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Attualità.
di Renzo Giacomelli


I PROTAGONISTI
LA SETTIMANA PROSSIMA IL VOLUME "KAROL IL GRANDE", 
DI DOMENICO DEL RIO


IL PAPA VIAGGIATORE

Intervista al cardinale Achille Silvestrini: «Gli elementi più innovativi del pontificato di Giovanni Paolo II sono il suo essere "itinerante" e il suo stile semplice e diretto».

Ha collaborato con cinque Papi. Con Giovanni Paolo II è stato "ministro degli Esteri" (segretario del Consiglio per gli affari pubblici della Chiesa). Cardinale nel 1988, dal 1991 è stato Prefetto della Congregazione per le Chiese orientali. In "pensione" dal 2001, il cardinale Achille Silvestrini, ottant’anni il prossimo 25 ottobre, è più attivo che mai. Partecipa spesso a conferenze e convegni. È un bene che questo equilibrato uomo di Chiesa e fine diplomatico continui a condividere con gli altri l’esperienza accumulata in quasi mezzo secolo di servizio nella Curia romana.

Giovanni Paolo II durante il viaggio in Polonia del 1995
Giovanni Paolo II durante il viaggio in Polonia del 1995 (foto Giuliani).

Con lui parliamo di Giovanni Paolo II, prendendo spunto dal libro di Domenico Del Rio, Karol il Grande, che la settimana prossima Famiglia Cristiana proporrà ai suoi lettori.

  • «Non è bene che un Papa viva vent’anni. È anormale e non produce buoni frutti»: così scriveva il cardinale J.H. Newman, che aveva vissuto sotto due Pontefici longevi come Pio IX e Leone XIII (lo scrive Del Rio, a pagina 287 del volume citato). Eminenza, Newman direbbe lo stesso dell’attuale pontificato?

«Mi sembra una battuta. Newman probabilmente si riferiva al contesto in cui era vissuto, alle situazioni che aveva dovuto superare. Un pontificato non si può misurare con il numero degli anni. Ci sono pontificati brevi ma molto significativi, come quello di Giovanni XXIII. Ce ne sono di relativamente lunghi e ugualmente grandi, come quello di Paolo VI. Nel pontificato di Giovanni Paolo II, densità e novità non diminuiscono con il passare del tempo».

  • Gli evidenti limiti fisici non impediscono a papa Wojtyla di svolgere pienamente il suo compito?

«Bisogna vedere le cose in una visione spirituale. Non è detto che la minore efficienza fisica comporti minore pregnanza spirituale. La sofferenza ha una forza di esempio, di testimonianza, diversa ma ugualmente forte, che non ha in sé il pieno vigore. Pensiamo al Papa quand’era in ospedale: lo ha avvicinato ancora di più ai tanti che soffrono. L’età avanzata lo pone una condizione umana che conserva l’esperienza e la saggezza di un anziano. Ogni momento della vita ha un significato».

  • In un libro precedente, scritto insieme a Luigi Accattoli, Domenico Del Rio aveva definito papa Wojtyla "il nuovo Mosè". In questo lo chiama "il Grande", un titolo finora attribuito solo a due pontefici: Leone I e Gregorio VII. Non è un’esaltazione eccessiva?

«Direi di no, anche se questi titoli li dà la storia, non i contemporanei. Presumo che il titolo si attagli a papa Wojtyla per quello che ha compiuto. Basti pensare a quanto ha fatto per la fine del comunismo. Come Leone Magno ha fermato Attila, così Giovanni Paolo II si è rivelato nei confronti di un sistema che, con la sua ideologia atea, opprimeva la più profonda dignità dell’uomo: la libertà della coscienza».

  • Quali i tratti più innovativi dei 25 anni di pontificato di Giovanni Paolo II?

«Un primo tratto è senz’altro il suo essere "itinerante". È andato in tutti i Paesi che l’hanno invitato, anche in quelli dove il cristianesimo è del tutto minoritario, come la Thailandia, portando un annuncio evangelico forte e suadente. Purtroppo, non è potuto andare in Cina e a Mosca».

  • La contrarietà a una visita del Papa a Mosca viene dal Patriarcato ortodosso. Ci sono segnali di disgelo tra la Santa Sede e il Patriarcato di Mosca?

