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Attualità.
di Alberto Bobbio


SPORT
EDIO COSTANTINI, PRESIDENTE DEL CSI, LANCIA L’ALLARME


LA PARTITA È TRUCCATA

La più antica e diffusa associazione per la promozione sportiva compie 60 anni in un momento di grave crisi, non solo per l’ennesimo scandalo nel mondo del calcio...

«Lei mi chiede se abbiamo toccato il fondo con la bufera sulle partite truccate? Da mesi io spero che l’ennesimo scandalo sia l’ultimo. E da mesi vengo purtroppo smentito». Edio Costantini è il presidente del Centro sportivo italiano, la più antica e diffusa associazione per la promozione sportiva in Italia. In questi giorni il Csi compie sessant’anni. Conta 864.000 iscritti, 42.000 squadre, 101.000 allenatori e arbitri, 72 le discipline praticate, 300.000 le gare.

  • Presidente, cosa bisogna cambiare?

«Ci vuole una nuova classe dirigente. Abbiamo bravi allenatori, ma fatichiamo a rinnovare i dirigenti».

  • Si riferisce ai dirigenti federali, a Carraro, uomo dello sport da sempre?

«È inutile fare nomi.Tutti gli uomini dello sport in Italia in un modo o nell’altro si riciclano da anni, anche negli enti di promozione sportiva di base. Per un po’ abbiamo assistito a un ricambio. Ma poi questi dirigenti non hanno voluto più mollare posti e rendite, e dietro di loro hanno fatto il vuoto, impedendo a una nuova generazione di dirigenti di crescere. Così corriamo ai ripari mettendo pezze ai singoli problemi, ma non si vede il disegno generale, che per forza dovrà essere una rivoluzione».

Edio Costantini, presidente del Csi (foto Giuliani).
Edio Costantini, presidente del Csi
(foto Giuliani).

  • La deve fare il Coni?

«No, la società, se ha a cuore lo sport. Vanno incalzati i dirigenti, affinché lascino».

  • Oggi lo sport è simile a una città privilegiata?

«Sì, ed è ora di far tornare lo sport alla società civile. Basta con le regole speciali, la giustizia sportiva diversa da quella ordinaria, privilegi fiscali ed economici».

  • Qualche presidente di società minori di calcio ha detto le stesse cose...

«E lei ci crede? Sono stati solo piccoli espedienti per alzare il tiro e avere una fetta più grande della torta. Il calcio è un club, nel quale ci si spartiscono soldi e potere. Ognuno sta aggrappato all’altro, anche se sembra a volte che si sparino addosso. A nessuno interessa il fallimento etico e morale dello sport. Sono preoccupati tutti solo del fallimento economico. Il grande castello di carta non deve crollare per nessun motivo».

  • Quanto conta la televisione?

«Nel calcio tantissimo. I proventi televisivi lo tengono in piedi. E ormai per la tivù è l’unico sport che esiste».

  • Il calcio aiuta ancora gli altri sport?

«No. Il principio della mutualità è fallito, a causa degli egoismi del calcio e dei meccanismi del mercato. È il mercato che detta le regole. E i mercanti hanno tradito lo sport».

  • Faccia un esempio...

«Gli integratori. È il grande business del momento. Ce ne sono 8.000 in vendita. Se un ragazzo è sano, mangia bene e si allena, non servono a nulla. Oltretutto non sappiamo quanto male facciano. Ma ormai è una moda: doping psicologico. Poi c’è l’illusione che bisogna essere belli e "scolpiti" per star bene. Il mercato spalma illusioni con il boom delle palestre. E le vittime sono due: lo sport e le famiglie. Così si creano le emarginazioni».

  • Questo è stato anche l’anno di Pantani: eroe o furbissimo dopato?

«Tendiamo a dividere la persona dal campione. Ecco dove sbagliamo. Le debolezze si attribuiscono all’uomo e non al campione. Il campione vero invece è onesto prima di tutto con sé stesso: onestà nel competere. Mi indignano quelli che dicono: "Salvo il campione e condanno l’uomo"».

  • E adesso andiamo verso le Olimpiadi. C’è ancora lo spirito olimpico?

«Le Olimpiadi hanno ancora un posto nel cuore della gente: lo sport come strumento per far incontrare i popoli. Noi abbiamo fatto una maratona tra Gerusalemme e Betlemme e abbiamo costretto israeliani e palestinesi a discutere dell’organizzazione. I dirigenti sportivi non si parlavano da anni. Lo spirito olimpico è la presunzione che lo sport possa servire a riconoscersi più amici. E poi lo sport dei Paesi ricchi deve aiutare i poveri, che non vuol dire regalare palloni all’Africa, ma inventare una forma di cooperazione allo sviluppo: la solidarietà attraverso lo sport. Il Csi lo fa in Africa, in Palestina, in Albania».

 Alberto Bobbio
   
  
RITORNA IL TOTONERO DEI TEMPI ANDATI

Non ci si deve chiedere se il calcio italiano uscirà indenne dall’ennesimo scandalo – la procura di Napoli ha detto di partite truccate, si torna al totonero (lo scandalo d’inizio anni ’80, ndr.), si ringiovanisce di quasi un quarto di secolo –, ma come ne uscirà: se con qualche punizioncella, qualche dimissioncina, o se non invece più protervo di prima, per la sua rituale constatazione del perfetto funzionamento, anche in questa occasione, della parola che è un binomio: immor(t)alità.

Scoppiato il martedì, punendo soprattutto l’attualità di Biscardi e del suo Processo, lo scandalo il venerdì non aveva quasi spazio sui giornali. I presunti autori delle combine avevano già fatto in tempo a dichiararsi tutti parti lese, i giocatori per sé stessi, i dirigenti per i loro club.

Ribadito anche il concetto di fondamentale e generale sanità dell’ambiente: come se fosse credibile che un mondo dove circola denaro in quantità abnorme, dove i comportamenti in campo sono indefinibili, soggetti alle leggi della forma, della condizione, del miracolismo (o no) di giornata, dove basta niente per fare o non fare gol e restare ingiudicabili, dove basta un fischio per cambiare un risultato, e dove esiste l’impunità quasi assoluta nei riguardi di leggi e regolamenti, possa esimersi dalla corruzione.

La regola etica dello sport dovrebbe essere una garanzia, la deregulation pratica è una certezza che di questa regola etica tanti possono farsi un baffo. O costruirsi un risultato ad hoc.

Ma ci può essere ottimismo: si mormora di scudetti decisi dalla camorra, stavolta sono, sarebbero scommesse piccole, cifre basse, e usando partite non importanti.

Un tempo si prendevano pesci grossi, adesso si tratta quasi soltanto di acciughe.

Gian Paolo Ormezzano


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