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Attualità.
di Guglielmo Sasinini


TERRORISMO
LA CATTURA DI NADIA DESDEMONA LIOCE A 25 ANNI 
DAL RAPIMENTO MORO


MISTERI VECCHI E NUOVI

Stesso linguaggio, stessi obiettivi, stesse alleanze. Un filo rosso lega i vecchi terroristi con coloro che si ritengono i continuatori. 
Ma il recente arresto porta a una nuova, inquietante pista.


Il passato ritorna. A distanza di 25 anni dal sequestro (16 marzo 1978) e dall’omicidio (9 maggio) di Aldo Moro, il filo sottile che finora legava gli omicidi di Massimo D’Antona e Marco Biagi, con l’ipotesi di una ricostituzione del "Partito comunista combattente", si è trasformato in un legame preciso e in una certezza: le Brigate rosse sono tornate sulla scena italiana e minacciano un nuovo "attacco al cuore dello Stato". L’arresto di Nadia Desdemona Lioce e l’individuazione di Mario Galesi, ucciso dopo che aveva assassinato a freddo l’ispettore di polizia Emanuele Petri, hanno fornito agli inquirenti quella prova che essi stessi temevano da tempo: «Per ricostruire il contesto degli omicidi(foto AP). D’Antona e Biagi, per ricomporre i tasselli delle nuove Brigate rosse, forse bisognerà aspettare una nuova mossa dei terroristi, oppure un incidente di percorso», sostenevano da mesi, una volta tanto all’unisono, carabinieri e polizia. E così è stato.

Distinguere adesso tra "vecchie" e "nuove" Br non ha più molto significato. Gli emuli del "partito armato" sono certamente diversi dai loro compagni degli anni Settanta, anche se qualche "vecchio" li ha indottrinati, eppure i terroristi dei giorni nostri usano un linguaggio che si sovrappone a quello del passato, stesse rivendicazioni, stessi obiettivi, costante la linea d’attacco.

«Mi dichiaro prigioniera politica»

Una continuità che Nadia Desdemona Lioce ha immediatamente testimoniato, dichiarandosi «prigioniera politica» e dimostrando di essere un autorevole capo brigatista in grado di produrre autonomamente una "risoluzione" nella quale, dopo aver esposto i motivi dell’attacco ai «Governi borghesi, alla Confindustria, al sindacato che tratta le riforme, all’imperialismo» e aver rivendicato l’omicidio Biagi, ha invitato alla costruzione di un asse tra eversione interna e terrorismo internazionale.

Un lungo passaggio, in particolare, ha stupito i quattro magistrati, tutti esperti di terrorismo, che hanno letto la risoluzione di Nadia Desdemona Lioce. «L’11 settembre 2001 deve aprire l’orizzonte delle avanguardie rivoluzionarie, non può fermarsi all’Italia. La prossima guerra all’Irak è il tentativo di abbattere il principale ostacolo all’egemonia dell’entità sionista bastione dell’imperialismo nell’area, disarmando e annientando la resistenza palestinese, punto di riferimento e di forza per tutte le masse arabe e islamiche espropriate e umiliate dall'imperialismo, che nel complesso costituiscono il naturale alleato del proletariato metropolitano nei Paesi europei. Le avanguardie devono fare del contrasto alle mire israelo-anglo-statunitensi di ridefinizione a proprio vantaggio degli equilibri in Medio Oriente un punto di programma su cui aprire la prospettiva storica del Fronte combattente antimperialista, promuovendone i termini politico-militari…».

Già in altre risoluzioni brigatiste, nell’insieme del delirio ideologico erano contenuti riferimenti alla causa palestinese, ma mai era stata fatta una sorta di chiamata alle armi generale contro Israele (indicato come "entità sionista", la stessa definizione usata dai Paesi arabi che non riconoscono il diritto all’esistenza dello Stato ebraico).

