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Attualità
di Fulvio Scaglione


RELIGIONE
L’ARCIVESCOVO DI MOSCA TADEUSZ KONDRUSEWIC RISPONDE AL PATRIARCA ALESSIO II

«NON RUBIAMO FEDELI AGLI ORTODOSSI»

Proselitismo? «Accusa infondata, non vogliamo invadere nessuno. Ma se il Patriarcato di Mosca può avere parrocchie in Italia, perché noi non possiamo operare in Russia?»

  

Sono tempi duri. Peggio: tempi difficili da decifrare. I rapporti tra il Patriarcato di Mosca, che rappresenta la più grande e popolosa tra le Chiese autocefale ortodosse del mondo, e il Vaticano sono ai minimi storici. La polemica è frontale e, come dimostra l’intervista al patriarca Alessio II che abbiamo pubblicato nello scorso numero, lascia poco margine alla composizione e alla ripresa del dialogo.

Ma in quello che era pur sempre il confronto tra due Chiese si è inserita una variabile pesantissima: lo Stato russo. Perché è vero, come ricorda lo stesso arcivescovo Kondrusewic in questa intervista, che anche altre confessioni stanno avendo problemi con le autorità civili della Federazione russa. Ma è ancor più vero che i cattolici portano il peso più grande: quattro sacerdoti e un vescovo espulsi in sei mesi. Due anni fa, sarà meglio non dimenticarlo, la stessa sorte toccò a padre Stanislaw Opiela, allora provinciale dei Gesuiti. Non può essere un caso. E dopo lo scambio di lettere tra Giovanni Paolo II e Vladimir Putin, non si può più pensare che l’inquilino del Cremlino non sappia, o che sia a sua volta vittima di una qualche manovra politica di palazzo. Non cambia, comunque, la domanda: perché?

f.s.

  
Pensieri amari corrono lungo la linea telefonica, già tormentata di suo. Difficile ritenerlo un periodo di riposo, quello che monsignor Tadeusz Kondrusewic, arcivescovo di Mosca e metropolita della provincia ecclesiastica cattolica della Russia, sta trascorrendo in Crimea.

  • È possibile, eccellenza, vedere la "mano" della Chiesa ortodossa russa dietro le continue espulsioni dalla Russia di sacerdoti cattolici?

«La Chiesa ortodossa non dà e non ritira visti, lo sappiamo tutti. Si vorrebbe pensar bene e invece, per essere sinceri, la tentazione di pensar male è forte. Perché nessuno, da parte dello Stato russo, fece la minima obiezione, in febbraio, alla trasformazione delle amministrature apostoliche in diocesi. E anzi, dietro precisa richiesta del nunzio, ci fu risposto che lo Stato russo non aveva nulla da ridire. Solo dopo le proteste della Chiesa ortodossa russa, e dopo il Sinodo che diede loro ulteriore risalto, cominciarono i dubbi alla Duma, al ministero degli Esteri, le manifestazioni di piazza. Si vorrebbe pensar bene...».

  • Le ultime espulsioni sono di questi giorni. Ma quella del sacerdote italiano Stefano Caprio, invece, risale a sei mesi fa. Ci sono novità?

«No, nulla. La cosa peggiore è proprio questa: che non si capisce niente, per quel che ne sappiamo potrebbe anche essere un disguido, un errore. E quando chiediamo chiarimenti, non otteniamo alcuna risposta. Insomma: perché?».

  • Navarro-Valls, portavoce vaticano, ha usato apertamente la parola " persecuzione". Lei che cosa ne pensa?

«Problemi di questo genere stanno colpendo anche i protestanti e altre confessioni. Per quanto so io, almeno due pastori non sono più riusciti a rientrare in Russia. Ma è evidente che in prima linea ci sono i cattolici. E che nel Paese si è sviluppata una sindrome da "cattolici uguale nemici" che va assumendo contorni sempre più sinistri».

  • Eccellenza, anche tra i cattolici, anche in ambienti vicini al Vaticano, c’è chi dice che l’istituzione delle quattro diocesi in Russia è arrivata in anticipo sui tempi. È d’accordo?

«Io, al contrario, dico che è arrivata troppo tardi. Era un passo da fare già nel 1991: allora sarebbe sembrata la cosa normale che in effetti è, e certo non ci sarebbero stati tutti i problemi con cui dobbiamo fare i conti adesso. Chi ha buona memoria ricorda che già nel 1991, quando fu istituita l’amministratura apostolica, ci fu una serie di reazioni poco piacevoli da parte del Patriarcato di Mosca, che passarono quasi inosservate perché era in atto la dissoluzione dell’Urss e il clamore degli eventi politici copriva tutto. Il malumore di oggi è lo stesso di allora».

  • Con qualche differenza, però. Il Patriarcato dice, per esempio, che è difficile capire perché la Chiesa cattolica in Russia aveva due diocesi prima della Rivoluzione e ne ha quattro oggi, quando i cattolici sono meno di allora…

«Ma se uno conta le diocesi ortodosse di prima della Rivoluzione nota lo stesso fenomeno: erano meno di adesso. Che cosa bisognerebbe dedurne, oltre al fatto che i tempi cambiano?».

