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INIZIATIVE "LA BELLEZZA DI DIO": IL DECIMO VOLUME È DEDICATO AL ROMANICO IN EUROPA IL BESTIARIO DELL’ARTE I capitelli scolpiti diventano allegorie cristiane. Il monaco "rumina" la parola di Dio copiando e miniando codici preziosi. Chiara Frugoni, già docente di Storia medievale all’Università di Roma, ci introduce a Il Romanico in Europa, la settimana prossima con Famiglia Cristiana.
«Nell’XI secolo la straordinaria spinta a costruire chiese e cattedrali fu resa possibile sia dal ritrovamento di cimiteri romani, che fornirono materiali da costruzione (lapidi e sarcofagi), sia dal miglioramento delle condizioni climatiche che favorì l’agricoltura, l’alimentazione e l’incremento demografico, portando lavoro e ricchezza».
«In Europa hanno grande sviluppo le sculture, mentre in Italia predomina l’affresco: quello, per esempio, del Giudizio universale che, in controfacciata, è l’ultima immagine che il fedele vede uscendo dalla chiesa. Nelle cattedrali europee, protagonisti sono i grandi portali scolpiti con le scene dell’Apocalisse, con le loro terrificanti visioni».
«I bestiari medievali sono piccoli libretti con illustrazioni e descrizioni di animali, veri o leggendari: il mitico grifone, per esempio, o il pellicano amoroso che nutre con il proprio sangue i suoi piccoli. Le caratteristiche di questi animali vengono utilizzate nella predicazione per trasmettere e memorizzare concetti cristiani: il pellicano è Cristo che salva con il suo sangue gli uomini; la leonessa che partorisce i cuccioli morti e che, dopo tre giorni, li risveglia con il suo fiato, è ancora immagine di Cristo che risorge e dà la vita ai morti. Nei bestiari, però, la simbologia è soprattutto negativa, legata ai vizi e al demonio. Il fatto di rappresentare queste mostruosità fuori dagli edifici sacri voleva sottolineare il fatto che, se all’esterno il mondo è malvagio, all’interno della Chiesa il fedele poteva trovare salvezza. La profusione di immagini fu una caratteristica dell’Ordine cluniacense, che abbellì i suoi edifici di oro e sculture coloratissime. San Bernardo di Chiaravalle, invece, sottolineò nell’arte l’aspetto penitenziale e di rinuncia alle ricchezze: le chiese cistercensi privilegiavano la nuda struttura architettonica, raggiungendo risultati di straordinaria purezza di linee».
«Il Medioevo ha traghettato la cultura antica fino ai nostri giorni: senza i manoscritti dei monaci, oggi noi non conosceremmo Cesare o Cicerone. Gli originali che possediamo di questi autori, infatti, sono rarissimi e di solito in pessime condizioni».
«I monaci scrivevano appoggiati sulle ginocchia o su scomodi scrittoi, e ciò costituiva una fatica enorme: molti manoscritti contengono la supplica che questa fatica ottenga al monaco il premio del Paradiso. "Tre dita scrivono ma tutto il corpo curvo soffre", si diceva. Questa scrittura faticosa e lenta, impensabile ai nostri giorni, aveva come scopo quello di "ruminare" la parola sacra: trascrivere era una continua preghiera, ed era questo il vero lavoro del monaco. L’Ora et labora benedettino in realtà aveva questo significato, mentre il lavoro dei campi era affidato a conversi o servi».
«La preparazione della pergamena era lunga e costosa: si pensi che per fare una Bibbia occorrevano circa cento pecore: un intero gregge! Il monaco scriveva "con due mani": nella destra impugnava il calamo, cioè una cannuccia vuota e appuntita, o una piuma d’oca, nella sinistra il raschietto serviva per cancellare gli errori di scrittura».
«Nel Medioevo il leggere e lo scrivere non andavano di
pari passo. Per copiare i testi sacri e cantare l’ufficio divino, i monaci
dovevano conoscere il latino scritto e parlato. La gente comune, invece, non
sapeva scrivere ma sapeva leggere; prima studiava i salmi a memoria e poi,
piano piano, imparava a ritrovare quei testi studiati sui manoscritti. Lo
stesso Carlo Magno, che oltre alla nativa lingua germanica parlava e leggeva
correntemente in latino e in greco, non sapeva scrivere. Soltanto in tarda
età, come narra il suo biografo Eginardo, Carlo Magno teneva delle
tavolette sotto il cuscino per esercitarsi la sera; ma, a parte il suo
monogramma, a scrivere non imparò mai».
Alfredo Tradigo
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