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Spettacoli.
di Gigi Vesigna


MUSICA
INTERVISTA CON GIANNI MORANDI, CHE STA PER PARTIRE 
PER UN GIRO DI 60 CONCERTI


«VADO ANCORA A 100 ALL’ORA»

Dal primo disco, inciso quand’era poco più che un bambino, a quest’ultima tournée in tutta Italia. A 59 anni, il ragazzo di Monghidoro non vuole saperne di rallentare.

San Mauro Mare, Dancing Arlecchino, estate 1961: i cartelloni annunciano l’esibizione di Gianni Morandi, il "Paol Anka italiano", con il nome del famoso cantante americano scritto come si pronuncia. Per raccontare la storia di quel "Paol Anka" di Monghidoro, alla vigilia di una serie di 60 concerti – dal 16 gennaio a Firenze fino a Torino il 17 maggio –, è quasi d’obbligo raccontare le sue numerosissime "turné", parola già volgarizzata dal regista premio Oscar Gabriele Salvatores in un film intitolato, appunto, Turné.

  • Gianni, te la ricordi la prima?

«Nel 1955 – avevo 11 anni – il proprietario dell’unico cinema di Monghidoro, Ubaldo Fabbri, soprannominato "Gelati", mi invita a cantare dopo lo spettacolo. E lì farò anche il mio primo "ultimo dell’anno", cantando canzoni di Villa e Tajoli. Ormai sono lanciato e canto anche all’albergo Quattro Mori. Ma, nel pomeriggio vendo bibite e gelati negli intervalli tra un film e l’altro...».

  • Va bene, sei un ragazzo prodigio. Ma la tua prima "turné"?

«Più che una serie di spettacoli itineranti, accade al Festival dell’Unità, prima di un comizio con Pajetta. Vengo presentato alla maestra Alda Scaglioni, titolare di un’orchestra di ben sei musicisti, che mi "scrittura" per affiancare il cantante del gruppo, Renzo Angelucci, che con la Scaglioni sarà il mio maestro. Il debutto è in una Casa del popolo ad Alfonsine, vicino a Ravenna, e da lì tre anni interi di "turné" con punte di "mondanità" al Caffè turismo in estate, a Riccione. Compenso mille lire, tutto compreso. Mi ricordo che facevamo i salti mortali per starci dentro».

Poi, finalmente, il provino alla Rca. Gianni incide il suo primo disco, Andavo a cento all’ora, quindi Go Kart Twist e, finalmente, quel Fatti mandare dalla mamma che, inciso nel 1962, è ancora sfruttato per uno spot televisivo...

Morandi contro Schumacher in una partita tra le Nazionali cantanti e piloti.
Morandi contro Schumacher in una partita tra le Nazionali
cantanti e piloti
 (foto AP).

Ride, ricordando, quel ragazzo di 59 anni che gioca al pallone senza apparente fatica, e conserva gli entusiasmi e i timori dei primi successi. Renato, il papà ciabattino con la musica nel sangue, cura i suoi interessi depositando sino all’ultima lira su un libretto al portatore.

  • Da allora a oggi: è un anno che sei lontano dal palcoscenico, sei sparito dopo il sabato sera della Lotteria con la Cuccarini e la Cortellesi. Ti accusarono di presenzialismo...

«Può darsi che avessero ragione, ma lo spettacolo si chiamava Uno di noi, sul biglietto della Lotteria c’era la mia faccia, non potevo risparmiarmi. Comunque, è vero, la mia lontananza è anche stata causata dalla fatica e dallo stress di quell’impegno troppo lungo».

  • E quindi adesso ti vai a rigenerare cantando di fronte al tuo pubblico...

«Sì, ne ho bisogno. Il pubblico è come una cura ricostituente. Manco da tre anni all’appuntamento con una tournée e stavolta ho scelto piccoli spazi dove proporre quasi un recital. Mi accompagneranno due soli musicisti, Adriano Martino alla chitarra acustica e Alessandro Gwiss al pianoforte. E ci sarà la bella voce di una ragazza che credo abbia molto talento, Federica Camba».

  • Ripensa a quella prima tournée con l’orchestra Scaglioni e...

«Mi ricordo che puntavamo basso; portavamo sulla stessa macchina, una 1400 Fiat, tutti gli strumenti che, fatti scendere dal bagagliaio, montavamo noi sulla pedana. Ci fermavamo dove c’era un po’ di gente interessata...».

  • Hai vinto il Cantagiro, hai venduto milioni di dischi, sei andato spesso anche in "turné" all’estero. Quelle non entrano nel tuo album dei ricordi?

«Come no! Nel 1964, io e 11 miei colleghi, tra cui Gino Paoli, Nico Fidenco, Gianni Meccia, Michele, Jimmy Fontana, per 40 giorni ci esibimmo in Giappone. Ci aveva seguito persino un fotografo, un certo Gianni Boncompagni, e l’impresario era Adriano Aragozzini. Fu un’esperienza totale. Ma più ancora mi emozionai nel 1968, quando tenni da solo un concerto al Madison Square Garden di New York. Là dove, solo pochi mesi prima, s’erano affrontati Benvenuti e Griffith per il titolo mondiale! Da lì cantai a Boston, Chicago e Toronto».

  • Riassumendo a memoria, oltre quelle che mi hai rievocato, è corretto ricordare una lunga tournée negli Stati Uniti nel 1996 e una, nel 2000, solo in palazzetti dello Sport?

«Sì, ma aggiungerei quel tendone che mi azzardai a occupare da solo con la mia chitarra affrontando il pubblico in uno spettacolo che si chiamava Morandi sotto la tenda. A volte l’incoscienza viene premiata!».

  • Tu sei stato a Sanremo con Ruggeri e Tozzi e hai vinto con Si può dare di più, poi sei tornato con Barbara Cola e con Per amore sei arrivato secondo. Quindi da solo, con Innamorato scritta da Eros Ramazzotti, ti piazzasti terzo... Allora, quest’anno che fai?

«No, a Sanremo quest’anno non ci vado, anche perché sono in tournée, ma questa, devo ammetterlo, è soltanto una scusa. Non è detto che prima o poi non ci ritorni. Però, credimi, comunque sarà il prossimo Festival, cerchiamo di salvarlo. È un pezzo della storia e del nostro costume».

Gigi Vesigna

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