![]() |
|
|
|
|
|
La battaglia di Nassiriya, con la morte del caporale del Reggimento Lagunari "Serenissima" Matteo Vanzan, 23 anni, ha azzerato la montagna di parole scritte e dette da alcuni mesi sulla permanenza del contingente italiano in Irak. Ne ha messo in luce l’ambiguità di fondo: che la nostra fosse una missione di pace, di sicurezza, di addestramento alla democrazia in un Paese che la voleva. Abbiamo capito in tre giorni di battaglia a Nassiriya che tutto questo, semplicemente, era quello che noi dicevamo, o desideravamo, ma non era vero. Non per colpa nostra, ma perché le circostanze non permettevano che fosse vero. In Irak c’era e c’è una guerra, alla quale la maggioranza degli italiani era contraria, come lo erano la maggioranza dei cittadini dei Paesi europei e moltissimi cittadini americani. Una guerra sbagliata perché fondata su alcune menzogne e perché si concentrava in un Paese, quando il nemico era, ed è, diffuso dappertutto nel mondo arabo e/o musulmano, dal Marocco all’Algeria, alla Palestina, fino alle Filippine. Una missione di pace, affidata a corpi militari, presuppone che non ci sia bisogno di armi pesanti, di tipo offensivo, ma di un’intendenza di carattere umanitario, tutelata con armi leggere contro possibili attacchi di una minoranza riottosa o terrorista. Non esige molti uomini, ma piuttosto elementi specializzati. E soprattutto richiede una conoscenza accurata dell’ambiente in cui si va a operare con fini pacifici. Ma adesso si scopre che, dai famosi pensatori neocon che costituiscono la corte intellettuale dell’attuale Casa Bianca e del Pentagono, fino ai nostri governanti e ai loro bellicosi sostenitori sui giornali e alle Tv, nessuno sapeva o ricordava sull’Irak l’essenziale. E cioè che si trattava di un Paese in cui una dittatura di ferro, dura e crudele, teneva sotto controllo una miriade di forze religiose, etniche, tribali, nessuna delle quali ha la minima predisposizione alla democrazia quale noi la viviamo, come dimostra l’uccisione di Abdul Zahra Othman Mohammad, presidente del Consiglio di Governo iracheno, morto per l’esplosione di un’autobomba a Baghdad. Così capita quello che doveva capitare: che i nostri soldati siano attaccati a colpi di mortaio e di cannone e rispondano al fuoco con le loro armi leggere, e soccombano, sebbene dimostrino coraggio e spirito di sacrificio. Secondo un portavoce del nostro contingente, gli assalitori di Nassiriya non sono più di 200 miliziani, ben addestrati, ben armati e diretti da una centrale, gli sciiti estremisti di Moqtada al Sadr, che dal canto loro tengono in scacco gli americani nelle città sante di Kerbala e Najaf. Ma non sono soli: hanno l’appoggio sia di molti sciiti "moderati" sia del Consiglio degli ulema sunniti, loro tradizionali, secolari avversari religiosi. Questo è purtroppo l’Irak da cui, secondo il Times di Londra, i grandi strateghi Bush e Blair stanno cercando un modo non indecoroso di venir via, mentre Berlusconi chiede lumi a Washington e il nostro Centrosinistra continua a farci credere di sperare nelle Nazioni Unite, di cui non si ricorda finora una sola impresa nemmeno lontanamente paragonabile a quella che sarebbe necessaria oggi in Irak. La cosa più ragionevole, anche se umiliante, detta in questi giorni in Occidente è la frase del segretario di Stato americano Colin Powell: «Se gli iracheni non ci vogliono, possiamo anche andarcene». Ma, in effetti, andarsene oggi è moralmente e politicamente difficile (per le conseguenze di quella che apparirebbe una fuga obbligata e non un ritiro volontario), almeno quanto è difficile restare. Beppe
Del Colle
|