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Attualità.
di Barbara Carazzolo


GIUSTIZIA
MARIA GIUSEPPINA CORDOPATRI: «MI TRATTANO COME UNA CITTADINA DI SERIE B»

IN CHE STATO SIAMO

È uno dei circa 60 "testimoni di giustizia" che per il loro coraggio stanno pagando un prezzo altissimo. Ma questa volta non c’entrano le minacce dei mafiosi...

L’ingegnere Maria Giuseppina Cordopatri è una signora calabrese di ottima famiglia, minuta, elegante, colta e intelligente. Parla correttamente quattro lingue, ha viaggiato molto (lavorava a Milano per una società francese che si occupava di joint-ventures con i Paesi dell’Est europeo), ama la musica classica e le buone letture. Dalla sua famiglia di possidenti e imprenditori agricoli ha ereditato, qualche anno fa, un discreto patrimonio che ha subito fatto gola alla mafia locale. Una potente famiglia di ’ndrangheta della zona, i Raso, hanno cercato di costringerla a vendere alcuni dei suoi terreni, attraverso minacce e danneggiamenti. La signora Cordopatri non ha piegato la testa, non ha accettato il clima di omertà e paura che troppo spesso è il lievito di cui si nutre il potere mafioso e ha denunciato. I colpevoli sono stati arrestati, i processi sono cominciati e la signora è diventata uno dei circa sessanta "testimoni di giustizia", sottoposti a programma di protezione.

Un'operazione di trasferimento di un boss della 'ndrangheta catturato a Cannes (Francia) (foto AP).
Un’operazione di trasferimento di un boss della ’ndrangheta
catturato a Cannes (Francia) (foto AP).

Ma qui sono cominciati i suoi guai e, paradossalmente, il "nemico" dal quale è costretta a difendersi è proprio lo Stato. Attualmente la signora ha collezionato ben 15 denunce all’autorità giudiziaria da parte del Servizio centrale di protezione, per i reati di calunnia e di diffamazione («Ma sono stata sempre prosciolta o le denunce sono state archiviate», dice lei), e per ben due volte la Commissione centrale del ministero degli Interni, che si occupa dei collaboratori e dei testimoni di giustizia, ha chiesto la revoca del suo programma di protezione. Fino a ora il Tar e il Consiglio di Stato le hanno dato ragione, grazie anche al parere della Direzione nazionale antimafia, che ha ribadito più volte l’importanza della sua testimonianza e il persistere di una situazione di oggettivo pericolo. Anche molti parlamentari della maggioranza e dell’opposizione si sono schierati al suo fianco firmando una serie di interrogazioni parlamentari. Ma la domanda è lecita.

  • Perché tanto accanimento?

«Perché oltre che alla mafia mi sono ribellata alle vessazioni e alle ruberie di alcuni funzionari dello Stato che si comportano come mafiosi», dice lei tirando fuori montagne di documenti, di ricorsi, di denunce. «Dopo pochissimi mesi dalla mia entrata nel programma di protezione mi sono accorta che questo sistema faceva acqua da tutte le parti e che il testimone non era più una persona come tutte le altre, ma un cittadino di serie B quasi senza diritti. E approfittando di questo isolamento coatto, il sistema può compiere ogni arbitrio, compresa un’allegra gestione dei fondi a noi destinati. Allora ho preso carta e penna e ho cominciato a denunciare. Sia i piccoli abusi, sia i grandi, le ruberie vere e proprie».

  • Sono accuse molto gravi...

«È in corso proprio in questi giorni, a Roma, un processo contro alcuni funzionari del Servizio centrale di protezione che sono accusati di appropriazione di denaro pubblico e truffa, proprio in relazione alle spese di gestione di un collaboratore di giustizia e della sua famiglia. Ho testimoniato anch’io in questo processo».

  • Quei fatti, però, non la riguardavano direttamente...

«Di quei fatti io ero venuta a conoscenza e quindi ho ritenuto mio dovere denunciarli. Lo Stato mi dovrebbe essere grato, visto che erano soldi suoi e che il budget destinato alla gestione dei testimoni e dei pentiti è l’unica cifra del bilancio dello Stato che sfugge al controllo della Corte dei Conti, per motivi di sicurezza. Ma anche sulla misera somma che mi danno ogni mese, circa 1.000 euro che però con le trattenute diventano 850, ho scoperto, solo dopo cinque mesi di battaglie per avere le fatture, che mi venivano addebitate spese extra negli alberghi, che io non avevo mai fatto. Per esempio, in un hotel calabrese, dove ero arrivata a mezzanotte ed ero ripartita alle sette del mattino, risultavano 500 euro di spese al bar. Spese che io non avevo mai fatto, anche perché, se non bastasse l’assurdità della cifra, a quell’ora il bar era chiuso. Ora ho ottenuto di poter verificare e firmare ogni fattura».

  • Dicono che lei sia impossibile da gestire, che insulta i funzionari del Servizio di protezione, che vanifica il programma di protezione. È vero?

«Anche rilasciando questa intervista io sto violando gli obblighi comportamentali. Un testimone non ha più la libertà di parola. Un testimone deve solo sparire dalla circolazione, accettare quei quattro soldi che gli danno e tacere. Tutto sembra concesso come se fosse un favore. Anche la sicurezza personale. La Commissione centrale vorrebbe e potrebbe levarmi il programma di protezione a suo insindacabile giudizio e contro il parere della Direzione nazionale antimafia, solo perché, con le mie parole, i miei gesti di ribellione e le mie denunce, punto il dito contro certe situazioni insostenibili che sono costretti a vivere i testimoni di giustizia. Io ho la fortuna di essere una persona colta, di avere ancora degli amici, di non essere sola e isolata. Ma quanti testimoni hanno la forza di opporsi a chi li può sbattere fuori dal programma di protezione da un momento all’altro? Invece di continuare ad accanirsi contro di me, il ministero dell’Interno dovrebbe emanare i decreti attuativi della nuova legge, che sono indispensabili per fare chiarezza nella gestione dei testimoni. Sono già passati 26 mesi. Inutilmente».

  • Perché i decreti attuativi sono così importanti?

«Perché la nuova legge, fatta per incentivare le testimonianze, garantisce con molta precisione diritti e doveri, separa finalmente la posizione del testimone da quella del collaboratore di giustizia, stabilisce senza mezzi termini che le persone hanno il diritto di mantenere il loro precedente stile di vita e, se lo vogliono, possono continuare a vivere protetti e tutelati nel loro Paese e non costretti ad abbandonarlo come se i criminali fossero loro».

Barbara Carazzolo

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