«Non pare. I rapporti si sono bloccati e ora c’è una stasi. Ma il seme gettato dal Papa in alcuni Paesi a maggioranza ortodossa ( Romania, Bulgaria, Georgia) darà frutto anche in Russia. Siamo ancora in una fase in cui sembra che la Chiesa ortodossa russa preferisca riflettere e guardarsi attorno. Credo che prima o poi coglierà l’esigenza di lavorare con la Chiesa "sorella"».

  • Quale altro aspetto le sembra innovativo in questo Pontefice?

«Il suo stile. Che si è espresso da sempre nel cercare il contatto immediato con la gente, con lo spogliarsi di molti simboli regali, con l’invitare alla sua mensa le persone più varie (non solo i vescovi), con la volontà di aggiornarsi alle novità culturali (gli incontri a Castelgandolfo con filosofi e scienziati). Da ultimo, ma non per importanza, la sua proposta di cercare, insieme alle altre Chiese, forme dell’esercizio del primato petrino, "nelle quali questo ministero possa realizzare un servizio di amore riconosciuto dagli uni e dagli altri", come ha scritto al numero 95 dell’enciclica Ut unum sint ».

  • Non sembra che la proposta sia stata raccolta...

«Lui ha fatto l’invito, gli altri non hanno rifiutato. Gli anglicani si sono mostrati interessati, così come certi settori dell’Ortodossia».

  • E da parte cattolica?

«Si sono fatti convegni di studio. A mio avviso, si può e si deve fare di più, per dare una risposta a quell’invito».

  • Negli anni in cui è stato "ministro degli Esteri" della Santa Sede, com’erano i suoi rapporti con il Papa?

«Mi ha sempre colpito la visione profondamente religiosa delle sue osservazioni. Ad esempio, voleva avere le informazioni più complete sui passi che stavamo compiendo nei negoziati con i Paesi dell’Est. Voleva che facessimo delle proposte. Poi si chiedeva e ci chiedeva: "Quello che vogliamo fare corrisponde al Vangelo, alla volontà di Gesù?"».

  • Non ci fu, sulla "Ostpolitik", qualche disaccordo tra papa Wojtyla e il tessitore di quella politica, il cardinale Casaroli?

«No, e una riprova è nell’atteggiamento di Giovanni Paolo II verso la Conferenza di Helsinki sulla sicurezza e la cooperazione in Europa, il cui Accordo finale fu firmato anche dai Paesi del blocco sovietico. Il Papa vedeva in quel testo, e soprattutto nel 7° principio (sui diritti umani e il rispetto della libertà religiosa), una piattaforma che legittimava le nostre trattative bilaterali con i Paesi socialisti. Avendo firmato l’Accordo, essi non potevano sottrarsi».

  • Quali momenti del pontificato le restano più impressi?

«Uno pubblico, il 15 agosto 1983, quando, a Lourdes, fece una denuncia diretta, fortissima, gridata, della persecuzione dei cristiani nei Paesi dell’Est. Dava voce al martirio della Chiesa. Tra i momenti privati, non dimentico mai quando lo vidi all’ospedale, sereno, umile, affidato alla volontà di Dio».

Renzo Giacomelli

   

L’ESPLORAZIONE DI UN’ANIMA

Questo libro, che è uscito postumo, è il sesto scritto da Del Rio su papa Wojtyla. Sei libri: in realtà uno solo, e questo incorpora ed esalta tutto ciò che l’autore ha scritto in precedenza. Del Rio fa come una composizione, con lo stile semplice e brillante che lo contraddistingueva, dei viaggi, dei discorsi, dei gesti, degliCopertina del volume. atteggiamenti di Giovanni Paolo II. Le prime 70 pagine sono una breve biografia di Wojtyla dalla nascita all’elezione a Papa.

Una biografia assai gustosa, nella quale l’autore impasta i dati storici con alcune invenzioni da romanziere e alcuni versi poetici del futuro Pontefice.

Poi Del Rio segue Giovanni Paolo II raccontandone e interpretandone i viaggi, i documenti, gli incontri "storici" (come quello alla Sinagoga di Roma). Non fa il cronista, come faceva per il quotidiano la Repubblica. Fa l’esploratore. Si cala nell’anima d’un Papa che, nei primi anni, gli aveva ispirato qualche critica. Poi, inseguendo sempre più a fondo il suo "protagonista", è giunto a confidare: «Da nessuno mi è venuto tanto aiuto come dalla sua fede».

 
 
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