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In Italia la famiglia non è sostenuta a sufficienza. Le politiche familiari sono molto al di sotto delle medie europee. Nel nostro Paese nascono pochi bambini, meno che in qualunque altra parte del mondo... Grazie anche alle parole che Giovanni Paolo II ha pronunciato in occasione della recente Giornata per la vita, si è fatta più pressante nelle ultime settimane la sottolineatura del ruolo decisivo per la società della famiglia e la richiesta di misure a suo favore.
Niente di meglio che affrontare questo tema con chi, di fatto, può passare dalle affermazioni di principio all’applicazione pratica. Roberto Maroni, classe 1955, sposato, con tre figli, ministro del Welfare, ha accolto (con grande disponibilità e anche rapidità) l’invito nella redazione milanese di Famiglia Cristiana, per sottoporsi a una serie di domande dei giornalisti, portavoce delle molte osservazioni che ogni giorno giungono al nostro settimanale, ma anche di due interlocutori rappresentativi del mondo associativo e scientifico: Luisa Santolini, presidente del Forum delle associazioni familiari, e il sociologo Francesco Belletti, direttore del Cisf, il Centro internazionale studi famiglia. Il punto di partenza non poteva che essere il tanto invocato cambiamento della politica fiscale, con l’introduzione del cosiddetto "quoziente familiare", su cui il ministro si è detto di recente favorevole. Suscitando molte speranze. «Riconoscere i diritti della famiglia dal punto di vista fiscale significa suddividere il reddito tra i vari componenti prima di calcolare le tasse; un metodo, applicato ad esempio in Francia, che comporterebbe grossi vantaggi per le famiglie più numerose. Si tratterebbe di un modo molto concreto, serio e moderno per dare attuazione all’articolo 29 della Costituzione».
«Io sono dell’opinione che lo preveda già, perché si tratta di una delega molto ampia. Però non è questo il punto. Se anche così non fosse, ma ci fosse la volontà politica, costerebbe pochissimo modificare la delega per ampliarne i margini».
«Il problema non è politico, perché in questa maggioranza una proposta del genere raccoglie un consenso pressoché unanime, e non è neppure giuridico né costituzionale, perché riguarda le famiglie basate sul matrimonio».
«Il nostro impegno è di fare in modo che entro la fine della legislatura questa norma diventi effettiva. C’è un "semplice" problema di risorse. Oggi non possiamo dire se la ripresa economica ci consentirà, nel giro di un anno o due, di avere risorse sufficienti per introdurre questa norma. Quello che io posso fare da subito è una "simulazione" per valutare quanto costerebbe alle casse dello Stato se l’applicassimo oggi. Ed è un incarico che ho appena dato al presidente dell’Inps, nel cui database ci sono i dati necessari per farlo. Nel giro di un mese avremo i risultati. Dopodiché saremo in grado di valutare che cosa è possibile fare, intervenendo magari anche sul regime delle detrazioni fiscali o di diversi sostegni di carattere finanziario ed economico».
direttore di Famiglia Cristiana, nella redazione di Milano.
«Proprio perché si tratta di una rivoluzione, non è così semplice da attuare. Nel nostro Libro bianco sul Welfare è previsto un progetto ampio e organico. Eravamo di fronte a una scelta: aspettare che ci fossero le condizioni per attuarlo tutto o cominciare ad anticipare alcuni interventi, come abbiamo fatto, rischiando di dare l’impressione di una politica disorganica. Del resto, l’assegno al figlio è la prima misura applicata anche nel sistema di protezione della famiglia francese, più avanzato del nostro e a cui guardiamo con grande interesse. Ma non dimentichiamo che si basa su una notevole spesa pubblica. Infatti i francesi hanno sforato il rapporto deficit-Pil del 3 per cento. Loro lo possono fare, perché non hanno il debito pubblico che abbiamo noi e hanno una spesa pubblica minore della nostra. Noi non possiamo dire: "Ci servono 10 miliardi di euro per fare un intervento a sostegno delle famiglie, li spendiamo e poi portiamo il nostro rapporto deficit-Pil dal 2,7 al 3,7": immediatamente avremmo ripercussioni fortemente negative sul debito pubblico. Sappiamo che i "mille euro" non sono che il primo passo, ma, assieme ad altre misure (interventi per gli asili nido, i mutui per la casa e altro), rappresentano l’importante novità di riconoscere come interlocutore la famiglia e non più il singolo individuo. Sarebbe illusorio annunciare una svolta e poi non poterla pagare, presentare una grande proposta di riforma che però non è finanziata. Allora è meglio non dirlo. È più onesto dirlo solo quando si ha la possibilità di farlo».
