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«L’invito ad attualizzare l’eredità del nostro fondatore è in linea con il tema che guida il nostro Capitolo generale: "Essere san Paolo vivente oggi. Una congregazione che si protende in avanti". Significa che non si deve vivere di ricordi ma di progetti. E significa affrontare i cambiamenti avvenuti nella Chiesa e nella società».
«Dobbiamo sviluppare le attività che ancora funzionano bene e, nello stesso tempo, far crescere, sia come mentalità, sia come scelte operative, il nostro impegno nella nuova comunicazione. Non possiamo limitarci a consolidare le attività legate ai libri e alle riviste, perché la comunicazione in Rete interroga fortemente il nostro impegno. Dobbiamo diversificare, cioè aprire qualcosa di nuovo accanto a quello che già esiste».
«Cambia il contesto culturale. Nel modello tradizionale della comunicazione di massa c’è chi invia il messaggio, ed è in qualche modo il padrone del processo comunicativo, e c’è l’utente che riceve quel messaggio in modo sostanzialmente passivo. Nella comunicazione in rete l’utente è protagonista, perché può scegliere tra una grande varietà di messaggi, e quindi non c’è comunicazione senza il suo benestare. Attenzione, il passaggio da un modello all’altro non è un fatto compiuto. È una tendenza da tenere in grande considerazione».
«Dobbiamo interrogarci sulla nostra mentalità pastorale. Si tratta di passare da una pastorale che da un centro comunicativo irradia il messaggio a una massa di utenti, a una pastorale consapevole che la comunicazione si fa sempre più da persona a persona. In questo nuovo contesto, il criterio guida della comunicazione è la qualità, ovviamente legata agli interessi di coloro che ti cercano. In rete nessuno è "raccomandato" o ha speciali salvacondotti».
«Il criterio principe è sempre la trasparenza. Chi legge, vede o ascolta un messaggio deve sapere da che punto di vista si parla. L’utente deve sapere subito con chi ha a che fare. Non vi sono mezzi neutri. Nel nostro caso, dev’essere evidente che parliamo da un punto di vista cristiano».
«Nei conflitti, i media sono "arruolati" dai contendenti per creare opinioni, depistare, favorire la propria parte e danneggiare l’avversario. Si deve sapere che, usando in questo modo l’informazione, siamo di fatto sul campo di battaglia. Ma, come in tutte le guerre, ci sono i colpi permessi e i colpi illeciti o addirittura ignobili».
«I media a volte anticipano, altre volte semplicemente rispecchiano i cambiamenti sociali relativi alla famiglia. Accusare i mezzi di comunicazione di attentare alla famiglia è un’affermazione molto forte. L’uso dei media in famiglia non è un semplice consumo. Esso avviene in un processo educativo. Sarei tentato di dire: a ogni famiglia la sua comunicazione».
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