Famiglia Cristiana OnLine

Sommario.

 


I due volti dell'America

 
Attualità.
di Carlo Remeny


IRAK
L’IMMAGINE DI USA ED EUROPA DOPO LO SCANDALO DELLE TORTURE


«OCCIDENTALI, GLI ARABI 
NON VI CREDONO PIÙ»


«Così s’infiammerà l’odio», dice il ministro siriano Shaaban. 
«La fiducia non è mai stata così bassa», aggiunge Salama.

Cosa pensano gli arabi dell’Occidente dopo lo scandalo delle torture? L’abbiamo chiesto a due rappresentanti di spicco del mondo arabo moderato.

La prima è Bouthaina Shaaban, volto emergente della politica araba, professoressa all’Università di Damasco, stretta collaboratrice del presidente siriano Bashr al-Assad e ministro per i Siriani all’estero (che sono circa 17 milioni). Il secondo è Salama Ahmad Salama, editorialista di punta del più prestigioso quotidiano egiziano, Al-Ahram, conosciuto e apprezzato in tutto il mondo arabo.

  • Che ne pensate dell’elogio rivolto da Bush a Rumsfeld per il lavoro da lui svolto in Irak, definito "superbo"?

Shaaban: «Mi è difficile rispondere, perché se le parole hanno un significato, quello che ha detto è l’approvazione delle torture inflitte agli iracheni. Ciò che è terrificante, e che tutti dovrebbero avvertire come tale perché potrebbe riguardare tutti, è che coloro che hanno torturato, se le circostanze lo consentissero, potrebbero fare le stesse cose in America, o in Europa. Se viene negata l’uguaglianza all’umanità, gli abusi possono essere commessi contro gli americani, gli africani, gli europei, gli arabi».

Salama: «Diciamo che sono di tutt’altro avviso. È proprio Donald Rumsfeld che dovrebbe essere biasimato prima di chiunque altro per quello che è accaduto in Irak. Direi che è proprio lui, agli occhi di larga parte del mondo arabo, a portare la responsabilità per il fallimento della politica statunitense in Medio Oriente. Quindi, un suo licenziamento costituirebbe il minimo. Aggiungo che se il presidente americano George Bush vuole che il suo Paese venga rispettato nel mondo arabo, deve sollevare Donald Rumsfeld dall’incarico».

  • Come è possibile che i torturatori abbiano scattato tutte quelle foto?

Shaaban: «Ho letto che hanno addirittura fatto dei cd-rom da portare a casa per farli vedere ai familiari. Ora, Donald Rumsfeld ha dichiarato che non verrà più autorizzata la pubblicazione di altre immagini: così non sapremo che cosa avviene nelle carceri in Irak. Il carceriere che tortura il detenuto mi fa venire in mente quelle letture che raccontavano di come il padrone bianco non pensasse nemmeno che lo schiavo di colore fosse un essere umano esattamente come lui».

Salama: «Erano sicuri che, anche se scoperti, le immagini non sarebbero state usate contro di loro, e quindi le hanno scattate per avere dei souvenir da portare a casa. Sicuramente hanno ricevuto delle assicurazioni che non sarebbero mai stati puniti».

  • Qual è il livello di fiducia degli arabi verso i Paesi occidentali?

Shaaban: «C’è una forte rabbia. Quello che sta succedendo mina alle fondamenta la fiducia. Sembra che l’obiettivo sia quello di dividere il mondo, di polarizzarlo, creando il nemico. La collera è grande, guardi quello che è accaduto qui in Siria il 27 aprile scorso, quando dei terroristi hanno assaltato i vecchi uffici delle Nazioni Unite a Damasco. Quattro persone che non avevano alcun legame con i gruppi terroristici organizzati, mosse solo dall’odio».

Salama: «Mai stato così basso. La vicenda dei prigionieri ha fortemente intaccato la fiducia. Quello che è decisamente nuovo, è che ormai non si salva più nemmeno l’immagine dell’Europa, vista come culla di valori, di civiltà. Dovreste riflettere su questo».

  • Quindi lo scandalo delle torture è come benzina sul fuoco?

Shaaban: «Infiammerà l’odio».

Salama: «Fornisce sicuramente agli estremisti, se vogliamo chiamarli islamici, nuovo nutrimento, nuove munizioni. Sul lungo percorso danneggerà molto l’unità, la coesione delle società arabe, creando gravi tensioni».

