È
una straordinaria godùria dell’anima l’esistenza di superstiti libri
che ti spingono a leggere in ogni minuto che hai, senz’altro fine che il
piacere di farlo, come in estate un bicchiere d’acqua non è il sistema
per spegnere la sete, ma piuttosto l’attimo e il gesto di berlo. Ancor
più quando il libro in questione è impregnato di cultura e di quell’ironia
che permette di trasformarla in un caleidoscopio di allusioni e riferimenti,
in un gioco di prestigio dell’intelligenza.
In breve: non fatevi scappare L’ombra del vento di
Carlos Ruiz Zafón, autore di libri per ragazzi, alla prima prova per
adulti, ammesso che il termine adulti non sia limitativo per lettori come
quelli che dicevamo. Siamo a Barcellona nel 1945, tra le fatiche economiche
e morali del dopoguerra e i crudeli rancori del franchismo. Daniel, figlio
di un mite libraio, viene introdotto dal padre al Cimitero dei libri
dimenticati, luogo segretissimo custodito da un cerbero col cuore d’oro,
dove riposano i libri che nessuno ha voluto. Il ragazzo ha diritto ad
"adottare" un libro e lui sceglie quello dello sconosciuto
romanziere Julian Carax.
Il romanzo, L’ombra del vento, appunto, si rivela
magnifico, appassionante, di quelli che si fanno divorare. Daniel non può
fare a meno di chiedersi come e perché un simile prodigioso narratore sia
non solo finito nell’oblio ma sia stato addirittura perseguitato, e con
lui la sua opera, la sua memoria, il suo stesso ricordo. Al punto che un
misterioso e temibile piromane si aggira per Barcellona al solo scopo di
bruciare ogni singola copia di ogni singolo libro del povero Carax.
Un indizio dopo l’altro, il figlio del libraio sprofonda
in una vicenda in cui entra tutto, dall’amore alla vendetta, dalla
politica all’amicizia, dalla follia alla passione. Per scoprire infine, e
dopo inenarrabili (se non sei bravo come Zafón...) peripezie, che il
segreto di Julian Carax è ancora nascosto in una villa abbandonata del
Tibidabo. Date retta, questo di Zafón è un libro splendido, con una
Barcellona favolosa nel doppio ruolo di palcoscenico elegante e antro
misterico, personaggi incisi nella quercia della migliore fantasia, colpi di
scena a profusione e un respiro (la storia si conclude nel 1966) che oggi è
prerogativa di pochi narratori.
Si è parlato per questo romanzo di feuilleton. Vero,
c’è Dumas da qualche parte. Ma un Dumas che ha letto Freud, visto i film
di Kubrick e assaporato i palleggi di Maradona. Leggere per credere.