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I risultati del sondaggio

 
di Francesco Anfossi


GIUSTIZIA

IL PENDOLO DI TANGENTOPOLI

17 febbraio 1992, l’arresto di Mario Chiesa, l’esordio di Mani pulite. Dominavano i giudici, dice Martinazzoli, oggi i politici: «Il pendolo continua a oscillare. Così le cose non vanno». E il nostro sondaggio...

Ricorda quel giorno avvocato? Quel 17 febbraio 1992, giorno dell’arresto di Mario Chiesa? «Non ho ricordi particolari del Mariuolo, come lo definì Craxi. Anche perché la data più significativa di Tangentopoli, dal punto di vista politico-istituzionale, è un’altra». Nel suo ufficio di consigliere regionale lombardo del Ppi (poco più di uno stambugio, una cella monacale con scrivania e computer) Mino Martinazzoli accende una sigaretta e fissa assorto le volute azzurrine di fumo, come per leggervi il passato. Sull’argomento qualcosa da dire ce l’ha. Come avvocato, ex deputato, ex ministro della Giustizia, ex sindaco di Brescia. E, soprattutto, come ultimo segretario della Democrazia cristiana, al capezzale di un partito ormai al collasso.

Mario Chiesa (foto Olympia).
Mario Chiesa (foto Olympia).

  • Qual è, dunque, la data più importante di Tangentopoli, secondo lei?

«Il 13 luglio 1993, quando il presidente della Repubblica Scalfaro si rifiutò di firmare il decreto Conso sul finanziamento ai partiti, dopo che i magistrati di Milano minacciarono in Tv le dimissioni. Tanto bastò per indurre la classe politica a tornare sui suoi passi».

  • Fu definito il decreto "salvaladri"...

«Si limitava a trovare una soluzione».

  • Sembra voler bocciare Mani pulite...

«No, tutt’altro. Una delle vulgate di oggi, da parte di certe forze politiche, è che Tangentopoli è stata una congiura della magistratura con obiettivi politici: interpretazione piuttosto originale e dettata dalla convenienza politica del momento. Chiunque abbia buon senso, chi conosce il modo di essere della magistratura, non può essere convinto di questo. Però è anche vero che il torto della magistratura in quegli anni è stato quello di subire l’effetto "drogante" della popolarità. Il decreto Conso non sarebbe stato respinto se non si fosse coagulato intorno ai magistrati il senso comune degli italiani. Fu il maggior punto di caduta del potere politico».

  • E oggi?Matteo Carriera (foto Olympia).

«Oggi abbiamo la sensazione che la maggioranza di Governo tenda a recuperare il suo ruolo quasi come una rivincita. L’equilibrio dei poteri è proprio dello Stato di diritto. Se diventa conflitto permanente, è difficile trovare soluzioni. Attualmente, seguendo il pendolo della storia, sembra che sia il potere politico a influenzare la giustizia. Ma sono sempre due momenti patologici. Il pendolo continua a oscillare».

  • Chi è Antonio Di Pietro?

«La raffigurazione storica di quel che accade nei grandi rivolgimenti. Più Masaniello che Robespierre, direi».

  • Chi è stato Bettino Craxi?

«Pagò il suo coraggio. Bisogna pur ammettere che si alzò in Parlamento e difese la politica. La sera in cui gli lanciarono le monetine andai a trovarlo al Raphael. Lo trovai solo, abbandonato, con lui c’era solo un ragazzo».

  • Era Luca Josi, segretario dei giovani socialisti. Craxi era amareggiato?

«No. Craxi era un combattente. Mi sembrò ottimista sulla possibilità di una reazione. Parlammo di iniziative legislative per risolvere il problema del finanziamento illecito».

  • Che percezione ha oggi del livello di corruzione in Italia?