Il presidente russo Vladimir Putin ricevuto in udienza da Giovanni Paolo II in Vaticano il 5 giugno 2000.
Il presidente russo Vladimir Putin ricevuto in udienza
da Giovanni Paolo II in Vaticano il 5 giugno 2000 (foto AP).

  • Il Patriarcato ne deduce che la Chiesa cattolica si sta organizzando, in Russia, per intensificare il proselitismo. E non solo lo deduce, ma lo dice e lo scrive a chiare lettere...

«L’accusa di proselitismo non ha alcun fondamento. Noi non vogliamo invadere il territorio di nessuno, non vogliamo rubare fedeli a nessuno. Ribadiamo però con forza il principio che ogni uomo ha diritto di scegliere la propria fede. D’altra parte, se il Patriarcato di Mosca può avere le sue parrocchie in Italia e in altri Paesi d’Europa, parrocchie in cui prestano servizio sacerdoti che in moltissimi casi non parlano nemmeno il russo, perché la Chiesa cattolica non dovrebbe avere il diritto di esistere e operare qui in Russia? L’idea che tutti i russi debbano essere ortodossi perché russi è assurda: sarebbe come dire che tutti gli italiani devono essere cattolici perché italiani. Mentre ci sono italiani ebrei o protestanti e nessuno lo trova scandaloso. Ma non sono queste polemiche a preoccuparmi di più…».

  • Che cosa la preoccupa davvero?

«Il fatto che l’ultimo Sinodo della Chiesa ortodossa russa abbia dichiarato di non voler neppure discutere la definizione di proselitismo. È chiaro che ne diamo interpretazioni diverse, ma è altrettanto chiaro che se non ci sediamo intorno a un tavolo per discuterne sarà impossibile intendersi. E infatti certi documenti del Patriarcato, penso per esempio alla Spravka sul proselitismo firmata dal metropolita Kirill, giungono a conclusioni insostenibili, come quella di dire che se uno dei nostri Ordini religiosi ha la parola "missionario" nella denominazione, dimostra di voler fare del proselitismo. Come se le opere di carità, l’assistenza ai poveri e ai bambini abbandonati fossero un mero arruolamento. Un ragionamento assai triste, anche perché la Chiesa è missionaria per sua natura. Comunque è una storia che si ripete: noi tendiamo la mano, cerchiamo il dialogo, ma non siamo bene accetti. Fa impressione vedere che l’Europa è riuscita a unirsi intorno a una cosa senz’anima come l’euro, mentre le nostre Chiese non riescono a trovare un punto d’incontro sul Vangelo».

  • Qualche volta si ha l’impressione che la Chiesa ortodossa russa sia di tanto in tanto costretta a ribadire l’ostilità alla Chiesa cattolica per compattare una base un po’ riottosa…

«Credo sia lecito immaginare qualcosa di simile. Anche questo rientra in una lunga tradizione, a prima della Rivoluzione, quando le polemiche e gli attacchi verso i "non slavi" erano ciclici. Qualcosa di quella mentalità è purtroppo rimasto in circolo. Vede, alla Chiesa ortodossa russa forse è mancato un Concilio Vaticano II. Alcuni dei loro atteggiamenti verso le altre religioni erano anche nostri, fino al Concilio, che poi arrivò a cambiare tutto. E per fortuna: una Chiesa che sconfina nell’aggressività è destinata all’isolamento».

  • Un’altra accusa degli ultimi documenti del Patriarcato di Mosca: la Chiesa cattolica usa la Russia come serbatoio di vocazioni. Quelle vocazioni che sembrano mancare in Occidente...

«È un’altra assurdità. In Occidente non ci sono sacerdoti russi impegnati nel servizio pastorale. Ce ne sono diversi, invece, impegnati nello studio. Io stesso, ogni anno, li mando a piccoli gruppi ad approfondire la preparazione: due anni fa a Roma, l’anno scorso in Svizzera, quest’anno di nuovo a Roma. Vanno a studiare e poi tornano qui. I sacerdoti russi sono necessari in Russia, perché dovremmo mandarli altrove?».

  • Ma qual è, oggi, la situazione?

«Per dirla in termini scacchistici, c’è uno stallo. Il che, ovviamente, non è bene e richiede da parte di tutti molta attenzione e senso di responsabilità».

  • Questo è facile capirlo, soprattutto se si pensa a Mosca. Ma in provincia, lontano dalla capitale, cosa succede?

«Da febbraio (cioè da quando sono state istituite le quattro diocesi cattoliche, ndr.) a oggi ho viaggiato molto e ho potuto parlare con diversi vescovi ortodossi. Alcuni sono aperti, disponibili al dialogo; altri meno, dipende. Certo, molto aperto non è l’arcivescovo di Pskov Evsevij, che ha scritto a Putin per dirgli che in Russia non c’è posto per i cattolici… Ma ho parlato anche con i semplici sacerdoti e non di rado mi è capitato di sentirmi dire: "Ci vergogniamo per il comportamento tenuto dalla nostra gerarchia". Alla fin fine, la conclusione è questa: la gente semplice, tanto tra i fedeli che tra i religiosi, non vede alcun problema nella convivenza e nell’eventuale collaborazione tra le nostre due Chiese».

Fulvio Scaglione

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