«Ma la rivoluzione copernicana che voi chiedete non può passare come un emendamento alla Finanziaria, con risorse da trovare qua e là. Comporta il reperimento di risorse ingenti, o far pagare queste diminuzioni di imposte sulle famiglie a qualcun altro. Sono scelte politiche rilevanti. Io sono comunque ottimista, perché nel programma della Casa delle libertà si parla proprio del reddito familiare: quindi il principio è già condiviso all’unanimità dalle forze politiche della maggioranza».
«Il problema deriva dal fatto che questa linea condivisa sembra contrastare con l’altra grande linea politica del Governo, che è quella di ridurre la pressione fiscale. Tremonti si è opposto, per esempio, al finanziamento della legge sulla non autosufficienza, che noi abbiamo valutato come costo in sei-sette miliardi di euro all’anno, con l’introduzione di una "imposta di scopo", che dicesse ai cittadini: "Vi faccio pagare tot euro l’anno, non per finanziare, ad esempio, gli stipendi degli statali, ma per far partire questo progetto preciso". Io credo che sarebbe stata percepita bene, però, siccome la filosofia del Governo è ridurre la pressione fiscale, è stato detto di no. Questo è il nodo vero che dovremo sciogliere».
«Per trovare i soldi io una soluzione l’avrei: andare a recuperare in modo significativo l’area del lavoro nero. Lì c’è un serbatoio, stimato dall’Ocse, di 400 miliardi – non milioni ! – di euro l’anno. Siamo secondi in Europa, dopo la Grecia, in questa classifica negativa. Se riuscissimo a far "emergere" anche solo il 15 per cento, recupereremmo qualcosa come 200 miliardi...».
«Questo è l’anno giusto per intervenire, anche perché è l’Anno internazionale della famiglia. Non sono pessimista, perché la maggioranza della Casa delle libertà riconosce la famiglia come "società naturale fondata sul matrimonio". Questo è fuori discussione ed è importante, perché è invece il problema che ha impedito al ministro Livia Turco, che pure aveva studiato delle iniziative rilevanti a sostegno della famiglia, di procedere. Ogni volta si scontrava con la componente di quella maggioranza che diceva: no, la famiglia è anche la coppia di fatto, il single eccetera».
«Non vogliamo imporre e definire a priori servizi che siano già incasellati in percorsi fissi, ma offrire opportunità diverse nel contesto delle politiche e far sì che le famiglie possano scegliere. All’interno di tutti i provvedimenti che sono stati assunti in questo ultimo triennio, sia sul versante delle azioni a sostegno della natalità sia su quello del sostegno alle persone con disabilità, se n’è tenuto conto. Un esempio significativo credo sia proprio la riforma dei servizi socioeducativi alla prima infanzia, che è stata recentemente approvata: accanto agli asili nido tradizionali pubblici si è definita un’articolazione di attività, dalla tata condominiale agli asili aziendali che, oltre ad ampliare la gamma delle possibilità, vanno anche a valorizzare quelle che sono le risorse specifiche della comunità e, più in particolare, delle famiglie. Mettendosi assieme sono in grado di fornire esse stesse servizi di elevata qualità, di grossa attenzione rispetto ai bisogni dei bambini e di azione a 360 gradi su un percorso di carattere educativo».
del ministero del Welfare; Maroni; Maurizio De Paoli e Renata Maderna di Famiglia Cristiana.
«Ma ricordiamoci che il il Fondo delle politiche sociali è gestito dalle Regioni. Faccio un esempio: noi l’anno scorso per la prima volta abbiamo cofinanziato, con 15 milioni di euro, progetti studiati e da realizzare dai Comuni per il cosiddetto "Dopo di noi", strutture per l’assistenza di persone disabili. Abbiamo fatto un bando dicendo: "Comuni e Province interessate mandateci i vostri progetti, noi li valutiamo e li cofinanziamo. Vi regaliamo 15 milioni di euro, poi fate voi". Ebbene, questo provvedimento è stato impugnato davanti al Tar dalle Regioni, che si sono sentite scavalcate e hanno affermato che dovevamo dare i soldi alla Conferenza delle Regioni, perché toccava a loro decidere chi finanziare. Vi sembra possibile una cosa del genere?».
«Diciamo che è una proposta creativa... Io ho un conflitto di interessi, perché ho tre figli, quindi dovrei dire che sono favorevole. Credo che sia una provocazione interessante perché si apre un dibattito: oggi è acquisito che la famiglia va sostenuta economicamente e finanziariamente, come si sostiene da una decina d’anni, e anche, come si è compreso più tardi, con un sistema di servizi. Ora sembra che si aprano prospettive diverse, che riguardano anche l’esercizio dei diritti. Non so che cosa ne penserebbe un costituzionalista. Non posso negare che ho qualche perplessità..., ma mai chiudere la porta davanti agli atteggiamenti creativi». Renata
Maderna
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