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Misteri vecchi e nuovi

 
Attualità.
di Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari


TERRORISMO
NUOVE RIVELAZIONI SUL RAPIMENTO DI ALDO MORO


QUELLE STRANE ATTIVITÀ
ALLA VIGILIA DI VIA FANI


Operazioni militari. esercitazioni contro il sequestro. Alcuni documenti rivelano l’ombra dei servizi segreti.


È compatibile con il 1978. L’inquietante ordine di servizio che avrebbe portato l’ex gladiatore Antonino Arconte a recarsi in Libano e a occuparsi del sequestro di Aldo Moro giorni prima che lo statista Dc fosse effettivamente rapito (vedi Famiglia Cristiana n. 20/2002) regge la prova della perizia.

La dottoressa Maria Gabella appartiene al ristretto gruppo di studiosi italiani in grado di indagare su tracce e documenti. A lei la Procura della Repubblica della capitale chiese una perizia sugli scritti delle Br rinvenuti nel ’78 in alcuni covi romani. A lei ricorre spesso il Tribunale di Torino. A lei Famiglia Cristiana, Primo Piano del Tg3 e il quotidiano Liberazione si sono rivolti per accertare se il documento di Arconte sia autentico. La questione non è di poco conto. L’ordine di servizio, infatti, porta la data del 2 marzo 1978. Risulta battuto a macchina su carta filigranata azzurrina intestata al ministero della Difesa: autorizza il gladiatore G-219 a prendere contatto con organizzazioni terroristiche mediorientali allo scopo di «ottenere collaborazione e informazioni utili alla liberazione dell’onorevole Aldo Moro». Il documento, prelevato a Roma in busta chiusa, fu regolarmente consegnato a Beirut il 12 marzo ’78 dal gladiatore G-71. Nel racconto di Antonino Arconte, misteriosa pedina di una ancor più misteriosa Gladio militare, la sigla G-219 celava l’identità del colonnello Mario Ferraro, il funzionario del Sismi trovato impiccato nella sua casa nel luglio 1995; in G-71, invece, Arconte identifica sé stesso.

Il 2 marzo 1978, però, Aldo Moro non era ancora stato sequestrato. Il rapimento avvenne il 16 marzo, quattro giorni dopo la consegna della missiva. È possibile che una struttura riconducibile ai servizi segreti italiani conoscesse con netto anticipo quanto sarebbe accaduto da lì a poco in via Fani? Se sì, perché non sventò il terribile fatto di sangue? Infine, una domanda su tutte: l’ordine di servizio esibito da Arconte è davvero vecchio di 25 anni o è un falso, uno dei tanti tentativi di depistaggio, molti dei quali scoperti e denunciati dalle commissioni parlamentari che hanno indagato sul caso Moro?

Per cercare di rispondere a tali quesiti, Famiglia Cristiana, Primo Piano e Liberazione hanno commissionato una perizia. Arconte ha prelevato un campione dell’originale, consegnato poi alla dottoressa Gabella con altri documenti ufficiali del ministero della Difesa, datati anni Sessanta e Settanta, per consentire una corretta analisi comparata.

«Il campione è compatibile con l’epoca dei documenti di raffronto», dichiara la dottoressa Gabella. «Non è un documento recente, ha almeno tre anni e mezzo, il che non esclude che sia ancora più "antico"; non è un manufatto dozzinale; se falso, è opera di esperti». La perita ha sottoposto il frammento del documento di Arconte all’esame dattilografico, a quello cosiddetto del "ritorno elastico del solco" e all’osservazione tramite il microscopio a scansione.

Ma l’esito della perizia lascia intatti altri interrogativi, a cui la scienza non può rispondere. Perché un messaggio tanto delicato viene scritto nero su bianco? Perché viaggia via nave e non viene trasmesso in linguaggio cifrato? Perché c’è una marca da bollo?

