![]() |
|
|
|
|
|
Don Gino Rigoldi aveva 32 anni quando chiese di diventare cappellano del
carcere minorile "Beccaria" di Milano. C’era già segnata nel
suo Dna la vocazione ai giovani. Ex operaio, veniva da un’esperienza di
parrocchia a San Donato Milanese, alle porte della città, dove già si era
misurato con la realtà di periferia dei primi anni ’70, fatta non solo di
bravi ragazzi ma anche di "alternativi": sbandati, hippies, gente
che si faceva lo spinello. Lui li raccoglieva nel salone dell’oratorio,
con la disperazione del parroco, per dar loro un’alternativa alla strada e
all’ozio. Poi l’impatto ancor più duro con la realtà del carcere,
destinata a segnare il cammino della sua vita. Lì si trovò a misurare
subito il senso della solitudine e i bisogni dei ragazzi, che scontata la
pena venivano dimessi e non trovavano nessuno ad accoglierli sulla porta.
Perché non avevano una famiglia. Uno di questi gli chiese un giorno: Cominciò con un gruppetto di volontari, «perché da solo sarei stato perdente», dice don Gino, e nacque "Comunità nuova" che oggi è una realtà ben consolidata e ramificata sul territorio, con un esercito di volontari e un centinaio di operatori e che governano un piccolo impero della solidarietà: una comunità terapeutica per tossicodipendenti a Besana Brianza, una comunità alloggio per minori, un pensionato per minori stranieri, alcuni dei quali reduci da esperienze di carcere, diversi centri di aggregazione e una vasta attività educativa e di prevenzione nelle strade, nei quartieri, nei cortili dei grandi agglomerati popolari della periferia. Ma all’inizio non fu vita facile per don Gino, dovendo fronteggiare la carenza di mezzi e la mentalità della gente, impreparata alla novità. Ricorda che le prime comunità alloggio per minori, create in piccoli appartamenti all’interno di condomini "normali", incontrarono una certa opposizione da parte dei residenti, preoccupati del decoro e del degrado della casa. «In quella Milano degli anni ’70», racconta don Gino, «dove spadroneggiavano le bande dei Vallanzasca e dei Turatello che facevano scuola di malvivenza, dove non girava ancora eroina e drogarsi era reato, ma tuttavia la droga si allargava paurosamente tra i giovani, bisognava far qualcosa. E la nostra fu la risposta a un bisogno reale che arrivava dai quartieri degradati della periferia, da una realtà povera di relazioni, fatta di cultura modesta e di promiscuità». La "pedagogia della strada" Per fronteggiare queste necessità don Gino si armò di coraggio e
professionalità. Ai volontari che lo aiutavano affiancò professionisti e
operatori preparati che nelle varie strutture garantissero servizi adeguati
ai bisogni. Da Milano all’Europa Comunità nuova in questi ultimi anni ha allargato i suoi orizzonti: ha aperto un nuovo fronte in Romania, dove l’emergenza giovanile è particolarmente sentita. Lì ha messo in piedi cinque comunità alloggio per minori che vivevano negli orfanotrofi («dei veri lager») e svolge attività per il reintegro familiare e la prevenzione dell’abbandono. In Italia un’attenzione particolare è rivolta ai bambini più piccoli, vittime di situazioni di violenza o di abbandono. Per loro è stata creata la Comunità Barrhouse, alla quale dedichiamo la pagina del calendario di questo mese. È una struttura nella quale sette minori tra i 6 e i 13 anni, privi di un sostegno educativo familiare, vivono in un clima protetto, assistiti da personale specializzato. «Questi bambini», dice don Rigoldi, «sono benvoluti da tutti; dopo qualche perplessità iniziale, sono stati praticamente adottati dalla gente dello stesso condominio dove vivono. Presto apriremo una seconda casa per altri bambini. Ma la comunità, sia chiaro, deve essere una soluzione temporanea, puntiamo a cercare famiglie affidatarie che li prendano in carico». Sono passati più di trent’anni dalla nascita di Comunità nuova, don
Gino si avvia ai 65 anni e non ha abbassato la guardia: mantiene la sua
postazione di cappellano al carcere Beccaria, dove ha visto entrare e uscire
migliaia di giovani (e alcuni, purtroppo, morire di droga o di Aids);
condivide la sua abitazione a Rozzano, trasformata in un centro di
accoglienza, con una quindicina di giovani; cinque anni fa è diventato
padre di un ragazzo rom, apolide, che ha adottato e che ora vive con lui. E
da prete di strada continua a fare da padre a centinaia di giovani
difficili, occupandosi di loro con amore e comprensione, ma senza cedimenti.
È convinto che serva usare un linguaggio chiaro, senza pietismi né
ambiguità. «Occorre educarli alla consapevolezza e alla responsabilità di
quello che fanno. E che imparino anche a spendere una lacrimuccia se hanno
sbagliato».
|