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INIZIATIVE IL QUARTO VOLUME DI "LA BELLEZZA DI DIO" RIVELA GLI SPLENDORI BIZANTINI QUELL’ARTE CHE SALVA La basilica di San Pietro ricostruita, gli splendidi mosaici di Ravenna e Monreale, le icone russe. Il Centro studi e ricerche Ezio Aletti a Roma si occupa di ecumenismo e arte sacra. Ne sono l’anima padre Tomàs Spidlík (gesuita e teologo di origine ceca) e padre Marko Ivan Rupnik, l’artista sloveno che ha relizzato per Giovanni Paolo II i mosaici della cappella Redemptoris Mater. A questi due sacerdoti abbiamo chiesto di introdurci alla lettura del nostro quarto volume: L’Arte bizantina.
«La cultura moderna, secondo il filosofo russo Vladimir Solov’ev, è spaccata in tre categorie: la scienza, la filosofia e la mistica. Non esiste più comunicazione tra queste tre realtà, nessuno pensa sia più possibile farne una sintesi teologica. La sintesi può compiersi attraverso la teologia della bellezza, che, al posto di considerare le cose una accanto all’altra, ci mostra nell’Uno tutto ciò che è "altro". Bellezza è saper vedere tutto in Cristo: "Chi vede me vede il Padre"».
«Se il volto di Cristo è questa bellezza, la Chiesa e in particolare la sua liturgia devono riflettere la bellezza della liturgia celeste. Non ha senso oggi rifare le icone, ma ispirarsi a esse per creare una nuova arte cristiana. Oggi le icone sono molto diffuse, ma la gente non sa leggerle e non capisce il loro linguaggio. L’icona davanti alla quale non si prega non è più icona, è come una finestra murata».
«Noi abbiamo perso il senso della Trinità, non crediamo più in un Dio che è Padre, Figlio e Spirito Santo. L’icona della Trinità mostra come queste tre Persone riescano a formare una unità, un solo Dio. Questa immagine è anche l’immagine della Chiesa, persone libere che formano una sola mente e un solo cuore, un solo popolo, come ha sottolineato la costituzione Lumen gentium».
«L’arte paleocristiana è concepita innanzitutto come spazio e occasione d’incontro. I primi cristiani, quando disegnano un pesce o lo incidono su una pietra, vogliono comunicare la loro adesione a Cristo e si riconoscono in quel segno di comunione che non si esaurisce in sé, ma rimanda ad altro. È la memoria viva di Cristo il vero perno dell’arte paleocristiana, e tutto questo viene espresso in un modo semplice e immediato, come se la sua presenza fosse ancora palpabile».
«L’arte bizantina è un’arte fondata sulla Sacra Scrittura, la divina Liturgia e la Tradizione. Queste tre realtà trovano unità nella vita spirituale. L’arte bizantina è, insomma, un primo grande tentativo di arte dove la regola della bellezza è veramente la teologia. Per la cultura bizantina l’arte non può essere solo mera espressione personale dell’artista, ma è comunicazione di misteri che trascendono l’individuo».
«Nella luce è creato tutto ciò che esiste, e, siccome tutto è stato creato in Cristo, la luce è Cristo; la luce è anche la vita, e il Signore della vita è lo Spirito che inabita nell’uomo creato a immagine del Padre. I colori sono testimoni della luce, la luce si vede nei colori: così i santi sono i testimoni di questa luce che è l’uomo nuovo in Cristo; la Chiesa è testimone per eccellenza della luce, presagio del cielo. San Giovanni Damasceno indicava l’oro come fedeltà, santità e amore perfetto di Dio. I mosaici di Ravenna fanno vedere in modo organico la luce che traspare, trasuda e vivifica tutto l’universo. Monreale e San Marco a Venezia sono già espressioni di una fase più tardiva, dove la forza delle pietre e degli smalti colorati perde la sua linfa vitale».
«I bizantini vedevano nel cubo il cosmo e nel cerchio il
cielo. La chiesa è costruita in modo tale che il cosmo entri nel cerchio,
cioè nella cupola da cui discende il movimento del Pantocratore, verso cui
converge tutto ciò che esiste. Questa ricapitolazione avviene nel mistero
pasquale, di cui la pianta a croce è la struttura fondante, l’abbraccio
cosmico al mondo. L’iconostasi è una finestra aperta sull’aldilà, che
rappresenta nelle forme e nei colori le cose come vengono viste da Dio: non
nasconde il sacrificio eucaristico ma aiuta a comprenderlo, rivela il volto
del mistero che si celebra sull’altare».
Alfredo Tradigo
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