IL PERSONAGGIO - Fabio Fazio a cuore aperto: l’avventura di La7,
le incomprensioni, le speranze

«Rai ingrata, ti amo ancora»

di GIGI VESIGNA
   
    

  Famiglia Cristiana n.37 del 16-9-2001 - Home Page

Se ne è andato perché «non hanno accettato di assicurarmi per tre anni il mio talk show». Così lo farà sulla nuova emittente «alternativa». Ma la Tv pubblica gli resta nel cuore: «È il mio Dna».

Era il 21 novembre 1957. Al Teatro dell’Arte di Milano, si consumava il primo vero evento televisivo, la finalissima tra i campioni di Lascia o raddoppia?

Facciamo un salto al 17 settembre 2001. Il Teatro dell’Arte ospita un altro grande evento televisivo: 250 persone assistono alla prima puntata di Fab show, trasmissione "di parole" condotta da Fabio Fazio che segna la nascita di una nuova Tv, La7, da molti considerata il terzo incomodo tra Rai e Mediaset ma il cui futuro appare incerto, nebuloso forse fragilissimo.

  • Fabio, come sarà il tuo programma, che hai voluto tanto risolutamente da lasciare persino la Rai...

«Programma e scelta di cambiare sono argomenti diversi, anche se per certi versi possono sovrapporsi. Da tempo avevo voglia di fare il talk show, che mi permettesse di raccontare storie, soprattutto vere e nuove. Se in Rai avessero accolto il mio progetto, probabilmente sarei rimasto, ma non è andata così. Del resto per realizzare questo Fab show, che ha tre ospiti a puntata e, come idea base, la curiosità e non l’aggressività, chiedevo una continuità di due o tre anni. Per un programma di seconda serata non era una richiesta assurda, ma per la Rai pareva inaccettabile...».

  • Perché ti scontravi con Porta a porta di Vespa?

«Non credo, anche se quando ho accennato a Vespa il mio progetto non mi è parso particolarmente entusiasta...».

  • Ma non sarà solo Vespa il tuo rivale, visto che la tua trasmissione va in onda dal lunedì al venerdì in quella fascia oraria che "appartiene" a Costanzo. Molti considerano la tua scelta un po’ presuntuosa, o donchisciottesca...

«Che vada contro i mulini a vento può darsi, ma l’accusa di presunzione non l’accetto. La scelta di La7 per me è un grosso cambiamento. Ero abituato ai grandi ascolti di Quelli che il calcio, con il 30 per cento di share medio costante, o a quelli dei Festival di Sanremo che sono stati stratosferici, e adesso vado a cercare un piccolo spazio da 3 per cento. Ho 36 anni, se non mi rimetto in discussione adesso non lo faccio più. Voglio prendermi uno spazio di rispetto per me e per il mio pubblico. Ho voglia di tornare alla conversazione. Da questo punto di vista la ritengo una scelta quasi eversiva, che la Tv generalista non può più permettersi. È massacrante, ti giudicano per l’Auditel. Era impossibile continuare».

  • Ma che futuro ha La7 dopo gli sconvolgimenti e i passaggi di proprietà?

«Domandalo a Bondi, l’amministratore delegato».

  • Ma c’è almeno un progetto editoriale?

«Chiedilo al direttore dei programmi Giovalli...».

Queste non risposte la dicono lunga sui rapporti tra Fabio e la dirigenza della nuova Tv, che sembra stiano diventando sempre più tesi.

Poi Fabio precisa: «Questa nuova Tv è una sfida, dovrebbe essere fatta per quelli che la Tv la guardano poco o niente, per chi non ne può più di quiz e lustrini. Dovrebbe consentire di realizzare un progetto molto simile alla bellissima Raitre di Guglielmi. Ma io per tre anni voglio occuparmi solo del mio programma. Ho un contratto di ferro. Se ci saranno problemi mi liquideranno i tre anni per i quali mi sono impegnato e me ne starò fermo un anno, due, tre. Andrò via con mia moglie Gioia. È da tanto che vogliamo un figlio. Mi piacerebbe guardarmi allo specchio nel ruolo di papà!».

A quanto se ne sa, il contratto di Fazio è davvero strutturato in modo da non consentire a nessuno di interferire nelle sue scelte.

