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Attualità.
di Fulvio Scaglione


IRAK
IL FUTURO DEL PAESE DOPO LA CATTURA DI SADDAM


IL RAIS IN MANETTE

L’ex dittatore è stato catturato senza colpo ferire, forse tradito proprio da qualcuno dei suoi parenti. L’arresto metterà fine alla guerriglia? 
Su questo è meglio andar cauti.


Babbo Natale è arrivato con largo anticipo in casa Bush. Non era vestito di rosso e portava la mimetica, il regalo era andato a cercarlo in una buca fetida, ma pensiero più gradito al presidente non poteva immaginarlo. La cattura di Saddam Hussein, infatti, è frutto di un’operazione militare, ma è soprattutto una straordinaria opportunità politica. Quella che si prospetta è un’altra Norimberga, con Saddam, Tarek Aziz, Yassin Ramadan e gli altri gerarchi chiamati a fare da spot vivente alla crudeltà del loro regime e alla vittoria degli Usa. Uno spot che Bush, così previdente da portarsi un tacchino finto a Baghdad per le foto con i soldati, riverserà sulle reti tv e si farà durare a lungo. Diciamo almeno un sei mesi, fino alla vigilia del voto per le presidenziali. Lo dimostra la cura messa nell’estrarre il rais vivo dall’ultimo nascondiglio: in luglio i suoi figli Huday e Qusay, inutili e violenti satrapi, erano stati liquidati senza tante storie a Mosul, dove un informatore li aveva traditi.

Saddam è stato invece trovato a pochi chilometri da Tikrit, sua città d’adozione, e da Al Awja, suo paese natale, nel villaggio di Al Dawr, nel cuore del cosiddetto "triangolo sunnita". Si potrebbe anche pensare che pochi altri nascondigli sarebbero stati così prevedibili, trattandosi appunto di un dittatore che sui legami di clan aveva costruito la piramide del proprio potere.

Saddam in una foto dell'ottobre 1995, quando era ben saldo al potere (foto AP).
Saddam in una foto dell’ottobre 1995, quando era ben saldo al potere.
(foto AP).

È anche vero però che Saddam, una volta sconfitto l’esercito e dispersa la rete delle polizie segrete, era rimasto solo: un quarto dell’Irak è controllato dai curdi, metà dagli sciiti, il resto è sorvegliato dagli americani; i Paesi che avrebbero potuto accoglierlo (Libia, Bielorussia) sono lontani e ormai irraggiungibili, quelli vicini, ostili (Arabia Saudita, Kuwait, Giordania, Iran) o troppo sotto pressione per rischiare di dargli ospitalità (Siria). Che cosa avrebbe potuto fare, il rais, se non tornare a casa?

E poi bisogna averli visti, questi villaggi spersi in una terra giallastra e dura, per rendersi conto. Al Awja, dove Saddam nacque nel 1937 o, come pare più probabile, nel 1939, ha 3.000 anime e tutte sono in un modo o nell’altro imparentate con Saddam. Il tipico risultato di strutture familiari che si aprivano al clan per poi allargarsi verso la tribù, attraverso una rete di matrimoni fra parenti che servivano anche ad allargare le strutture sociali ed economiche di reciproco sostegno. La madre di Saddam, Subha, aveva sposato in seconde nozze un certo Hassan Ibrahim che era cugino insieme suo e del suo primo marito Hussein. In prime nozze, Saddam aveva sposato Sajida, che era sua cugina.

La stanza sotterranea nella quale i soldati americani hanno trovato Saddam Hussein, nel cortile di una fattoria di Al Dawr, nei pressi di Tikrit (foto AP).
La stanza sotterranea nella quale i soldati americani hanno trovato Saddam Hussein, nel cortile di una fattoria di Al Dawr, nei pressi di Tikrit
(foto AP).

Il ruolo dei curdi

Al clan parentale di Al Awja, Saddam era poi sempre rimasto fedele. Il villaggio era stato trasformato in un’isola di privilegio, chiusa al mondo (per entrarci, tutti – anche gli iracheni – dovevano avere uno speciale permesso del ministero degli Interni) e alle sue disgrazie. Convogli speciali garantivano forniture pronte e abbondanti di generi alimentari e di prima necessità. Il problema del costo della vita fu risolto, come in ogni dittatura, per decreto: ad Al Awja il dinaro iracheno continuò a valere quanto prima della guerra del Golfo, cioè 3 dollari, mentre in tutto il resto dell’Irak sprofondava più o meno alle quote attuali, 2.500-3.000 dinari per dollaro.

Se poi uno scorre i nomi degli uomini rimasti con Saddam fino all’ultimo, scopre che proprio da Al Awja venivano Abid Hamid Mahmud (segretario personale del rais), Alì Hassan al Majid detto Alì il Chimico (generale e sterminatore dei curdi con il gas), Hani Abd al Latif (numero due della polizia segreta), Muzahim Sab Hassan (vicecapo dell’industria della Difesa), Tahir Jalil Habbus (capo dei servizi segreti) e Rafi Abd al Latif Tilfah (capo della Sicurezza). La belva in fuga, dunque, era corsa a rifugiarsi nella sua tana.

Saddam tra i figli Huday (a sinistra) e Qusay in una foto di qualche anno fa (foto AP).
Saddam tra i figli Huday (a sinistra) e Qusay in una foto di qualche anno fa
(foto AP).

In quest’area le truppe Usa si sono sempre trovate in difficoltà. Non solo per gli attentati, ma per l’ostilità diffusa e l’omertà che si oppone all’occupazione come un muro di gomma. Decisivo è stato, dunque, l’apporto dei peshmerga (combattenti) del Puk, la formazione curda del filoamericano Jalal Talabani, cui già andava gran parte del merito per la cattura di Tarek Aziz, Yassin Ramadan e l’uccisione dei figli di Saddam.

