L’autore di Almost
blue, del recentissimo Laura di Rimini e di una dozzina di
altri polizieschi spiega il successo della sua narrativa: «Racconto i
misteri ai quali non perdoniamo di esistere, storie nelle quali è
difficile distinguere i buoni dai cattivi. Parlano del nostro mondo: non
è più il momento del giallista che crede in un mondo ordinato».
I
suoi romanzi grondano sangue, zeppi come sono di morti ammazzati,
trucidati, azzannati, scorticati da animaleschi serial killer che
portano i nomi inquietanti di Lupo Mannaro, Iguana oppure Pitbull. Non per
niente, nonostante la giovane età (41 anni), è il maestro indiscusso del
nuovo noir italiano, il più prolifico (quindici titoli in dieci
anni) e uno dei più popolari. Il suo Almost blue, che ha pure
ispirato un film, ha già raggiunto le centomila copie: Lucarelli,
insomma, è secondo solo a quel "mostro" di vendite che è
Andrea Camilleri.
Per la vasta tribù dei lettori giallofili Lucarelli non
ha certo bisogno di biglietti da visita: i suoi romanzi e racconti, da L’isola
dell’angelo caduto a Un giorno dopo l’altro non possono
mancare negli scaffali degli amanti del genere. Da qualche tempo, poi, il
suo è diventato un volto televisivo: nella fortunata trasmissione Blu
notte ricostruisce e presenta da par suo casi polizieschi reali,
misteriosi e irrisolti. Dietro all’immancabile occhiale nero, dentro un
soprabito nero, su giacca nera, su camicia nera.
Eppure, tolta la divisa d’ordinanza, questo giovanotto
emiliano ha un aspetto rassicurante, molto poco noir, da bravo
ragazzo, con una vita lontanissima dalle allucinanti esistenze dei tanti
psicotici assassini che popolano le sue storie: «D’altra parte»,
commenta lui, «che volete che accada a chi vive da queste parti? Che
cronaca nera può avere un paesino come Mordano? Al massimo potrei
ambientarci una storia di satanisti».
Lucarelli risiede da tempo tra Mordano, borgo a una
sgommata d’auto da Imola, e San Marino, zone queste in cui più del nero
il colore di tendenza è il rosso. Quello della Ferrari, ovviamente. La
passione per le storiacce e la "nera", comunque, nel caso di
Lucarelli sono nate quasi contemporaneamente ai primi romanzi: «Subito
dopo aver scritto L’estate torbida nel 1991, fui chiamato dal
giornale locale di Imola, che mi affidò il compito di "coloritore
della cronaca nera"».
Lucarelli doveva dunque trasformare lo scippo alla
vecchietta in una storia da "sbattere in prima pagina": «Non
ero un bravo giornalista», ammette, «ma la frequentazione con la Polizia
e gli ambienti giudiziari mi è poi tornata utilissima per la scrittura
dei romanzi». Cresciuto a romanzi di Stevenson e Twain, da sempre
Lucarelli crea le sue inquietanti vicende in un caliginoso e umido
studiolo zavorrato da libri e vecchie armi, la stanza in assoluto più noir
della grande casa signorile in cui vive.
- Ma noir si è dentro, prima che fuori. Non è
così, Lucarelli?
«Lo scrittore noir è il narratore della metà
oscura delle cose, dell’aspetto torbido e inquietante della vita in una
città, in un’esistenza. Aspetti questi mai raccontati prima in Italia.
Per questo forse siamo tanto di moda».
- Da dove nasce la sua passione per il poliziesco?
«Alla base sta l’interesse per storie misteriose e
avventurose che hanno tutti i ragazzi. L’incontro fondamentale, però,
per me è stato con il giallista italiano Giorgio Scerbanenco e la lettura
del suo I ragazzi del massacro».
- Quali sono i trucchi della scrittura di suspense?
«Non dire subito tutto, è ovvio. Costruire un mistero
veramente misterioso. Il quale, per esserlo davvero, deve anzitutto essere
coinvolgente, cioè riguardare il lettore. Poi, deve trattare un caso
irrisolto. Infine, inquietare, cioè toccare una delle sfere della nostra
esistenza che faccia paura o che comunque ci metta a disagio. Insomma:
deve essere un mistero a cui non perdoni di esistere. E infine non può
mancare un ulteriore mistero che confonda le acque proprio quando sembra
di essere vicini alla soluzione finale. Si tratta, come si vede, di
tecniche di base comuni a tutte le narrazioni».
- Eppure voi giallisti siete spesso considerati
scrittori "di serie B". Quanto la infastidisce questo?
«Molto poco. Ormai tanti critici e tanti lettori non la
pensano più così. E poi, se proprio vogliamo vantarci, apparteniamo a un
genere che ha sviluppato un bellissimo modo per raccontare le storie, un
genere che ha più d’un secolo e mezzo di vita, nato ufficialmente nel
1841 con I delitti della Rue Morgue di Edgard Allan Poe. Mi
infastidisce piuttosto chi pensa a noi come a scrittori minori perché ha
in mente solo il giallo classico, alla Agatha Christie. Sarebbe come se
dicessi che Baricco è come Liala solo perché entrambi scrivono di
sentimenti».
- Qual è la vera differenza tra il poliziesco
"giallo" e il noir?
«Nel giallo la domanda principale è Chi è stato? Chi
scrive un giallo crede in un mondo razionale, normato da regole precise.
Nel noir la domanda è Che cosa sta accadendo? È una
domanda del tutto diversa, che non ha risposte certe e che è frutto di un
tempo, il nostro, irrazionale. E poi anche le atmosfere sono diverse: il noir
è più insanguinato, più torbido. Alla base c’è una
considerazione morale: nel giallo i buoni sono ben distinti dai cattivi.
Nel noir questa differenza è molto più sfumata: per esempio, a
volte anche i poliziotti sono corrotti, come accade in alcuni miei romanzi».
- Nel suo ultimo libro, Laura di Rimini (Einaudi),
che cosa accade?
«Si tratta di un gioco letterario: un divertimento
sulla costruzione della suspense. Ho cercato di prendere il
personaggio più lontano possibile dalla classica dark lady di un noir.
Mi è venuta in mente una studentessa di lettere, "alta, mora,
carina" che assomiglia molto a una mia amica sceneggiatrice. E ho
immaginato che cosa le sarebbe accaduto se un giorno, per errore, avesse
portato via lo zainetto sbagliato, contenente 400 grammi di cocaina
purissima, del valore di svariati miliardi. Anche così nasce un noir».
Alberto Laggia