Ci sono anche Bin Laden e Al Qaeda

Persino l’11 settembre viene ora evocato come un passo determinante del "processo rivoluzionario", come se Bin Laden e i suoi assassini fossero un esempio di democrazia, quindi degni di essere presi ad esempio in nome del riscatto delle masse oppresse. Sicuramente neanche il capo di Al Qaeda, che solo dopo l’11 settembre ha scoperto la causa palestinese, avrebbe mai pensato di ottenere tanto.

Il processo di fascinazione delle Brigate rosse per i palestinesi è un fatto vecchio, quanto mai definitivamente chiarito, così come gli incontri di Mario Moretti a Parigi con esponenti dell’Olp, i rapporti con gruppi minoritari palestinesi dai quali le Br ricevettero anche armi, la confessione del "pentito" Savasta secondo il quale i palestinesi, colpiti dall’efficienza dimostrata dalle Brigate rosse in occasione del sequestro dello statista Aldo Moro, offrirono il loro appoggio in cambio dell’impegno dei terroristi italiani a colpire obiettivi israeliani e Nato.

Uno degli irriducibili delle Br, Franco La Maestra, uno di quelli che dal carcere "istruiscono" quelli che stanno fuori, dopo il delitto di Massimo D’Antona ha implicitamente citato, nel corso di una conversazione telefonica registrata, proprio Desdemona Lioce e Mario Galesi, un riferimento non di poco conto visto che La Maestra (nome in codice "Cesare") era quello che all’epoca teneva i contatti niente meno che con l’inviato di Abu Nidal, la "primula rossa" dell’eversione internazionale.

Tabella.

Quell’alleato "naturale"

L'"appello" della Lioce non è dunque estemporaneo. Così come il documento dei Nipr ( Nuclei di iniziativa proletaria rivoluzionaria), organizzazione che si ispira alle Br-Pcc, che nel rivendicare l’attentato del 10 aprile 2001 all’Istituto Affari internazionali di Roma, indicava nel «soggetto palestinese un alleato naturale nella lotta all’imperialismo».

La collaborazione operativa, che le vecchie Brigate rosse proposero e cercarono a lungo con i gruppi palestinesi più estremisti, potrebbe essersi cementata oggi, in epoca di globalizzazione, sulla scia della nuova Intifada e dopo l’attacco di Bin Laden ai «simboli dell’imperialismo statunitense». I brigatisti però hanno sempre trascurato e continuano a trascurare un elemento fondamentale della questione palestinese, e più in generale di quella islamica: l’aspetto prettamente religioso.

Esaltando invece lo sfondo ideologico, quello che vede i "deboli" contro i "forti". Una visione romantica che non corrisponde alla realtà, ma che nelle nuove reclute potrebbe avere preso il posto di quell’alone leggendario della Resistenza del quale era imbevuta la prima generazione di brigatisti.

Guglielmo Sasinini
   
    
UN INTELLETTUALE NEL MIRINO

A un anno quasi esatto dalla spietata esecuzione di Marco Biagi, nel mirino delle Brigate rosse era forse entrato Michele Tiraboschi, allievo prediletto del professore bolognese, anche lui nello staff dei consulenti del ministero del Welfare e anche lui, come il docente assassinato, stretto collaboratore di Roberto Maroni e del sottosegretario Maurizio Sacconi.

Spetta agli investigatori scoprire ragioni e obiettivi del viaggio in treno, lo scorso 2 marzo, di Mario Galesi e Nadia Desdemona Lioce, destinazione Arezzo. È un fatto comunque che il giorno dopo nella città toscana sarebbe dovuto arrivare proprio Michele Tiraboschi per concordare con lo scultore Piero Donati gli ultimi dettagli di un busto dedicato alla memoria di Marco Biagi. Un viaggio lampo, protetto da fitto riserbo, noto a pochissime persone, eppure probabilmente segnalato al commando brigatista.