Se il documento è vero, è clamoroso; se è falso – un falso "d’autore" –, chi l’ha fatto e a che scopo? In ogni caso, l’ordine di servizio sposta l’attenzione su quanto avvenne alla vigilia del rapimento Moro. Famiglia Cristiana, Primo Piano e Liberazione sono venuti in possesso di un carteggio riservato tra il Nucleo Carabinieri Sios della Marina Militare di Spezia e lo Stato Maggiore di Roma. Il carteggio confermerebbe l’esistenza di una strana attività nel mese precedente l’agguato di via Fani. In questi fogli (datati 6, 9 e 10 febbraio 1978) si parla di un’esercitazione denominata "Rescue-Imperator" (Salvataggio-Imperatore) realizzata dal "R.u.s. (S/B)", cioè dal "Raggruppamento unità speciali - Stay Behind". Ovvero Gladio.

Nel primo documento si chiede di prelevare dal bunker 3 di Varignano (La Spezia), base degli incursori della Marina (Comsubin), armamenti da consegnare due giorni dopo al «gruppo Guglielmi», presso il Centro di addestramento guastatori di Alghero. Si citano espressamente degli "autorespiratori aria" per «alto fondale». L’esercitazione – si precisa – avverrà nel «Parco Gran Sasso (Campo Imperatore)», che si trova pochi chilometri a nord dell’Aquila e a non più di una cinquantina dal lago della Duchessa.

Maria Gabella.
Maria Gabella
(foto LOBERA).

Tre squadre operative

Nel secondo messaggio, inviato dallo Stato Maggiore della Marina al Nucleo Sios di La Spezia e che porta il titolo: "estensione durata esercitazione (Rescue-Imperator)", si richiede l’impiego di tre squadre operative chiamate «K2, K6 e K7», nonché dei gruppi «K1 e K5» con funzioni di comando per il 12 febbraio, alle 2.45. Il rapporto prosegue indicando che gli uomini sarebbero stati imbarcati su un elicottero Agusta-Bell abilitato al volo notturno e dotato di armamento per azioni a bassa quota.

Cambia la zona di esercitazione: non più Campo Imperatore, ma l’area Magliano Sabina/Monte Soratte. Il documento continua indicando dei nomi di copertura per i comandanti operativi (Smeraldo e Rubino), e termina sollecitando l’uso, in caso di emergenza, dei codici Nato e non di quelli Civilavia.

L’ultimo rapporto, infine, indica un nuovo velivolo destinato all’operazione, e cioè un elicottero "Bell UH1", in sostituzione di quello richiesto impegnato in un’altra «esercitazione Nato in zona Fucino». Il documento comunica poi che il "gruppo Guglielmi" rimarrà in attesa presso la base di Alghero e che l’«area Campo Imperatore (è) già saturata da reparti speciali carabinieri Lazio». Tutti questi dispacci terminano comandando perentoriamente la distruzione immediata dei documenti.

Ci sono almeno tre elementi che riconducono al successivo sequestro Moro. Il primo è il nome "Guglielmi": si tratta forse dello stesso Guglielmi – colonnello del Sismi, nonché istruttore di Gladio – presente vicino a via Fani al momento dell’agguato delle Br, il 16 marzo ’78? L’episodio fu scoperto solo nel 1991. Il funzionario dei servizi si giustificò dicendo che era stato invitato a pranzo da un amico. Il quale smentì.

Il secondo punto rilevante è il fatto che – con attrezzature subacquee – ci si addestri a un’operazione di salvataggio in una zona ("Campo Imperatore") non distante dal lago della Duchessa. Un falso comunicato brigatista (che risultò un depistaggio) diceva che proprio lì era stato gettato il cadavere di Moro. E proprio in quell’area, stando al libro di Sergio Flamigni, Convergenze parallele, era collocato un ponte radio che sarebbe servito a trasmettere messaggi tra le Br del covo di via Gradoli e un loro uomo che stava nella Valle del salto, a due passi proprio da Campo Imperatore. Infine, è importante il riferimento a "Magliano Sabina". Il paese, alle porte di Roma, è stato indicato come possibile luogo di detenzione di Moro da alcuni testi sentiti dalle commissioni parlamentari. I brigatisti hanno sempre negato di aver spostato Moro fuori città. Ma persistono molti dubbi. È stato infatti accertato che le tracce di sabbia e terra vulcanica rinvenute negli abiti e sotto le scarpe di Moro provenivano rispettivamente dal litorale a nord di Roma e dal lago di Bracciano.

Barbara Carazzolo, Alberto Chiara, Luciano Scalettari

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