Tutto ruota intorno alla città di Mosul, di cui erano originari Aziz e Ramadan, dove si nascondevano Huday e Qusaye dove assai forte è la presenza curda. Nel Centronord dell’Irak, infatti, la mescolanza delle diverse componenti etniche è più forte di quanto si creda. L’entità che fa da perno è la tribù Juburi, cui appartiene anche Hussein Jassim, nuovo governatore di Tikrit scelto dagli americani: otto milioni di persone, una struttura forte e capillarmente diffusa in questa regione cruciale dell’Irak. La collaborazione tra Juburi e curdi (e l’incentivo dei 25 milioni di dollari promessi dagli Usa) deve aver aperto una crepa nella rete parentale che aveva fin qui protetto la latitanza di Saddam, evidentemente tradito da qualcuno dei suoi.

(foto AP).Resta la domanda che tutti, a partire da Bush, ora si fanno: la cattura del dittatore toglierà fiato alla guerriglia? Si spera di sì, ma è più logico credere di no. Come sappiamo, il fondamentalismo islamico girava alla larga da Baghdad, Osama Bin Laden considerava Saddam un miscredente e i legami tra le due entità sono sempre sembrati (e sono poi anche risultati) una bufala propagandistica del Dipartimento di Stato. Mentre è vero che Saddam finanziava le azioni terroristiche dei kamikaze palestinesi. Se Osama e i suoi stanno colpendo anche in Irak, è difficile che la cattura di Saddam li impressioni più di tanto.

L’immagine di Saddam in manette potrà invece togliere spirito e coraggio agli eventuali nostalgici in armi. Anche qui, però, è meglio stare cauti: l’uomo sporco e irsuto che si nascondeva in un buco con una sacca di dollari poteva essere lo stratega della guerriglia?

E ancora: siamo davvero convinti che in Irak agiscano con tanta frequenza e spietata precisione, come dimostrano i morti dell’ultimo attentato contro la nuova polizia a Husseiniyah, solo dei dimenticati della Storia che ancora cercano di riportare sul trono un figuro detestato da tutti come Saddam?

Da questo punto di vista, dunque, meglio non farsi illusioni. L’invasione americana ha tramutato l’Irak nel palcoscenico perfetto per un dramma ben più ampio delle già tragiche possibilità del rais. Restiamo del parere che sia in capitali ordinate e pulite che si decide quanto avviene nella polvere di Baghdad. E in quelle, di arresti non se ne fanno.

Fulvio Scaglione
   
  
COME E DOVE SARÀ PROCESSATO

Adesso processare Saddam e gli altri gerarchi del regime catturati è davvero un bel pasticcio. Pierre Richard Prosper, ambasciatore Usa per i crimini di guerra, da tempo ripete che «non è necessario un Tribunale internazionale».

Una Corte penale internazionale esiste, ma gli Stati Uniti e la Cina non ne hanno mai approvato lo Statuto. Il Consiglio di sicurezza potrebbe chiederne l’attivazione contro Saddam per aver istituito le brigate di "Fedain Saddam", che si sono rese responsabili di operazioni vietate dalle Convenzioni di guerra.

Ma Usa e Cina porrebbero il veto a una richiesta simile, poiché l’approvazione equivarrebbe al riconoscimento della Corte penale internazionale. La Corte tuttavia non potrebbe occuparsi né dei massacri dei curdi con il gas, né dell’invasione del Kuwait, crimini commessi prima del 1° luglio 2001, data da cui la Corte è competente. Un tribunale ad hoc assomiglierebbe troppo da vicino a quelli di Norimberga e di Tokyo. E finora nessuno ha chiesto di istituirlo, come invece è stato fatto per la ex Jugoslavia e per il Ruanda.

Un tribunale speciale, infatti, sarebbe un rischio anche per Bush e Blair, che hanno usato, per esempio, bombe a grappolo sull’Irak vietate dalle Convenzioni internazionali. C’è tuttavia un precedente che li metterebbe al riparo: il rifiuto da parte del Tribunale dell’Aja di incriminare la Nato per il bombardamento contro civili, cioè contro la televisione di Belgrado. Ma esistono anche altre due possibilità.

Il processo potrebbe avvenire davanti a una corte irachena. Chalabi, leader del Governo provvisorio dell’Irak, ha chiesto l’istituzione di un "Tribunale speciale" per processare Saddam. Ma, per evitare di infiammare ulteriormente la guerriglia interna e il resto del mondo arabo, vanno rispettate procedure democratiche: prima libere elezioni, poi l’approvazione di un nuovo Codice penale, la nomina di giudici… Può Bush aspettare tutto questo tempo con le elezioni presidenziali americane in vista?

Resta l’ultima strada, assai sdrucciolevole per le conseguenze internazionali a cui può portare. Saddam Hussein è stato incriminato da una Corte di giustizia belga in base a una legge del 1993 che autorizza Bruxelles a procedere per reati contro l’umanità commessi in qualunque parte del mondo. Insieme a Saddam sono stati incriminati anche Castro, Arafat, Pinochet, Sharon. Quest’anno la legge è stata modificata, su pressioni israeliane, dal Senato belga: prevede che non possono essere perseguiti attivamente imputati fintanto che ricoprono cariche governative. L’unica cosa da stabilire è l’imputazione, che per Saddam è chiara, ma per Tarek Aziz, ad esempio, non esiste, e molti avvocati ritengono che venga detenuto in violazione della Convenzione di Ginevra.

Alberto Bobbio


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