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Il 19 dicembre di due anni fa, entrando in sala operatoria sognava di poter tornare a casa in tempo per festeggiare il Natale con Carmine, il figlioletto di un anno e mezzo. «Nessuno mi aveva garantito nulla e sapevo di andare incontro a un intervento sperimentale, il primo al mondo del genere. Ma ero ottimista: forse per la tranquillità e la sicurezza che i medici di Pavia, il professor Zonta in testa, mi avevano trasmesso, o forse perché volevo credere a tutti i costi nel futuro». Pasquale Toso, 48 anni, da Napoli, quel Natale lo ha invece passato al Policlinico San Matteo: dall’intervento è "riemerso" infatti a gennaio, e a casa è potuto tornare solo dopo 40 giorni. Quest’anno, assicura, a Natale farà una gran festa in famiglia: «Saremo una ventina e, mi creda, ogni anno la gioia è più grande. Soprattutto se penso che potrei da tempo non essere più qui».
Già, perché questo signore, che ha ormai ripreso anche a lavorare, colpito da un carcinoma del colon con una serie di metastasi al fegato, sapeva di avere pochi mesi di vita quando è stato ricoverato a Pavia, nel reparto di chirurgia epatopancreatica diretto dal professor Aris Zonta. E oggi è vivo, diciamo così, per miracolo. Un "miracolo" della scienza ancora tutto da verificare, ma che intanto gli ha regalato due anni di vita serena, e fino all’estate scorsa in totale assenza di malattia. Si chiama Bnct (Boron Neutron Capture Therapy) la cura cui Toso si è sottoposto: una terapia neutronica che sfrutta la grande capacità di assorbimento del boro 10 (un isotopo del boro) da parte delle cellule tumorali. Veicolato nell’organismo attraverso un aminoacido, la fenilalanina, questa sostanza viene assorbita dalle cellule neoplastiche cinque volte di più rispetto a quelle sane.
Spiega Zonta, che ha diretto l’équipe chirurgica del San Matteo: «Una volta asportato il tumore del colon, il fegato metastatico viene espiantato e bombardato, nel reattore nucleare, con un fascio omogeneo di neutroni che provoca la completa distruzione delle cellule neoplastiche, per disintegrazione del nucleo, per così dire, senza danno alle cellule sane». «Sì, perché l’azione terapeutica», spiega il professor Tazio Pinelli, direttore dell’équipe dell’Istituto di fisica nucleare di Pavia che ha irradiato il fegato del malato, «non è dovuta alla radiazione proveniente dall’esterno, sul paziente, ma all’azione delle particelle prodotte dentro la cellula tumorale: le particelle alfa e lo ione litio che si sprigionano dalla reazione fra i neutroni e il loro bersaglio, contenente il boro. Il quale boro funziona come una microscopica mina che esplode dentro la cellula». Circolazione extracorporea «Durante la fase anepatica, cioè in assenza del fegato, il paziente viene tenuto in vita in circolazione extracorporea con un by-pass veno-venoso», continua Zonta. «Poi il fegato viene reimpiantato. Il tutto, autotrapianto compreso, va eseguito al massimo nel giro di 24 ore». Frutto di 15 anni di studi sui ratti e sui maiali per mettere a punto un modello sperimentale, e soprattutto di un incontro felice tra il professor Zonta e il professor Pinelli, la ricerca è sfociata qualche anno fa nel progetto Taormina, che significa Trattamento avanzato di organi mediante irraggiamento neutronico e autotrapianto. Pinelli ci ha messo i suoi studi pluridecennali, anche all’estero, sull’utilizzo dei neutroni contro le cellule tumorali (per i tumori al cervello, una strategia nota dalla fine degli anni ’30), e Zonta la sua esperienza di autotrapianto di fegato: una quindicina di casi di espianto e reimpianto a scopo chirurgico. Insieme, i due scienziati hanno elaborato il progetto che, due anni fa, ha avuto l’ok per il primo esperimento sull’uomo: in via compassionevole, date le condizioni del paziente, appunto su Toso. Un secondo caso, su un paziente di 39 anni con analoga patologia, è stato affrontato, sempre in via compassionevole, l’estate scorsa, ma purtroppo dopo un travagliato decorso post operatorio il paziente è deceduto. Forse hanno giocato le sue condizioni generali, non proprio ottimali.
L’autopsia certamente ha rivelato uno stato diffuso di tossicità
renale ed epatica.
nel corso della terapia neutronica Bnct, basata sulla capacità di assorbimento del boro 10 da parte delle cellule tumorali. Il problema delle recidive Contemporaneamente anche il primo paziente, che non si era mai voluto sottoporre a chemioterapia preventiva dopo l’intervento, ha cominciato a dar segni di recidiva ai marker tumorali, sicché è scattato l’allarme. A Toso sono stati asportati chirurgicamente due noduli in zona epatica, dopodiché il paziente è stato avviato alla chemio, cui tuttora si sta sottoponendo. E, date le coincidenze, il progetto Taormina è stato sospeso. Il Ministero della Salute ha nominato una commissione di esperti per studiare il problema e per rimettere a punto i protocolli di intervento. Spiega il professor Enrico Solcia, direttore scientifico del San Matteo di Pavia e membro della commissione speciale: «Il fatto che il primo paziente presentasse due recidive, di cui almeno una situata nel parenchima epatico, e che all’esame autoptico anche il secondo paziente rivelasse ancora nuclei tumorali, ha fatto pensare che qualche cellula potesse essere sfuggita al trattamento. Non si sa se in grado di proliferare, ma certamente sospetta. In più, considerato che nei precedenti casi di autotrapianti il professor Zonta non aveva mai riscontrato effetti tossici pluriorgano, era doveroso associare lo stato tossico evidenziato dal decorso post operatorio e confermato dall’autopsia al tipo di trattamento. Ecco perché si è imposta una revisione del protocollo. Revisione che è partita dall’obiettivo dell’intervento: non più necessariamente la guarigione definitiva del paziente, ma almeno un anno di vita in buone condizioni generali e soprattutto in totale assenza di malattia. Quello che è accaduto al signor Toso. Quanto al rischio altissimo di shock tossico, legato certamente anche alla messa in circolo di materiale dismesso dal tessuto neoplastico necrotizzato, è stato stabilito che, per prevenirlo, si attiveranno durante l’intervento, e fino a guarigione completa del paziente, una serie di dispositivi per la depurazione del sangue che già vengono utilizzati negli shock settici, quelli provocati da malattie infettive».
La fase di sperimentazione Approvate queste nuove regole la scorsa settimana dal Comitato di bioetica, composto da specialisti di varie discipline, si procederà alla selezione di nuovi candidati all’intervento, presumibilmente a partire dal prossimo anno. Tre pazienti alla volta e, previa verifica dei risultati, altri tre. Fino a circa una ventina di casi. Se tutto andrà bene, alla fine di questa fase si passerà ai grandi numeri: la fase tre di sperimentazione, quella che consente di validare i protocolli. Responsabile del progetto rimane il professor Aris Zonta, ma all’équipe di Pavia si affiancherà quella, guidata dal professor Fassati, del centro trapianti di fegato del Policlinico di Milano. L’obiettivo infatti è anche quello, nel tempo, di allargare la sperimentazione a più centri specialistici. Luciana
Saibene
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