  • Che ne pensa dell’esecuzione dell’ostaggio americano avvenuta con la decapitazione?

Shaaban: «Gli autori hanno pensato che la violenza potesse controbilanciare la violenza. Per uscire da questo clima di sangue, bisogna adottare una strategia nuova, che metta fine alla legge della giungla che ci sta governando, e si torni al rispetto delle leggi internazionali e alla moralità».

Salama: «Sottolineo come quel gesto sia non soltanto la negazione dei valori umani, ma anche la negazione dei valori islamici, che prescrivono il rispetto del prigioniero catturato. Vorrei però ribadire che l’atmosfera nella regione è densa di sangue, è piena di odio come non lo è mai stata sino a ora. La decapitazione dell’americano può costituire agli occhi di qualcuno un successo. A mio modo di vedere è un successo molto, molto a buon mercato».

 Carlo Remeny
   

SOMMARUGA: «FUORI DA OGNI REGOLA»

Ginevra

Il 1° gennaio 2000 ho cessato di essere presidente del Comitato internazionale della Croce Rossa (Cicr). Dunque non ho più notizie di prima mano. Se le avessi, non le divulgherei per l’impegno alla riservatezza che vincola il personale del Cicr a ogni livello e per il rispetto che nutro nei confronti del mio successore, Jakob Kellenberger.

Posso tuttavia dire che quanto vedo e leggo in questi giorni non è purtroppo una novità. Nei circa 13 anni trascorsi alla guida del Cicr, io e i miei più stretti collaboratori abbiamo dovuto spesso intervenire presso le autorità politiche e militari coinvolte in conflitti armati.

Anche le guerre devono rispettare certe regole codificate nel diritto internazionale umanitario che comprende le quattro Convenzioni firmate a Ginevra nell’agosto 1949, la Convenzione dell’Aja (1954) circa la tutela, nei periodi bellici, dei luoghi di rilevante interesse culturale, nonché due Protocolli del 1977.

Riassumendo: le operazioni possono essere condotte solo contro chi combatte e contro obiettivi militari; i civili non devono essere coinvolti; chi si arrende deve essere considerato prigioniero di guerra e rispettato; i feriti devono essere soccorsi, anche se nemici.

Al personale del Cicr devono essere garantite la libertà di movimento e la possibilità di accedere alle vittime di tutte le parti.

Nel caso specifico dell’Irak, mi ha stupito il comportamento abietto, direi obbrobrioso e scandaloso, di chi ha avuto in custodia i prigionieri, specialmente quando appartenente a forze armate di Paesi che per decenni si sono presentati come paladini dei diritti dell’uomo, pubblicando rapporti annuali su Stati ritenuti colpevoli di non averli rispettati. C’è chi predica bene, ma razzola male.

Reputo inoltre grave l’inerzia o la reazione tardiva a fronte di precise denunce. Quanto è emerso dai rapporti del Cicr e dalle dichiarazioni del suo direttore delle operazioni sembra indicare che la tortura era uno dei metodi usati per interrogare i reclusi, cosa proibita dalle Convenzioni e che io stesso ho denunciato più volte perché riscontrata in Medio Oriente, nel conflitto jugoslavo, in Africa, in alcune regioni dell’America latina, dell’Asia e dell’Europa. Ho altresì denunciato il comportamento inumano, perché violento e incapace di distinguere tra civili e miltari, tra persone armate e non, delle milizie mercenarie, spesso assoldate per proteggere interessi privati.

Un comportamento inaccettabile, infine, è quello di continuare a tenere prigionieri degli esseri umani senza che il loro statuto giuridico sia chiaramente definito. Accade a Guantánamo e altrove. Le disposizioni protettive delle Convenzioni di Ginevra non vengono applicate, né a procedere sono i tribunali locali competenti. In Paesi civili che si proclamano "Stati di diritto" e "grandi democrazie", il diritto internazionale deve essere applicato. In caso negativo (non pertinente, tuttavia, per Guantánamo), dev’essere applicato il diritto nazionale dello Stato che custodisce i prigionieri, fatte salve in ogni caso le necessarie garanzie a tutela degli imputati. La "guerra al terrorismo" sembra prescindere da tutte le regole stabilite. La guerra in Irak, illegittima e illegale, continua a seminare sofferenze. Occorre un risveglio delle coscienze individuali (dei singoli) e collettive (degli Stati). 

Cornelio Sommaruga


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