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Sull’orizzonte di campi dove l’occhio si perde spuntano qui e là gruppetti di donne. Si avvicinano lentamente alla modesta scuola di Sidi Boumehdi e nella luce del primo pomeriggio risaltano le loro djellaba (tuniche) colorate e gli hijab (veli) multicolori che nascondono orecchie e capelli. Alla fine, nell’aula dalle seggiole basse siedono una trentina di donne, con alcune ragazze e qualche bambina. Solo un paio di anziane si copre il viso, mentre le altre si guardano intorno con timidezza e fiducia. Quella fiducia che ravviva gli occhi dei poveri quando possono sperare in qualcosa o in qualcuno. Siamo in un quartiere del comune di Sidi Boumehdi e per quartiere si intendono la scuola prefabbricata, un pozzo e case senza luce né acqua disperse nella campagna. In primavera le colline dell’interno del Marocco sono un incanto di colori, ma la bellezza del paesaggio inganna sulla realtà della vita qui. Non a caso il territorio è chiamato Beni Meskine, che significa "popolo povero"; il terreno coperto per qualche mese l’anno di erba e fiori è poco più di una pietraia e produce quasi solo cereali; la povertà dell’economia fa sì che la maggioranza degli uomini emigri, in particolare verso l’Italia. L’analfabetismo, che riguarda il 70 per cento della popolazione, tocca tra le donne il 90 per cento. Ed è a loro che nell’aula della scuola il medico Omar spiega quei rudimenti d’igiene sanitaria e varietà alimentare che possono migliorare la vita loro e dei figli anche con pochi mezzi, visto che il reddito medio è di un euro al giorno. Beni Klough, il primo risultato Il corso, previsto per più comuni, è una delle attività promosse in questo vasto territorio rurale del Marocco, a metà strada tra Casablanca e Marrakech, dall’associazione italiana "Soleterre – strategie di pace". Una onlus non grande e con soli tre anni di vita, ma dalle idee chiare. «La nostra filosofia è creare e seguire progetti a termine, che poi siano in grado di funzionare da soli», chiarisce il presidente Damiano Rizzi. Tre i settori nei quali è impegnata Soleterre sul territorio di Beni Meskine: salute, istruzione e lavoro, specialmente lavoro femminile. Con progetti di dimensioni e durata limitate, perché le istituzioni e la gente del luogo possano proseguirli con le proprie forze. Il risultato più tangibile ottenuto in pochi mesi in collaborazione con il Governo marocchino è stato la ristrutturazione del centro sanitario di Beni Klough, a qualche decina di chilometri dal capoluogo della provincia, Settat. Le stanze ridipinte di fresco in bianco e blu cobalto, colori tipici delle costruzioni nordafricane, ospitano letti e attrezzature nuovi: quanto di più lontano si possa immaginare da ciò che videro qui, solo nell’ottobre 2003, Damiano Rizzi, la responsabile di Soleterre a Settat, Faustina Fabbri, e un funzionario della fondazione Unidea, che finanzia in buona parte i progetti di Soleterre nella zona di Beni Meskine. «Era il centro sanitario messo peggio di tutta l’area: sporco, senza frigorifero per i vaccini, con materassi fatiscenti buttati per terra», racconta Rizzi. «In passato serviva soprattutto per parti e pediatria, ma le donne non ci venivano più perché era malmesso. E questa è una zona dove si muore ancora troppo di parto». L’ospedale non ha mai chiuso durante i lavori e man mano le gravide e le partorienti hanno ripreso a frequentarlo, tanto che ora – accogliente e funzionale – ospita quattro parti al giorno. A disposizione c’è anche un’autoambulanza donata dalla Croce Bianca e dal Comune di Landriano, in provincia di Pavia; è dotata di impianto di rianimazione e offre trasporto gratuito, due elementi di assoluta novità per la zona. Il buon esito dell’intervento a Beni Klough farà sì che ristrutturazione e adeguamento riguarderanno a breve un altro centro sanitario del territorio di Beni Meskine, quello di Dar Chaffai, dove è primario quello stesso dottor Omar Hassoune che gira per i villaggi insegnando a donne e uomini i rudimenti dell’igiene sanitaria. Dar Chaffai è mantenuto in condizioni dignitose grazie all’impegno umano e professionale del giovane medico, figlio di un ex parlamentare che è tuttora sindaco di questo paese, sparso su un territorio enorme di colline riarse dal sole. 65 paia di stivalini colorati La mancanza cronica di acqua affligge anche l’ospedale: «Vorremmo creare tre pozzi che funzionino con una pompa elettrica, ma non ci arrivano fondi dal ministero», fa notare Omar, che ha scelto di lavorare in un