottato e che ora vive con lui. E da prete di strada continua a fare da padre a centinaia di giovani difficili, occupandosi di loro con amore e comprensione, ma senza cedimenti. È convinto che serva usare un linguaggio chiaro, senza pietismi né ambiguità. «Occorre educarli alla consapevolezza e alla responsabilità di quello che fanno. E che imparino anche a spendere una lacrimuccia se hanno sbagliato».

  Claudio Ragaini
  
  

PIPPO INZAGHI, TESTIMONIAL DI CUORE

Prenderlo, tra una terapia e l’altra, impegnatissimo a riportare a regime la caviglia malata in tempo per gli Europei, non è facile, ma alla fine Pippo Inzaghi, volto del calendario della solidarietà per il mese di maggio, riesce a dedicarsi anche alle nostre domande.

  • Come ha conosciuto Comunità nuova?

«In famiglia, a seguito di segnalazioni da parte di alcuni nostri amici. Mi sono subito messo a disposizione con entusiasmo».

  • Ha scelto lei di legarsi a Barrhouse?

«Sì, ho deciso dopo aver valutato con attenzione gli altri progetti che mi sono stati proposti. Ho scelto Barrhouse perché vicino alla mia idea di solidarietà: favorire bambini disagiati per dar loro un’educazione è il primo importante passo per un domani migliore».

  • Il calcio si associa sempre più spesso a iniziative solidali: c’è davvero maggiore attenzione al sociale?

«È vero, il mondo del calcio si interessa sempre più alla solidarietà. Non lo fa di facciata, ma concretamente e spesso sotto silenzio. Non solo i calciatori, ma anche le società sono protagoniste attive. Penso a "Fondazione Milan", curata da Leonardo, che in un anno ha raggiunto risultati incredibili con il contributo di tantissimi sportivi e tifosi, non solo rossoneri. Tra i miei compagni di squadra la sensibilità è elevata. Per esempio, Maldini è testimonial Unicef, Cafù e Gattuso si impegnano molto attraverso le loro fondazioni. Tutti cerchiamo di partecipare e contribuire in vari modi».

  • Ci racconta la sua esperienza personale?

«Ho accettato con grande interesse l’iniziativa del calendario di Famiglia Cristiana, perché ho creduto da subito nella bontà del progetto e nelle finalità del gesto. Ho in passato avuto altre esperienze di solidarietà, soprattutto per la tutela dei bambini e lo sviluppo delle attività sociali dei minori. A parte i piacevoli ricordi lasciati da ognuna, mi piace ripensare alla passione, alla voglia che ho sempre avuto di fare qualcosa di buono per aiutare qualcuno più bisognoso di me».

E. Chi.


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