«Quella che avevamo identificato come una pervasiva corruzione politica credo che sia molto ridotta. Tutto era legato al modo di essere dei partiti, e oggi quei partiti così pesanti, che avevano bisogno di molti soldi per vivere, non ci sono più. Se, invece, parliamo della corruzione che si annida nel rapporto pubblico-privato, allora è difficile rispondere. C’è ancora una zona dove la corruzione prospera, come hanno dimostrato i recenti fatti di cronaca. Qualcosa non dico di fisiologico, ma un rischio che è permanente. Quello che rimane però in campo, irrisolto e inquinato, è il fatto che oggi è in crisi l’equilibrio dei poteri. Non sarebbe giusto confondere i problemi della giustizia con la cronaca giudiziaria. Se li confondiamo viviamo in una condizione malsana. Quando un processo, come il processo Sme-Ariosto, diventa un caso politico, quando è messo in discussione il principio che ogni cittadino è uguale di fronte alla legge, vuol dire che le cose non vanno bene. Quando l’esercizio legislativo del Parlamento approva scelte che coinvolgono gli stessi episodi, c’è qualcosa che non va. Se un grande tema moderno come la giustizia internazionale ancora una volta è sospettabile per le decisioni sulle rogatorie, allora è impossibile parlare di un processo riformatore».

  • La Dc crollò per Tangentopoli?

«No, Tangentopoli ha influito sul modo del nostro epilogo, ma le ragioni della nostra decadenza non sono lì».

  • E dove sono?

«Nel non aver saputo cogliere il cambiamento. Nel 1989 era caduto il muro di Berlino. E in quella data vi fu l’ultimo Congresso della Dc, in cui venne eletto Forlani segretario. Io ero presidente dei deputati e feci un intervento che si guadagnò 20 minuti di applausi. Dissi: "Badate che la crisi del comunismo in Europa conclude la fase storica della Dc, quella che, come diceva Moro, la condannava a governare, per mettere il Paese al riparo da disavventure disastrose". E aggiunsi che non potevamo essere il motore immobile del cambiamento, che ne saremmo diventati il bersaglio. Mi riferivo all’esigenza di essere tempestivi, di cogliere l’occasione. Come quando decidemmo di recuperare la sigla del partito di Sturzo».

Da sinistra: Davigo, Colombo e Di Pietro (foto Olympia).
Da sinistra: Davigo, Colombo e Di Pietro (foto Olympia).

  • Di chi fu l’idea?

«Mia, credo. Ricordo tanti contrasti. Contro di noi c’erano l’amico Luigi Granelli, i grandi vecchi: Andreotti, il povero Taviani. Atteggiamenti rispettabili, che nascevano da un’incomprensione: io non volevo cambiare nome, io volevo recuperare il richiamo di Sturzo, la sua idea di partito di programma, di progetto. Dovevano essere di più le nostre idee e meno il nostro potere. Non c’era più l’inevitabile zavorra di un partito condannato a governare. In una riunione a piazza del Gesù dissi: "Adesso che avete capito che non era una condanna all’ergastolo, siete diventati melanconici e pretendete di replicare un passato che non c’è più"».

  • Melanconici? Disse proprio così?

«Sì, melanconici: un po’ patetici, ma anche inetti, nel momento dell’avversità. Tutto questo avveniva nella temperie di Tangentopoli, non passava giorno senza un politico in manette».

  • Tangentopoli è un accidente storico?

«Un accidente eccessivo. Quei giorni avevo la sensazione che se un pubblico ministero non aveva trovato un democristiano da inquisire, quando tornava a casa la sera sua moglie se ne lamentava».

  • Come reagiste in quei giorni?

«Noi dicevamo ai magistrati: "Vi rispettiamo, potete giudicarci. Ma badate che i processi che aprite li dovete chiudere. Se non lo fate, i vostri gesti avranno solo un’impropria valenza politica. E infatti l’effetto fu quello. La nostra voce era fievole, nel clima generale. Nessuno voleva ascoltarci. Alle amministrative del ’93 non andammo a un solo ballottaggio perché nessuno voleva allearsi con noi. Eravamo gli appestati. Ricordo che una società ci regalò un sondaggio (non eravamo in grado di pagarlo, non avevamo una lira). La parola che rimbalzava tra gli ex elettori democristiani che ci negavano il loro voto era: tradimento. Avevamo tradito i nostri ideali».

