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Il terremoto sparisce dentro la nebbia che avvolge le Serre al valico di Cerrosecco. Lo chiamano il "cratere", quelli della Protezione civile, il luogo dove la scossa si è attorcigliata, ha sbattuto case e chiese e poi è andata a schiantarsi sotto la rupe di San Giuliano di Puglia. La statale 87 Sannitica, che scende da Campobasso, lo abbraccia per intero. Poi, all’improvviso appare nelle luci tremolanti dei mezzi che stanno ricostruendo San Giuliano, luci arancioni, a decine, luci di ruspe e di camion. C’è una promessa per Natale. È la promessa dello Stato: dieci case prefabbricate per la gente che ora sta negli alberghi sulla costa e torna ogni giorno fin quassù per portare i bambini a scuola e per presidiare il dolore. Il paese provvisorio a febbraio Marcello Fiore è uno dei direttori generali della Protezione civile e a San Giuliano è praticamente il capo cantiere: «Volete i numeri? 140 case, più una chiesa, più un centro ricreativo per giovani e anziani, più due negozi, più un paio di capannoni per attività artigianali, più due piazze. Tutti entro la fine di febbraio, se ce la facciamo anche prima». Il villaggio provvisorio sorge accanto alla scuola, che c’è già. Si affaccia sul paese, guarda macerie e case ferite. Ospiterà 540 persone. Al cantiere si lavora 24 ore su 24. È un consorzio di 63 imprese locali. Si chiama "Sisma 31/10". Gli operai sono quasi 500 e, da come lavorano, pare proprio che la promessa verrà mantenuta. Paga lo Stato e verranno utilizzate le offerte che sono arrivate da tutta Italia. A un mese e mezzo dal terremoto sono stati controllati dai tecnici 16.347 edifici, di cui 686 pubblici. Totalmente inagibili sono risultate 3.583 case private e 85 strutture pubbliche; parzialmente inagibili 651 abitazioni private e 13 edifici pubblici. Agibili invece 9.472 case private e 465 strutture pubbliche. Dunque molta gente è rientrata nelle proprie case e le tende sono quasi del tutto sparite. Eppure il disagio aumenta, perché un conto è l’emergenza, un altro la ricostruzione. Non si vede più la frenesia delle prime settimane e qualcuno può avere l’impressione di essere stato abbandonato. «È un disagio psicologico che dobbiamo combattere dimostrando di fare le cose, anche se con più calma e accortezza», dice Giovanni Tozzi, sindaco di Casacalenda. Lui ha invitato la gente «all’autonoma sistemazione» e lo rivendica come una strategica scelta politica: «Ho spronato la popolazione a non prolungare l’emergenza. Ogni famiglia con ordinanza di sgombero riceverà tra 400 e 500 euro dal Comune per l’affitto di una nuova casa». Ma la decisione del sindaco per alcuni è sinonimo di abbandono.
con gli addobbi natalizi (foto Giuliani). Al Bar Sport in corso Roma Vincenzo De Rosa si ripara dalla nebbia gelata e se la prende con il sindaco: «Doveva requisire le case. Punto e basta. Qui hanno fatto tutto i volontari. Le istituzioni hanno dormito». È normale che sulla ricostruzione i pareri siano diversi. Ma a Casacalenda la rinascita registra già il primo successo: a 40 giorni dal terremoto riapre la cooperativa "Mimosa". Avevamo visto i Vigili del fuoco portare via dai vecchi locali del centro storico le macchine da cucire. Stasera c’è anche Guido Bertolaso, capo della Protezione civile, all’inaugurazione della nuova sede della cooperativa che produce camicie per grandi marchi internazionali della moda. Don Gabriele Tamilia, il parroco, dice: «La dignità del lavoro indispensabile per la ricostruzione». A Ripabottoni, l’altro paese, insieme a San Giuliano, completamente evacuato, il centro storico è stato dichiarato "zona rossa", inagibile. Ma appena fuori, sotto un palazzo in pietra che ha resistito al terremoto, Orazio Civetta ha riaperto il Bar centrale e per i carpentieri che eseguono i lavori di puntellamento c’è una dimora calda dove riposarsi. A Provvidenti, il più piccolo paese terremotato appeso alla montagna sotto le Serre di Morrone, il sindaco Angelo Petrilli ha chiesto aiuto alla Caritas per riaprire il panificio. A Santa Croce di Magliano il sindaco Giovanni Gianfelice invece ha chiesto alle famiglie non colpite dal sisma di aiutare quelle con la casa danneggiata. Santa Croce è il paese più grande di quelli del "cratere". «Ho chiesto solidarietà», dice il sindaco, «non ho requisito niente. E la mia gente ha risposto». È commosso il sindaco Gianfelice. Le cose arrivate in più a Santa Croce sono state donate a padre Tonino Camelo, missionario degli Oblati di Maria Immacolata in Romania e cittadino molto amato di Santa Croce. È a San Giuliano di Puglia che si fatica di più. Riaffiorano antichi
rancori, polemiche, veleni. Il paese è diviso, ci sono comitati che
litigano, il sindaco, minacciato, va in giro con la scorta. Gli avvisi di
garanzia emessi dalla Procura di Larino potrebbero rasserenare gli animi,
dando certezze riguardo alla direzione in cui si sta indagando per il crollo
della scuola. Ma don Ulisse Marinucci, il parroco, è preoccupato: «Gli
altri paesi hanno trovato le forze per rimettersi in moto. Qui si è entrati
nella spirale dell’assistenzialismo, si prende tutto quello che arriva,
anche se non serve. L’individualismo è esasperato, difficile gestire le
tensioni». Don Ulisse usa parole taglienti: «È stato costruito un circo
attorno a San Giuliano. Questo non fa bene alla mia gente. Ci sono bambini
che ringraziano il terremoto, perché mai hanno visto tanti giocattoli. Vedo
una carità che serve più a chi la fa che a chi la riceve. La carità non
si vanta, scriveva san Paolo. Qui invece è tutto all’opposto. Si chiedono
ricevute, timbri da mostrare. Il più bel regalo di Natale? Una e-mail di
un parroco del Belice: "Auguri. Io sono 34 anni che aspetto la
chiesa". Forse abbiamo bisogno di rileggere san Paolo per capire cos’è
la carità».
Alberto Bobbio
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