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Babbo Natale è arrivato con largo anticipo in casa Bush. Non era vestito di rosso e portava la mimetica, il regalo era andato a cercarlo in una buca fetida, ma pensiero più gradito al presidente non poteva immaginarlo. La cattura di Saddam Hussein, infatti, è frutto di un’operazione militare, ma è soprattutto una straordinaria opportunità politica. Quella che si prospetta è un’altra Norimberga, con Saddam, Tarek Aziz, Yassin Ramadan e gli altri gerarchi chiamati a fare da spot vivente alla crudeltà del loro regime e alla vittoria degli Usa. Uno spot che Bush, così previdente da portarsi un tacchino finto a Baghdad per le foto con i soldati, riverserà sulle reti tv e si farà durare a lungo. Diciamo almeno un sei mesi, fino alla vigilia del voto per le presidenziali. Lo dimostra la cura messa nell’estrarre il rais vivo dall’ultimo nascondiglio: in luglio i suoi figli Huday e Qusay, inutili e violenti satrapi, erano stati liquidati senza tante storie a Mosul, dove un informatore li aveva traditi. Saddam è stato invece trovato a pochi chilometri da Tikrit, sua città d’adozione, e da Al Awja, suo paese natale, nel villaggio di Al Dawr, nel cuore del cosiddetto "triangolo sunnita". Si potrebbe anche pensare che pochi altri nascondigli sarebbero stati così prevedibili, trattandosi appunto di un dittatore che sui legami di clan aveva costruito la piramide del proprio potere.
È anche vero però che Saddam, una volta sconfitto l’esercito e dispersa la rete delle polizie segrete, era rimasto solo: un quarto dell’Irak è controllato dai curdi, metà dagli sciiti, il resto è sorvegliato dagli americani; i Paesi che avrebbero potuto accoglierlo (Libia, Bielorussia) sono lontani e ormai irraggiungibili, quelli vicini, ostili (Arabia Saudita, Kuwait, Giordania, Iran) o troppo sotto pressione per rischiare di dargli ospitalità (Siria). Che cosa avrebbe potuto fare, il rais, se non tornare a casa? E poi bisogna averli visti, questi villaggi spersi in una terra giallastra e dura, per rendersi conto. Al Awja, dove Saddam nacque nel 1937 o, come pare più probabile, nel 1939, ha 3.000 anime e tutte sono in un modo o nell’altro imparentate con Saddam. Il tipico risultato di strutture familiari che si aprivano al clan per poi allargarsi verso la tribù, attraverso una rete di matrimoni fra parenti che servivano anche ad allargare le strutture sociali ed economiche di reciproco sostegno. La madre di Saddam, Subha, aveva sposato in seconde nozze un certo Hassan Ibrahim che era cugino insieme suo e del suo primo marito Hussein. In prime nozze, Saddam aveva sposato Sajida, che era sua cugina.
Il ruolo dei curdi Al clan parentale di Al Awja, Saddam era poi sempre rimasto fedele. Il villaggio era stato trasformato in un’isola di privilegio, chiusa al mondo (per entrarci, tutti – anche gli iracheni – dovevano avere uno speciale permesso del ministero degli Interni) e alle sue disgrazie. Convogli speciali garantivano forniture pronte e abbondanti di generi alimentari e di prima necessità. Il problema del costo della vita fu risolto, come in ogni dittatura, per decreto: ad Al Awja il dinaro iracheno continuò a valere quanto prima della guerra del Golfo, cioè 3 dollari, mentre in tutto il resto dell’Irak sprofondava più o meno alle quote attuali, 2.500-3.000 dinari per dollaro. Se poi uno scorre i nomi degli uomini rimasti con Saddam fino all’ultimo, scopre che proprio da Al Awja venivano Abid Hamid Mahmud (segretario personale del rais), Alì Hassan al Majid detto Alì il Chimico (generale e sterminatore dei curdi con il gas), Hani Abd al Latif (numero due della polizia segreta), Muzahim Sab Hassan (vicecapo dell’industria della Difesa), Tahir Jalil Habbus (capo dei servizi segreti) e Rafi Abd al Latif Tilfah (capo della Sicurezza). La belva in fuga, dunque, era corsa a rifugiarsi nella sua tana.
In quest’area le truppe Usa si sono sempre trovate in difficoltà. Non solo per gli attentati, ma per l’ostilità diffusa e l’omertà che si oppone all’occupazione come un muro di gomma. Decisivo è stato, dunque, l’apporto dei peshmerga (combattenti) del Puk, la formazione curda del filoamericano Jalal Talabani, cui già andava gran parte del merito per la cattura di Tarek Aziz, Yassin Ramadan e l’uccisione dei figli di Saddam. Tutto ruota intorno alla città di Mosul, di cui erano originari Aziz e Ramadan, dove si nascondevano Huday e Qusaye dove assai forte è la presenza curda. Nel Centronord dell’Irak, infatti, la mescolanza delle diverse componenti etniche è più forte di quanto si creda. L’entità che fa da perno è la tribù Juburi, cui appartiene anche Hussein Jassim, nuovo governatore di Tikrit scelto dagli americani: otto milioni di persone, una struttura forte e capillarmente diffusa in questa regione cruciale dell’Irak. La collaborazione tra Juburi e curdi (e l’incentivo dei 25 milioni di dollari promessi dagli Usa) deve aver aperto una crepa nella rete parentale che aveva fin qui protetto la latitanza di Saddam, evidentemente tradito da qualcuno dei suoi.
L’immagine di Saddam in manette potrà invece togliere spirito e coraggio agli eventuali nostalgici in armi. Anche qui, però, è meglio stare cauti: l’uomo sporco e irsuto che si nascondeva in un buco con una sacca di dollari poteva essere lo stratega della guerriglia? E ancora: siamo davvero convinti che in Irak agiscano con tanta frequenza e spietata precisione, come dimostrano i morti dell’ultimo attentato contro la nuova polizia a Husseiniyah, solo dei dimenticati della Storia che ancora cercano di riportare sul trono un figuro detestato da tutti come Saddam? Da questo punto di vista, dunque, meglio non farsi illusioni. L’invasione americana ha tramutato l’Irak nel palcoscenico perfetto per un dramma ben più ampio delle già tragiche possibilità del rais. Restiamo del parere che sia in capitali ordinate e pulite che si decide quanto avviene nella polvere di Baghdad. E in quelle, di arresti non se ne fanno.
Fulvio Scaglione
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