Speciale scuola.

Sessantamila nuovi docenti stanno per entrare in aula, ma sul tappeto rimangono i problemi di sempre. E il nostro sistema formativo finisce sul banco degli imputati...

AVANTI I SOMARI

di ELISA CHIARI
   
    

  Famiglia Cristiana n.36 del 9-9-2001 - Home Page

Le ultime riforme segnano il trionfo del vietato vietare: vietato bocciare, vietato il sette in condotta... E con il trucchetto del sei rosso si arriva alla maturità senza studiare.

La scuola italiana è un posto strano: vi si studia la matematica come scienza esatta, ma da un po’ di tempo la si applica come un’opinione. Qualche anno fa un tre sulle bacheche di fine anno faceva tre e settembre era tempo d’esami, per verificare che lo studio estivo fosse bastato a recuperare le carenze di preparazione nelle materie insufficienti a giugno. Le soluzioni erano due: si superava l’esame e si passava alla classe successiva, si veniva bocciati e si ripeteva l’anno. Ora settembre non è più tempo di verdetti: nella matematica impazzita dei debiti formativi, tre di media, senza somme, fa sei rosso e i somari procedono indisturbati verso il diploma.

Le norme dicono che si viene promossi con "debito formativo" in caso di «insufficienza non grave in una o più discipline tale da non determinare comunque una carenza nella preparazione complessiva». Nel "comunque" c’è la scappatoia che giustifica il debito con tre: l’insufficienza è grave, però magari si limita a un paio di materie o tre e rende difficile al consiglio di classe la decisione drastica di una bocciatura. Il risultato è che un insegnante serio, specie se docente di discipline ostiche e faticose, ha le mani legate: davanti a uno studente che trascura, poniamo, ma è solo un esempio, il latino e il greco, non potendo bocciarlo per due materie, non possiede alcuno strumento per indurlo all’impegno: cioè non può fare il suo mestiere.

Il debito con cui lo studente viene promosso può tradursi al massimo in un breve corso di recupero, anche quello non più obbligatorio, perché con l’autonomia ogni scuola si regola come crede: se il recupero non avviene, non c’è norma che dica che cosa succede. Nella prassi, l’anno successivo arriva un altro sei rosso e l’avanzata continua.

Tabella.

Alla fine arriva l’esame di Stato, salutato da tutti come più severo della vecchia maturità perché il conto del debito formativo, in teoria si dovrebbe pagare con un voto finale più basso. Viene da chiedersi se, prima di esultare, qualcuno si sia preso la briga di andare a vedere le regole per calcolare i crediti. Una media di sei, di cui tre rossi al terzo e al quarto anno, fa due o tre crediti all’anno, esattamente come una media di sei "neri" pulita pulita, al massimo si paga un punto o, a essere severi, due, che su cento non sono poi una gran sanzione. Alla fine: chi ha preso sei e chi ha preso tre, sono uguali, si pagano (poco, quattro o cinque punti) solo le insufficienze dell’ultimo anno, ma la regola del somaro dice che è meglio studiare un anno che tre. Tanto più che un 60, voto minimo all’esame di Stato, non si nega quasi a nessuno.

Lo dicono i dati del ministero sull’esame 2001 e lo confermano quelli della Lombardia: 96 per cento di promossi nel 2001, quasi il 2 per cento in più che ai tempi della vecchia maturità, benché ora tutti vengano ammessi all’esame indipendentemente dal rendimento, mentre la formula precedente prevedeva, in caso di insufficienza grave all’ultimo anno, la "non ammissione". In parole povere, l’esame è diventato molto più facile.

«L’abolizione degli esami di riparazione», spiega Giorgio Israel, docente di Matematica all’Università La Sapienza di Roma, «senza un serio meccanismo di verifica alternativo, porta all’università studenti arroganti e di un’ignoranza inaudita, non sanno neanche l’italiano. A forza di garanzie abbiamo fatto una scuola di classe, in cui il figlio di una famiglia di intellettuali benestanti, che trova a casa mezzi economici e culturali per farsi una preparazione comunque, passa davanti al figlio di una famiglia modesta, che può contare solo su una scuola che ha tolto autorevolezza agli insegnanti, mettendo il potere nelle mani di studenti e famiglie, a forza di statuti e organi collegiali con cui alunni e genitori mettono il naso in tutto. Il risultato è la demagogia, perché un ragazzo di 14 anni, per studiare il latino, ha bisogno di disciplina, non si può sperare che lo faccia di sua iniziativa, se sa di cavarsela comunque, specie se può contare sulla difesa d’ufficio dei genitori. Non solo, tutto questo demotiva gli studenti che hanno interesse allo studio: chi si impegna, in una scuola che promuove i somari, può solo pensare che non valga la pena di darsi da fare».