  • Baudo dice che il tuo programma, ma anche quelli di altri, costa troppo per la seconda serata...

«È vero, è un programma ricco, fatto bene, ma le spese sono da seconda serata, forse il mio budget è sostanzioso per quell’ora, ma il costo di cinque mie puntate corrisponde a un buon budget di prima serata. Io spendo per realizzare idee, mentre spesso i grandi varietà, gli "eventi" come si usa chiamarli ora, spendono in cachet astronomici ad artisti visti e rivisti e in paillettes, ballerini e lustrini».

  • Ma sono previsti anche collegamenti via satellite, e il satellite costa parecchio...

«Saranno collegamenti con persone qualunque, studenti, giovani, che commenteranno le prime pagine dei giornali dei loro Paesi. Insomma, sarà come fare un quotidiano, stare sempre nell’attualità. Qui è tutto nuovo, l’orario, il luogo, il genere, la Tv».

  • Nell’ultima tua puntata di Quelli che il calcio il presidente Zaccaria ti ha pubblicamente ringraziato – in diretta – per aver contribuito a cambiare il linguaggio della Tv. Però, quando te ne sei andato, gli hai solo mandato un Sms di addio...

«Altolà! Prima questione: non ho mai pensato di aver cambiato il linguaggio della Tv, credo invece di aver dato alle mie trasmissioni una mia impronta, più che aver modificato il linguaggio televisivo. In quanto al messaggino telefonico, è vero che gliel’ho mandato. Ma le cose non sono andate come si sono lette. A quell’epoca ero corteggiatissimo dai dirigenti di La7, che volevano assolutamente mettere in cassaforte il primo loro contratto. Quando ho mandato quel Sms, mi aspettavo una risposta, quanto meno un altro messaggino. Invece, mi sono ritrovato tra le mani una notizia Ansa che riportava il mio messaggio a Zaccaria. Insomma, meglio un rapporto con i media che con una persona! E poi, in quell’Ansa mi aspettavo almeno un pleonastico tentativo di dire: "Fazio vuole andarsene, faremo di tutto per trattenerlo". Ma forse, anzi certamente, sono io che sbaglio...».

  • La Rai ti stava davvero tanto stretta?

«Ero nella lista di proscrizione del ministro Gasparri, quello che proponevo non veniva nemmeno preso in considerazione. Per rinnovare il contratto avevo chiesto una cifra, e loro avevano risposto che era troppo elevato. "Fate voi", dissi allora. Arrivò la proposta e io dico sì: accetto, però voglio fare quel mio talk show. Al loro "no" me ne sono andato, il giorno prima delle elezioni; non avevo sentito da parte dei dirigenti la volontà di trattenermi, visto che mi avevano detto che, chiedendo di fare la stessa trasmissione per due anni, avevo chiesto l’impossibile. Ma la Rai rimane il mio Dna, il mio posto prediletto, la mia prima vera casa. Ma per me è stata una scelta fondamentale, perché a mio parere ha ancora molto valore il "non esserci", grande è il valore dell’assenza per chi sa apprezzarlo. Comunque, mi vanto di essere l’unico a essersene andato via dalla Rai volontariamente, senza aspettare di esser cacciato a giochi fatti».

  • La domanda è di rigore: hai visto il nuovo Quelli che il calcio?

«Sì e no. Per allentare la tensione che inevitabilmente si sarebbe creata tra me e il programma se l’avessi visto in casa da solo, ho invitato un sacco di amici. Un po’ siamo stati attenti, un po’ abbiamo chiacchierato. Ci ho ritrovato molto lo stile, non solo nella regia, di Paolo Beldì. Penso che chi conduce un programma, come Simona Ventura in questo caso, abbia il diritto di sbagliare, ma anche quello di fare le proprie scelte».

  • Un’ultima considerazione sulla Rai: davvero la ami ancora tanto?

«La amo visceralmente, credo nel servizio pubblico se – e non è utopia – la Tv rispetta le persone. Non è un’utopia, perché la Tv la fanno le persone. Però ho provato un’immensa gioia quando, durante il G8, io ero a Berlino e un quotidiano tedesco ha scritto: "La7 è l’unica Tv libera in Italia". Speriamo sia un auspicio. Per quel che riguarda il mio Fab show, sinché lo farò sarà una realtà!»

Gigi Vesigna

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