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Cosa pensano gli arabi dell’Occidente dopo lo scandalo delle torture? L’abbiamo chiesto a due rappresentanti di spicco del mondo arabo moderato. La prima è Bouthaina Shaaban, volto emergente della politica araba, professoressa all’Università di Damasco, stretta collaboratrice del presidente siriano Bashr al-Assad e ministro per i Siriani all’estero (che sono circa 17 milioni). Il secondo è Salama Ahmad Salama, editorialista di punta del più prestigioso quotidiano egiziano, Al-Ahram, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo arabo.
Shaaban: «Mi è difficile rispondere, perché se le parole hanno un significato, quello che ha detto è l’approvazione delle torture inflitte agli iracheni. Ciò che è terrificante, e che tutti dovrebbero avvertire come tale perché potrebbe riguardare tutti, è che coloro che hanno torturato, se le circostanze lo consentissero, potrebbero fare le stesse cose in America, o in Europa. Se viene negata l’uguaglianza all’umanità, gli abusi possono essere commessi contro gli americani, gli africani, gli europei, gli arabi». Salama: «Diciamo che sono di tutt’altro avviso. È proprio Donald Rumsfeld che dovrebbe essere biasimato prima di chiunque altro per quello che è accaduto in Irak. Direi che è proprio lui, agli occhi di larga parte del mondo arabo, a portare la responsabilità per il fallimento della politica statunitense in Medio Oriente. Quindi, un suo licenziamento costituirebbe il minimo. Aggiungo che se il presidente americano George Bush vuole che il suo Paese venga rispettato nel mondo arabo, deve sollevare Donald Rumsfeld dall’incarico».
Shaaban: «Ho letto che hanno addirittura fatto dei cd-rom da portare a casa per farli vedere ai familiari. Ora, Donald Rumsfeld ha dichiarato che non verrà più autorizzata la pubblicazione di altre immagini: così non sapremo che cosa avviene nelle carceri in Irak. Il carceriere che tortura il detenuto mi fa venire in mente quelle letture che raccontavano di come il padrone bianco non pensasse nemmeno che lo schiavo di colore fosse un essere umano esattamente come lui». Salama: «Erano sicuri che, anche se scoperti, le immagini non sarebbero state usate contro di loro, e quindi le hanno scattate per avere dei souvenir da portare a casa. Sicuramente hanno ricevuto delle assicurazioni che non sarebbero mai stati puniti».
Shaaban: «C’è una forte rabbia. Quello che sta succedendo mina alle fondamenta la fiducia. Sembra che l’obiettivo sia quello di dividere il mondo, di polarizzarlo, creando il nemico. La collera è grande, guardi quello che è accaduto qui in Siria il 27 aprile scorso, quando dei terroristi hanno assaltato i vecchi uffici delle Nazioni Unite a Damasco. Quattro persone che non avevano alcun legame con i gruppi terroristici organizzati, mosse solo dall’odio». Salama: «Mai stato così basso. La vicenda dei prigionieri ha fortemente intaccato la fiducia. Quello che è decisamente nuovo, è che ormai non si salva più nemmeno l’immagine dell’Europa, vista come culla di valori, di civiltà. Dovreste riflettere su questo».
Shaaban: «Infiammerà l’odio». Salama: «Fornisce sicuramente agli estremisti, se vogliamo chiamarli islamici, nuovo nutrimento, nuove munizioni. Sul lungo percorso danneggerà molto l’unità, la coesione delle società arabe, creando gravi tensioni».
Shaaban: «Gli autori hanno pensato che la violenza potesse controbilanciare la violenza. Per uscire da questo clima di sangue, bisogna adottare una strategia nuova, che metta fine alla legge della giungla che ci sta governando, e si torni al rispetto delle leggi internazionali e alla moralità». Salama: «Sottolineo come quel gesto sia non soltanto la negazione dei valori umani, ma anche la negazione dei valori islamici, che prescrivono il rispetto del prigioniero catturato. Vorrei però ribadire che l’atmosfera nella regione è densa di sangue, è piena di odio come non lo è mai stata sino a ora. La decapitazione dell’americano può costituire agli occhi di qualcuno un successo. A mio modo di vedere è un successo molto, molto a buon mercato». Carlo
Remeny
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