  • Scusi, ma lei, prima di allora, non aveva mai avvertito il "lezzo"?

«Quello che si avvertiva chiaramente era che i soldi alteravano il dibattito all’interno del partito. Le tessere si compravano. Avevo raccontato la storia di un amministratore che si era venduto la casa per comprarsi le tessere necessarie a diventare presidente di una Usl. Le correnti costavano. Ecco perché ci ispiravamo a Sturzo: una struttura federata, leggera, un segretario nazionale e poi quelli regionali. E mai più correnti».

Il procuratore generale Francesco Saverio Borrelli all'inaugurazione dell'anno giudiziario (foto AP).
Il procuratore generale Francesco Saverio Borrelli 
all'inaugurazione dell'anno giudiziario (foto AP).

  • Dormiva di notte?

«Dipendeva dal giorno».

  • Lei era un Mosè che voleva traghettare la Dc dentro un partito leggero...

«Un Mosè mancato. La Dc subì un tracollo alle elezioni politiche del ’94».

  • Poi andò via. Qualcuno l’accusò di tradimento...

«Volevo dare l’esempio per primo. Pesò anche una forte crisi psicologica... Furono mesi difficili. Avevo tagliato molte teste. Tutta l’autorevolezza che avevo la spesi. Me ne andai. Non potevo certo prevedere quello che sarebbe successo con Buttiglione. Ma non ho un brutto ricordo del ’94. Quando tutti dicevano o a destra o a sinistra, difendemmo la memoria del Centro, alla base della vittoria del Centrosinistra di Prodi nel ’96».

  • Come chiudere Tangentopoli?

«Non bisogna chiudere, bisogna riaprire. Ritornare alla mediazione, alla riflessione pacata. Quante ironie sul linguaggio moroteo, che invece era uno stile autenticamente democratico. La democrazia esige la pazienza del compromesso. La maggioranza ha ragione di governare, ma non è depositaria della ragione, solo perché ha vinto le elezioni».

Francesco Anfossi

    

SBERLA SALUTARE, PAROLA DI CUSANI

«Mi fa tristezza, una grande tristezza». Risponde così Sergio Cusani, l’imputato più famoso di Tangentopoli, alla richiesta di commentare le recenti catene umane di fronte a Palazzo di Giustizia in favore del pool Mani pulite. Ma se il discorso va avanti e gli chiedo perché, Cusani si chiude, dice che non ne vuole più sapere di quel periodo, che ormai è una faccenda alle spalle, passata. Che sta facendo altro, che è impegnato a fare "cose buone". Che lavora tantissimo, ma alle quattro in punto va a giocare con Mattia, un anno e nove mesi, un amore di bambino.

Si è fatto quasi cinque anni e mezzo di reclusione, parte dei quali in affidamento in prova lavorando all’esterno. Si è mai sentito un capro espiatorio? Arriva un orgoglioso monosillabo: «No». Che cosa ha cambiato, Mani pulite? «Se parla di grandi cambiamenti, di cambiamenti strutturali, secondo me, poco. Certo, è stata una bella sberla, una sberla salutare».

E per lei, che cos’è stato, Mani pulite? «La possibilità di acquisire una maggior consapevolezza. Di quell’esperienza – anzi, per meglio dire, delle conseguenze di quella esperienza, cioè del carcere – mi rimane la voglia di fare».

Già: fare. Veramente ha sempre fatto, Cusani. Frenetico, entusiasta, un filo esagitato. Il contrario del detenuto-tipo, che si butta in branda e si lascia schiacciare dalla galera. Così ha resistito, dice, al peso dei giorni. Pur essendo stato – per sua stessa ammissione – un privilegiato, «perché ho sempre avuto il sostegno familiare».