Docente di diritto del lavoro, come D’Antona e Biagi, Michele Tiraboschi, 37 anni, da dodici mesi sotto scorta, non vuole rilasciare dichiarazioni, «per non aggiungere confusione a confusione» in un momento tanto nevralgico, scandito da indagini convulse. È seccato per l’assedio telefonico dei giornalisti, ma ostinatamente non risponde a nessuna domanda. Nemmeno alla più diretta e istintiva: perché chi collabora alla riforma del mercato del lavoro diventa, nella logica perversa dei brigatisti, un nemico da eliminare senza esitazione?

Le risposte negate sono in realtà tutte contenute nel volume che il giovane giurista ha appena terminato di scrivere per l’editore Marsilio e che sta arrivando in questi giorni nelle librerie di tutt’Italia. Morte di un riformista recita il titolo. E, sempre in copertina, poche altre righe precisano: "Marco Biagi, un protagonista delle politiche del lavoro nei ricordi di un compagno di viaggio", Tiraboschi rievoca un convegno romano di Micromega tenuto il 19 marzo del 2002, poche ore prima dell’assassinio di Biagi. In quella sede «il segretario generale della Fiom, Claudio Sabattini, sentenziava tetragono: "Il Governo Berlusconi va abbattuto a colpi di manifestazioni di piazza, e chi resterà in piedi un minuto di più avrà vinto". Forse non è solo un caso che il principale consulente del Governo Berlusconi sui temi del lavoro e dell’occupazione sia stato uno dei primi a cadere sul campo di battaglia». 

«Sia chiaro: non è mia intenzione riproporre la vecchia logica dei "cattivi maestri"», precisa Tiraboschi. «È una logica che non mi appartiene, non fosse altro che per ragioni generazionali. Così come non spetta a me dire chi tra Marco Biagi e i suoi più strenui oppositori avesse ragione in materia di riforme del mercato del lavoro». Ecco il nocciolo della questione: il ruolo unico, essenziale e insostituibile di uomini che sono giuristi delle relazioni industriali, capaci di parlare il linguaggio di sindacati e imprenditori, di interpretare ruoli di mediazione e, soprattutto, di tradurre in testi di legge posizioni di incontro fra interessi diversi e distanti. Alla ricerca, al di fuori del mondo dei sogni, della norma migliore, quella tecnicamente più avanzata e ragionevole.

L’Europa ci ricorda in continuazione che il nostro è uno dei peggiori mercati del lavoro, con il più basso tasso di occupazione regolare e con quello più alto di attività sommerse. Biagi sosteneva: «È responsabilità di qualunque Governo adottare misure appropriate, anche a costo di impopolarità». Prefigurava uno Statuto di lavori, di tutti i lavori, un sistema di regole semplici e flessibili, sostanziali più che formali, rivolte a dare tutele in proporzione all’effettiva condizione di dipendenza socioeconomica, senza rigidità tecnico-funzionali.

Era un vero riformista, come D’Antona, come Tiraboschi che ha ricevuto la più scomoda e insidiosa delle eredità. Un riformista che non poteva non scontrarsi con il massimalismo ideologico più furioso, cieco e retrivo. «Quella di Marco Biagi è stata non solo una morte assurda e ingiusta, ma anche maturata in un clima di odio e intolleranza», ricorda Tiraboschi. «Attraverso una strategia di demonizzazione dell’avversario a cui si sono accompagnate numerose mistificazioni sui contenuti delle riforme da lui proposte e progettate, soprattutto in tema di revisione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori».

E l’erede di Biagi ricorda anche un intervento di Franco Debenedetti su Il Sole 24 Ore: «Perché se davvero oggi l’Italia si avvia a diventare un regime, se assistiamo alla fase nascente di un nuovo Hitler, se sono minacciate le fondamentali libertà democratiche, allora non stupiamoci del ricorso alla lotta armata. E se lo si ripete per mesi, giorno dopo giorno, sono i terroristi a credere di poter contare su un numero crescente di coloro che pensano di dover fronteggiare un regime».

Silvano Guidi


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