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«Lei mi chiede se abbiamo toccato il fondo con la bufera sulle partite truccate? Da mesi io spero che l’ennesimo scandalo sia l’ultimo. E da mesi vengo purtroppo smentito». Edio Costantini è il presidente del Centro sportivo italiano, la più antica e diffusa associazione per la promozione sportiva in Italia. In questi giorni il Csi compie sessant’anni. Conta 864.000 iscritti, 42.000 squadre, 101.000 allenatori e arbitri, 72 le discipline praticate, 300.000 le gare.
«Ci vuole una nuova classe dirigente. Abbiamo bravi allenatori, ma fatichiamo a rinnovare i dirigenti».
«È inutile fare nomi.Tutti gli uomini dello sport in Italia in un modo o nell’altro si riciclano da anni, anche negli enti di promozione sportiva di base. Per un po’ abbiamo assistito a un ricambio. Ma poi questi dirigenti non hanno voluto più mollare posti e rendite, e dietro di loro hanno fatto il vuoto, impedendo a una nuova generazione di dirigenti di crescere. Così corriamo ai ripari mettendo pezze ai singoli problemi, ma non si vede il disegno generale, che per forza dovrà essere una rivoluzione».
«No, la società, se ha a cuore lo sport. Vanno incalzati i dirigenti, affinché lascino».
«Sì, ed è ora di far tornare lo sport alla società civile. Basta con le regole speciali, la giustizia sportiva diversa da quella ordinaria, privilegi fiscali ed economici».
«E lei ci crede? Sono stati solo piccoli espedienti per alzare il tiro e avere una fetta più grande della torta. Il calcio è un club, nel quale ci si spartiscono soldi e potere. Ognuno sta aggrappato all’altro, anche se sembra a volte che si sparino addosso. A nessuno interessa il fallimento etico e morale dello sport. Sono preoccupati tutti solo del fallimento economico. Il grande castello di carta non deve crollare per nessun motivo».
«Nel calcio tantissimo. I proventi televisivi lo tengono in piedi. E ormai per la tivù è l’unico sport che esiste».
«No. Il principio della mutualità è fallito, a causa degli egoismi del calcio e dei meccanismi del mercato. È il mercato che detta le regole. E i mercanti hanno tradito lo sport».
«Gli integratori. È il grande business del momento. Ce ne sono 8.000 in vendita. Se un ragazzo è sano, mangia bene e si allena, non servono a nulla. Oltretutto non sappiamo quanto male facciano. Ma ormai è una moda: doping psicologico. Poi c’è l’illusione che bisogna essere belli e "scolpiti" per star bene. Il mercato spalma illusioni con il boom delle palestre. E le vittime sono due: lo sport e le famiglie. Così si creano le emarginazioni».
«Tendiamo a dividere la persona dal campione. Ecco dove sbagliamo. Le debolezze si attribuiscono all’uomo e non al campione. Il campione vero invece è onesto prima di tutto con sé stesso: onestà nel competere. Mi indignano quelli che dicono: "Salvo il campione e condanno l’uomo"».
«Le Olimpiadi hanno ancora un posto nel cuore della gente: lo sport come strumento per far incontrare i popoli. Noi abbiamo fatto una maratona tra Gerusalemme e Betlemme e abbiamo costretto israeliani e palestinesi a discutere dell’organizzazione. I dirigenti sportivi non si parlavano da anni. Lo spirito olimpico è la presunzione che lo sport possa servire a riconoscersi più amici. E poi lo sport dei Paesi ricchi deve aiutare i poveri, che non vuol dire regalare palloni all’Africa, ma inventare una forma di cooperazione allo sviluppo: la solidarietà attraverso lo sport. Il Csi lo fa in Africa, in Palestina, in Albania».
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