paese dell’interno e non nella città di Settat, «perché così posso essere più utile alla gente». Con i cooperatori italiani si conoscono e si stimano già: potranno fare un buon lavoro a Dar Chaffai, anche riattivando fondi e iniziative pubblici. A volte, però, si è scossi da emergenze che rappresentano la normalità per tante famiglie costrette a vivere, appunto, con un euro al giorno. Come quando, all’inizio dello scorso inverno (e qui gli inverni sono davvero inclementi) Faustina Fabbri capitò in visita di ricognizione nella scuoletta disastrata di Sad, un quartiere di Beni Klough. Era un giorno di pioggia gelida e sferzante e Faustina notò che i 65 scolari erano tutti a piedi scalzi. Le si strinse il cuore. Così prese i soldi con cui avrebbe dovuto comprare l’arredamento della sua sede, che è anche la sua casa, e li investì in 65 paia di stivalini colorati che provocarono tanti sorrisi felici. Quella piccola scuola è tuttora molto malmessa, senza acqua né luce, e sarà la prima delle 22 che Soleterre contribuirà a ristrutturare. Ora i bambini consumano lì i pranzi ben miseri e uguali ogni giorno: un quarto di pagnotta, un cucchiaio di lenticchie e due sardine. Perciò (tenuto conto che per molti è il solo pasto della giornata), l’associazione italiana sta varando una campagna di adozione a distanza dall’Italia che permetta a loro e ad alunni di altre scuole in condizioni simili di avere pasti decenti. La biologa e l’imprenditrice pentita Ma siccome insegnare a pescare è utile quanto e più del dare il pesce della sopravvivenza quotidiana, l’incoraggiamento al lavoro, in particolare femminile, è un’altra leva per gli interventi delle Ong italiane in questa zona. Perché le donne? Perché, per il costume (e fino a pochi mesi fa anche per la legge), nella società marocchina sono la metà più angariata del cielo. Ma anche perché nella zona di Beni Meskine l’emigrazione degli uomini le lascia in condizioni di povertà e bisogno ancora più accentuate. Un esempio positivo è offerto dall’atelier di tessitura Rahafaz, nel comune di Sidi Boumehdi, originato nel 2001 da un’iniziativa dell’ong Cefa di Bologna e del dipartimento di artigianato della provincia di Settat. Prima poche donne, poi sempre di più, hanno perfezionato la capacità di tessere la lana delle pecore Sardi della zona, traendone coperte e tappeti tipici dell’artigianato locale. Il salto di qualità è avvenuto grazie all’interessamento di Soleterre per vendere i prodotti in Italia, attraverso il circuito delle botteghe "Chico Mendes" del commercio equo e solidale. La quantità e la costanza degli ordinativi italiani hanno permesso a Rahafaz di diventare una cooperativa, alla quale appartengono e per la quale lavorano 37 donne. Guadagnano 2,80 euro al giorno, pari al doppio della media locale, e lavorano per cinque giorni la settimana. «Questa è la prima cooperativa femminile della provincia di Settat e il guadagno è molto importante per le socie, anche perché sono quasi tutte donne in condizioni svantaggiate. Utilizzano i soldi per le medicine, per la casa, per mandare a scuola i figli», spiega la loro presidente, Rachida, una laureata in biologia che ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia di mentalità aperta, che le ha permesso di studiare. Ora utilizza l’istruzione persino per dare una mano alle più sfortunate, «perché le donne sono molto interessate a migliorare la propria condizione». Rachida è una donna protagonista, in questa regione povera e tradizionale. Un modello per molte altre. Come lo è, benché straniera, Faustina Fabbri, che lavora 14 ore al giorno e riesce a imporre ritmi serrati anche alla manodopera locale. Fa persino sorridere vedere gli uomini di tutti i livelli con i quali è a contatto, dal manovale al governatore, trattarla con deferenza e rispetto. Pure accettarne gli ordini, quando è il caso. Perché Faustina ha savoir faire, ma soprattutto ha il piglio del capo. Nei suoi 36 anni di vita, ha avviato e condotto al successo varie imprese, da uno studio di commercialista a Roma all’espansione della società familiare d’impiantistica, a un bed & breakfast in Piemonte. Finché si è buttata alle spalle i successi del profit, i tailleur e le cene al Rotary per vivere del lavoro nella cooperazione in Marocco. Ha conservato la casa a Roma, perché «io non faccio mai scelte di non ritorno», spiega. «Ma una cosa la so: voglio rimanere nell’ambito della cooperazione. Il mondo del profitto non mi interessa più». Rosanna
Biffi
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