L’associazione Liberi (presso cui lavora ancora oggi, e che si occupa di assistenza ai detenuti e alle loro famiglie) gli ha permesso di essere affidato ai Servizi sociali dall’ottobre ’98 al marzo 2001. E ora fa il banchiere. Ma di una banca etica, la Banca della Solidarietà, un’istituzione non creditizia, nata il 12 dicembre 2001. La sede? Tangentopoli, www.bancasolidarieta.it.

Emilia Patruno

    

FOLLINI (CCD): È STATA UNA LOTTERIA

Ancora oggi c’è chi vede nelle vicissitudini politico-giudiziarie di 10 anni fa l’avvio di una grande opera di bonifica della vita pubblica; e chi, all’opposto, vi legge un tentativo di colpo di Stato, in parte riuscito e in parte sventato.

Credo che una lettura meno mitologica aiuterebbe gli uni e gli altri a capire meglio. E soprattutto darebbe voce a tutto quello che sta in mezzo ai due estremi (o Mario Chiesa o Di Pietro), alla quale idealmente mi sento iscritto.

Le prime inchieste, agli inizi degli anni ’90, hanno colpito un po’ alla rinfusa un sistema politico molto degradato, facendo (deliberatamente?) confusione tra chi – politici, imprenditori e amministratori – aveva montato l’ingranaggio del malaffare, chi vi aveva preso parte in maniera marginale e accidentale e chi non c’entrava affatto.

C’è poi da considerare il fatto, ormai documentato, che le inchieste, gli arresti e i processi si sono appuntati con straordinaria severità verso i partiti del vecchio Centrosinistra, dalla Dc al Psi. E hanno invece trattato con singolare delicatezza l’opposizione comunista.

In una parola, Tangentopoli ha finito per essere una sorta di lotteria politico-giudiziaria. Sono stati colpiti alcuni colpevoli, come era giusto. Sono stati colpiti molti innocenti, come non dovrebbe mai accadere. E sono stati forse risparmiati altri colpevoli. Il risultato di questa lotteria è consistito in diverse ingiustizie e perfino in alcune casualità.

Molti democristiani continuano a pensare che Tangentopoli sia stata la ragione della loro caduta. Non è così. La Dc è finita perché stava finendo il suo mondo, quello del lungo dopoguerra. E anche un po’ perché si stava spezzando una corda politica (non una corda morale) dentro di sé. Molti comunisti e post comunisti continuano a loro volta a cercare nei paraggi di Tangentopoli la chiave che avrebbe dovuto aprir loro la porta della cittadella del potere. E anche qui, così non è. Moralismo, giustizialismo e un sentimento celebrativo della propria "diversità" non hanno portato alla sinistra né fortuna né virtù.

Tangentopoli ha lasciato sul campo più sconfitti che vincitori. Ma quello che è più grave è il fatto che gli uni e gli altri non riescono ancora a trovare in quella matassa di eventi il bandolo di un’interpretazione comune. Resta l’amaro in bocca per come una certa ansia di giustizia e di moralità è stata deviata a fini di parte. Resta la consapevolezza che un certo modo di legare politica ed economia era malsano e non può essere riscattato da tutti gli errori giudiziari che pure abbiamo visto consumarsi dalle parti della Procura di Milano.

Ma non resta nessun altro lascito politico e civile. Tenere alta la guardia contro la corruzione senza cedere alle follie del giustizialismo continua ad essere un grande problema che l’epopea di Mani pulite ci consegna irrisolto. In questa storia non mi sono mai sentito né dalla parte delle guardie, né dalla parte dei ladri. Dei ladri non c’è bisogno di dire altro. Ma delle guardie occorre dire che non tutte erano così politicamente innocenti; qualcuna, neppure così moralmente specchiata. La politica non può reclamare impunità o intonare litanie vittimistiche; e la giustizia non può "scendere in campo" e vestire i panni del moralismo politico. Sembrerebbe tutto ovvio, ma forse è il caso di chiedersi perché queste ovvietà sono ancora tanto controverse.

Marco Follini Presidente del Ccd


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