A questo discorso ribatte Giuseppe Richiedei, presidente dell’associazione nazionale dei genitori cattolici: «La scuola deve avvicinarsi alla famiglia, ci vogliono organi in cui i rappresentanti dei genitori possano discutere le regole con presidi e docenti, se le regole non sono condivise è normale difendersi. Se la scuola ci impone, per esempio, un orario senza discuterlo, ci difendiamo: noi ci opponiamo all’idea di una scuola statalista che cala tutto dall’alto». L’idea di entrare persino nell’orario, a dir la verità, sembra confermare la tesi del professor Israel, anche perché gli organi collegiali, con rappresentanti di genitori e studenti, ci sono eccome e c’è anche uno Statuto degli studenti assai garantista, approvato nel 1998: l’unica sanzione forte, la sospensione, può essere applicata solo in caso «di gravi o reiterate infrazioni disciplinari». Le sanzioni non possono essere disposte senza invitare l’allievo a esporre le proprie ragioni, né influire sul profitto e sono quasi sempre impugnabili. C’è persino una circolare che vieta ai docenti di usare il cellulare in classe, ma non esiste analoga norma per gli studenti, tanto è vero che (è cronaca) un preside è stato denunciato dalla famiglia di un alunno cui aveva sequestrato il telefono che trillava in aula.

«La scuola è diventata un supermercato», è l’amaro sfogo di Luciano Pigoni, insegnante di italiano cha ha chiesto il trasferimento perché non si riconosceva in un approccio disciplinare troppo morbido, «come clienti scontenti della merce, a ogni insufficienza, i genitori corrono a lamentarsi dal preside che a sua volta fa pressione sul docente, ma così i ragazzi non crescono».

«La scuola delle ultime riforme segna il tardivo trionfo del vietato vietare. Vietato bocciare, vietato dare sette in condotta, vietato sospendere, vietato reagire a prepotenze e volgarità. In una società in cui i divieti sono proibiti c’è una conseguente perdita di valori fondamentali, come il rispetto e la disciplina». Lo scrive uno studente, Marco di Maio, su Koiné, giornale di un liceo scientifico, è pubblicato in rete dove tutti lo possono vedere e si commenta da sé.

Elisa Chiari

La tabella mostra che il tempo dedicato allo studio per ogni tipo di scuola negli anni va diminuendo, eppure all’esame di Stato il numero dei promossi cresce.
La tabella mostra che il tempo dedicato allo studio per ogni tipo di scuola negli anni
va diminuendo, eppure all’esame di Stato il numero dei promossi cresce.
   

Dieci anni di storia che hanno cambiato la scuola ripercorsa attraverso le scelte dei ministri. Giudicate voi se le cose sono cambiate in meglio o in peggio.

Idee rimaste sulla carta
La memoria storica di provvedimenti che abbiano cambiato la scuola in modo radicale durante il ministero Rosa Russo Jervolino si perde più che altro in una serie di idee che hanno trovato realizzazione più avanti. Non c’è, associato al suo nome, il ricordo di un provvedimento forte, positivo o negativo che sia, piuttosto il ricordo di forti polemiche e malintesi tra il ministro e gli studenti, in particolare legati alla conferenza nazionale del Progetto giovani, un’idea nata all’inizio degli anni ’90 per dare più peso agli studenti nella scuola. Il tutto culminò in una focosa protesta dei giovani che non si riconoscevano nelle proposte istituzionali, che giudicavano troppo limitative, perché ritenevano che riconoscessero loro un ruolo non abbastanza forte. Dal ministero Jervolino erano partite più che altro idee destinate a essere raccolte, sviluppate e concretizzate da altri, come l’abolizione degli esami di riparazione, o l’idea iniziale di una maggiore autonomia da concedere ai singoli istituti.

Basta esami di riparazione
A Francesco D’Onofrio è legato il provvedimento con cui da più parti lo si riconosce come il principale responsabile della diminuzione di autorevolezza della scuola davanti agli alunni: l’abolizione degli esami di riparazione. All’inizio l’esame di settembre, che verificava il recupero delle lacune nelle materie insufficienti a giugno, è stato sostituito dal corso di recupero, organizzato dalla scuola nelle prime settimane di settembre e in una pausa a metà dell’anno scolastico. Il corso, svolto dal docente titolare di cattedra, mirava al recupero del "buco", ma in assenza di una reale sanzione, in caso di lacune non colmate. L’obbligatorietà del corso è stata in seguito superata dall’autonomia scolastica, che dà agli istituti la possibilità di decidere in proprio le regole del recupero. Effetto immediato dell’abolizione la nascita del debito formativo: una sorta di promozione a giugno sulla fiducia di un recupero possibile e necessario anche se non sempre effettivo.

