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Washington Metà dell’America si è scandalizzata per le torture in Irak. È la parte che si riconosce nelle dichiarazioni del senatore democratico Ted Kennedy: «Il simbolo degli Stati Uniti non è più la Statua della Libertà. È l’immagine di un iracheno incappucciato e minacciato di folgorazione». L’altra metà si esprime attraverso il senatore repubblicano James Inofhe: «Sono indignato per l’indignazione di certa gente, piuttosto che per il trattamento dei detenuti. Non erano in galera per infrazioni al codice stradale. Sono ribelli, terroristi, assassini». Il video della decapitazione dell’ostaggio americano Nicholas Berg ha dato un peso maggiore agli argomenti del presidente George Bush. «L’odio dei terroristi», ha detto Bush, «non potrà essere placato da concessioni. Contro il terrorismo dobbiamo rimanere all’offensiva, ed è quello che le nostre forze stanno facendo in Irak». Bush ha promesso di punire i colpevoli delle torture, ma ha sostenuto che il ministro della Difesa Donald Rumsfeld sta facendo «un lavoro superbo».
La giustizia militare procede lungo binari tracciati dal Governo. Uno dei sette soldati sotto accusa, Jeremy Sivits, ha accettato di dichiararsi colpevole in cambio della garanzia che la pena sarà inferiore a un anno di carcere. Testimonierà alla corte marziale contro i sei complici. Janis Karpinski, la donna generale che comandava le guardie carcerarie, è stata rimossa dall’incarico. La Casa Bianca e il Pentagono non ammettono responsabilità a un livello superiore al suo. Seymour Hersh, il giornalista del New Yorker che per primo denunciò il massacro di My Lay, in Vietnam, ha scoperto una pista che conduce al ministro della Difesa Donald Rumsfeld e al sottosegretario Stephen Cambone, responsabile dei servizi segreti. Un programma segreto chiamato Copper Green ("Verderame"), approvato dal ministro, «incoraggiava violenze fisiche e umiliazioni sessuali dei prigionieri iracheni per ottenere informazioni sui ribelli». Rumsfeld non si fidava del direttore della Cia George Tenet e per bilanciare il suo potere aveva creato un nuovo posto di sottosegretario dei servizi segreti. Stephen Cambone non aveva esperienza nel campo dello spionaggio, ma era un fedelissimo del ministro. Il suo consigliere militare, generale William Boykin, si fece subito notare con un discorso in cui paragonò la religione musulmana al culto di Satana. Era l’autunno del 2003. La rivolta in Irak prendeva piede. Il Governo americano voleva catturare Saddam Hussein. La punta di un iceberg Secondo il New Yorker, per ordine di Cambone gli interrogatori nel carcere di Abu Ghraib vennero affidati agli elementi più coriacei dei servizi segreti e a contrattisti privati con un folto pelo sullo stomaco, alcuni dei quali operavano sotto falso nome. Un gruppo di guardie carcerarie, richiamate alle armi per custodire i prigionieri, ebbe l’ordine di trattarli in modo da «facilitare gli interrogatori». Le fotografie che hanno fatto inorridire il mondo sono la punta di un iceberg. Foto e video molto più agghiaccianti sono tenuti segreti dal Pentagono, per timore delle reazioni nel mondo arabo. Ai parlamentari Usa sono state mostrate le immagini di un detenuto massacrato di botte, di una donna stuprata, e di violenze sessuali contro natura su uomini e bambini. In altri tempi l’America avrebbe forse reagito in piazza. Soltanto International Answer, un gruppo della sinistra extraparlamentare, ha indetto per il 5 giugno una marcia di protesta sul Pentagono. Il candidato democratico John Kerry, dopo aver chiesto le dimissioni del ministro Rumsfeld, ha scelto la cautela. Non vuole perdere i voti dei moderati. Ma l’indice di approvazione del presidente Bush è crollato al 42 per cento. Thomas Friedman, editorialista del New York Times, ha sostenuto con convinzione la guerra. Ora scrive: «È tempo di domandarsi se il cambiamento di regime a Baghdad possa avere successo senza cambiare il regime a Washington». Bruno
Marolo
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