Famiglia Cristiana OnLine

 

 
In famiglia
di Giordano Muraro
Teologo


IL CASO DELLA DONNA CHE RIFIUTA DI FARSI AMPUTARE UN ARTO

LA VITA È UN DONO PREZIOSO
CHE VA PROTETTO

Il caso della donna di Milano che preferisce morire anziché farsi amputare il piede in cancrena, e quello della signora di Roma, testimone di Geova, che rifiuta le trasfusioni di sangue, fanno discutere. La gente si chiede perché queste persone preferiscano morire anziché sottoporsi agli interventi medici.

Per quanto è possibile sapere, la signora di Milano rifiuta la protesi non solo per i disagi a cui sarebbe costretta dopo l’amputazione del piede – sarebbe un motivo insufficiente –, ma perché crede nella reincarnazione, e pensa che dopo la morte vivrà una vita migliore di quella prospettata dai medici dopo il loro intervento. Così pure la signora di Roma rifiuta le trasfusioni perché ritiene che siano proibite da Dio: accettare una trasfusione significherebbe vivere una vita fondata su una disobbedienza a Dio, il che per lei è inaccettabile.

Non sono ragioni futili, e possono fondare un serio giudizio di coscienza, anche se noi e il buonsenso della gente le riteniamo errate. Però contro la coscienza non si può andare, anche quando sbaglia. Neppure la società può costringere un paziente ad accettare le cure necessarie che in coscienza rifiuta, eccetto il caso in cui il malato non è capace di intendere e di volere, o quando la sua decisione di rifiutare le cure coinvolgerebbe la vita di altre persone, come nel caso di una madre che con la morte priverebbe i figli della sua presenza e delle sue cure, o nel caso di una persona che è portatrice di malattie contagiose, o in casi simili. L’unico modo umano per uscire da questa situazione è quello di correggere l’errore della coscienza. Questo può avvenire o attraverso la prevenzione, cioè nel tempo in cui nella persona si formano queste convinzioni; o con la persuasione, cioè creando degli anticorpi di tipo affettivo e razionale che facciano percepire la vita come una vita amata e come un dono prezioso per il proprio bene, e per quello delle persone che ci circondano.

Spesso le ragioni del cuore sono più convincenti di quelle della ragione. E il fatto di sentirsi amati o di sentire che il proprio amore è necessario per la vita di altri diventa un argomento che porta a rivedere le proprie posizioni e a superare perplessità e indecisioni. Nonostante la buona fede di queste persone, noi riteniamo che si tratti di una coscienza errata. Ciò risulta sia da una riflessione sul rapporto che Dio ha con noi, sia da una riflessione razionale sulla vita. Dio è il Dio della vita e non della morte. Dona alle sue creature la vita perché se ne servano per il proprio bene e quello dei fratelli. Ci affida gli uni agli altri, e ognuno con la sua vita diventa una ricchezza per la vita delle persone che incontra e con cui vive. Anche con la semplice ragione, la persona percepisce che non è stata lei a darsi la vita, ma l’ha ricevuta e dovrà rendere conto del come l’ha vissuta e spesa. Non solo: dovrà rendere conto anche di come l’ha protetta, curata, difesa, specie quando incontra la fatica e la sofferenza.

La virtù della fortezza fa parte del corredo normale della persona vera. Arrendersi di fronte alle difficoltà non significa vivere umanamente la propria vita, ma fuggire dalla vita. Solo nel caso in cui le cure non sono proporzionate perché inutili, costose, pesanti da sopportare e senza risultati apprezzabili, è possibile rifiutarle. Ma non certamente quando servono a tutelare la vita, anche se producono qualche menomazione. L’accanimento terapeutico non ha senso; mentre hanno senso le trasfusioni e le amputazioni per salvare la totalità dell’organismo umano.

Anche in questo caso si vede come il cristianesimo esprima una concezione equilibrata della vita umana. La vita è un dono prezioso che deve essere protetto, difeso, curato. Il giudizio sulla sua importanza e sulla sua conservazione deve essere formulato tenendo conto non solo della propria persona, ma anche delle persone con le quali viviamo. Allo stesso tempo non è il bene più prezioso che deve essere conservato persino quando si ritorce contro la persona. È il caso dell’accanimento terapeutico, in cui la conservazione della vita va contro la vita stessa.

 Giordano Muraro
  
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