«La mia autonomia»
La legge sull’autonomia è diventata realtà più tardi, ai tempi del ministero Berlinguer, ma le idee dell’autonomia e di una scuola in cui dar maggiore voce ai ragazzi è stata caldamente sostenuta da Giancarlo Lombardi, approdato al dicastero della Pubblica Istruzione ai tempi del Governo Dini. Il suo disegno di legge sull’autonomia prevedeva, tra le altre cose, la possibilità per le scuole di definire il curriculum di materie, di contare su fondi esterni allo Stato anche privati. Libera anche per gli istituti, entro un monte ore previsto per ogni anno, la determinazione del calendario dell’attività didattica. Convinto dell’importanza della partecipazione attiva degli studenti alla vita della scuola, Lombardi aveva anche previsto la creazione di uno Statuto degli studenti, realizzato poi solo nel 1998, che definisse diritti degli studenti, ma finì per rischiare di giocarsi la popolarità con una circolare che anticipava ai primi di settembre 1995 l’inizio dell’anno scolastico.

Parte la nuova maturità
Le idee realizzate dal super attivo ministro Luigi Berlinguer sono così numerose che riesce difficile individuare una priorità di importanza. L’atto più significativo è forse la riforma dell’esame di Stato: la maturità cambia, a partire dal nome, voti in centesimi, con l’invenzione del credito scolastico e di quello formativo, in cui le attività extrascolastiche possono alzare di tre punti il voto finale. Diventa realtà lo Statuto degli studenti e delle studentesse, che sancisce diritti e doveri degli studenti, conferendo loro un peso specifico assai maggiore che in passato. Sparisce anche con Berlinguer il sette in condotta, che svincola totalmente la sanzione disciplinare dal rendimento scolastico, come previsto dallo Statuto. Collegata pure al ministro del Governo Prodi è la riforma dei cicli scolastici con il progetto di costruire un unico ciclo di base che riunisce elementari e medie, ereditata in seguito da Tullio De Mauro. Va in porto l’autonomia scolastica.

Al via la riforma dei cicli
Tullio De Mauro
, linguista prestato alla politica, raccoglie in eredità da Berlinguer il fardello della riforma dei cicli, di cui si attende il regolamento attuativo. Si sa che la nuova scuola avrà un ciclo di base: di sette anni continuo, nato dall’accorpamento di elementari e medie della durata di sette, contro gli otto del percorso tradizionale di cinque anni di elementari più tre di media. I problemi sono parecchi: gli insegnanti della scuola media sono costretti a riconvertirsi per insegnare a ragazzi più piccoli, e preoccupati del rischio disoccupazione collegato alla contrazione di un anno del ciclo scolastico. Il regolamento si arena alla fine su un problema tecnico: la cosiddetta "onda anomala", cioè la difficoltà di gestire l’ingresso alle superiori di un numero doppio di studenti nell’anno di conclusione contemporanea dell’ultimo ciclo di otto anni e del primo di sette. Molte proposte, nessuna soddisfacente, arrestano la corsa del regolamento.

Stop alla riforma dei cicli
La scuola di Letizia Moratti è nata con una sfida contro il tempo: tutti i docenti in classe fin dal primo giorno di scuola, compito non facile in un anno di ricambio senza precedenti con 60.000 nomine, di cui sono cambianti anche i criteri (conferimento ai presidi del potere di nominare i supplenti annuali). Il suo lavoro è appena cominciato, ma il nuovo ministro ha già provveduto a ritirare il regolamento della riforma dei cicli lasciato in sospeso dal ministro De Mauro. Le ragioni, Letizia Moratti, le ha spiegate un mese fa a Famiglia Cristiana: «C’erano dei problemi tecnici, ma il vero motivo è stato il mancato coinvolgimento dei protagonisti nella riforma stessa: i docenti, le famiglie, gli studenti». È al lavoro una commissione di revisione. «Dobbiamo coniugare», ha spiegato il ministro, «solidarietà ed eccellenza, meritocrazia e giustizia sociale». Buon lavoro.

Segue: Pronti per occupare. Una cattedra

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