ESCLUSIVO - Parla il medico responsabile della conservazione 
del corpo di Roncalli

Il "miracolo" di papa Giovanni

di ALBERTO BOBBIO
   
    

   Famiglia Cristiana n.22 del 3-6-2001 - Home Page

Il 3 giugno la salma sarà esposta sul sagrato di San Pietro, poi sarà collocata in basilica. Il professor Goglia, 38 anni dopo, ricorda quella notte, la paura di sbagliare. E un suo collega non credente che acquistò la fede.

Ha custodito finora il segreto, per via di una pietà a cui lui crede: pietà cristiana e discrezione umana. Eppure ora, dopo 38 anni, ha deciso di parlare, di raccontare la notte in cui procedette alla conservazione della salma di papa Giovanni XXIII.

Il professor Gennaro Goglia oggi ha 78 anni, una bella famiglia, 19 nipoti, dipinge e scrive libri per gli studenti di medicina. Seduto nel suo attico romano, a due passi dal Policlinico Gemelli, parla piano, con la discrezione di sempre. La parola non gli piace, ma è stato lui che ha "imbalsamato" il Papa. E a lui si deve il fatto che il corpo del Beato papa Giovanni XXIII sia stato trovato intatto alla ricognizione che il segretario di Stato Angelo Sodano, il cardinale Virgilio Noè, presidente della Fabbrica di San Pietro, e altri hanno compiuto nelle Grotte vaticane il 16 gennaio scorso: «Non mi sono sorpreso».

Goglia aveva 40 anni. Era assistente dell’Istituto di anatomia della facoltà di Medicina della Cattolica, diretto dal professor Lambertini. Tre anni fa è andato in pensione. Appesa al muro del salotto, dentro una cornice d’oro, conserva la lettera del cardinale Cicognani: «L’opera prestata dalla S.V. Ill.ma con tanta perizia e dedizione è stata di insostituibile aiuto e pertanto assai apprezzata da quanti hanno trepidato e sofferto in quei giorni di grande dolore… Prego il Signore che ricompensi con le sue celesti compiacenze questo estremo tributo di pietà filiale».

Ricorda Goglia: «Mi chiesero di sapere quale sarebbe stato il mio onorario. "Nulla", dissi. Roncalli non era un Papa qualsiasi. Mi dettero una medaglia d’argento. Io quella notte non l’ho più dimenticata».

Il professor Gennaro Goglia. Fu lui, 38 anni fa, a trattare la salma di papa Giovanni XXIII.
Il professor Gennaro Goglia. Fu lui, 38 anni fa,
a trattare la salma di papa Giovanni XXIII
(foto G. Giuliani).

Aveva scelto il luogo della sua sepoltura

Giovanni XXIII aveva sempre affrontato il pensiero della morte "in luce di speranza", come annota il suo segretario Loris Capovilla nell’ultima edizione del Giornale dell’anima. A metà pontificato era andato di persona nelle Grotte vaticane a scegliersi il luogo della sua sepoltura: un sacello di fronte alla tomba di Pio XI, che ora è occupato da quella di Giovanni Paolo I.

Sulla foto che ritrae il sacello, il Papa pose una scritta in latino: Locus depositionis meae. E qualche giorno prima della morte, affidò al professor Mazzoni, con un documento scritto e firmato, l’incarico di sovrintendere a tutti gli interventi relativi al processo di conservazione della sua salma.

Il Papa era preoccupato. Non voleva che si ripetesse quanto accadde qualche anno prima con la salma di Pio XII, malamente imbalsamata secondo un metodo che venne praticato nel 1878 sulle spoglie di Vittorio Emanuele II. Le foto del Papa morto, prima e dopo il trattamento, vennero poi vendute dal medico personale Galeazzi-Lisi e pubblicate nel 1962 da una rivista scientifica che descriveva il metodo seguito, senza mai nominare le circostanze e la persona sulla quale era stato eseguito.

«Il Papa era in cura dal professor Valdoni», ricorda Gennaro Goglia, «che a quel tempo era direttore dell’Istituto di chirurgia generale del Policlinico Umberto I di Roma. La facoltà di Medicina del Gemelli era appena nata, non avevamo ancora le cliniche. Valdoni era un professore di grande valore e Mazzoni era il suo assistente, diciamo che era il suo anestesista, perché questa specialità della chirurgia allora non era ancora autonoma».


Il professor Valdoni, il medico che aveva in cura papa Giovanni XXIII
(foto AP).

La morte si avvicinava, voleva essere informato

«Valdoni pregò Mazzoni di aiutarlo nella cura del Papa. Soffriva di un tumore allo stomaco. Il Papa lo sapeva bene e chiese a Valdoni di informarlo sull’avvicinarsi della morte, in modo che potesse prepararsi. Mazzoni da marzo dormiva in una piccola stanza accanto a quella del Papa, in modo da poter controllare anche durante la notte le condizioni del Pontefice. Non era credente, ma l’assidua vicinanza al Papa poi gli fece abbracciare la fede. È morto qualche anno fa in un incidente stradale».

Fu il Papa che chiese a Valdoni e al suo assistente di occuparsi della sua salma. Valdoni si rivolse a quello che riteneva il più adatto: il professor Gerin, che dirigeva l’Istituto di medicina legale dell’Università La Sapienza. Ma Gerin ammise che non ne aveva esperienza. Neppure il professor Virno, direttore dell’Istituto di anatomia umana, seppe proporre qualcosa, ma Virno suggerì a Gerin di chiedere aiuto al professor Lambertini, che in quel momento dirigeva l’appena nato Istituto di anatomia del Gemelli. Lambertini aveva un assistente esperto nel trattamento dei cadaveri: il dottor Gennaro Goglia.

«Lavoravo con Lambertini a Napoli, poi mi portò con lui a Roma. Avevo studiato a Losanna un metodo di conservazione insieme al professor Winkler, un’autorità in questo campo. Nel 1961, alla Cattolica di Roma, avevo applicato e messo a punto un metodo che consisteva nell’inserire nel corpo un liquido speciale di cui io ho inventato la formula, senza prima far uscire neppure una goccia di sangue».

La formula è complicata, ma Goglia l’aveva sperimentata per due anni e i risultati erano stati ottimi. Questo il professor Gerin lo sapeva. Così il professor Valdoni, dopo averne informato il Papa, dà mandato al dottor Goglia e a uno dei suoi assistenti, il dottor Cassano, di prepararsi. «Facemmo tutto nel laboratorio dell’Istituto di anatomia: 10 litri di liquido, un bidone di plastica con un rubinetto all’estremità, un lungo tubicino con un ago».

Il Papa muore nel pomeriggio del 3 giugno. «Lo seppi dalla radio. Ero all’università. Telefonai a casa per dire di non aspettarmi, quella sera. Dissi che dovevo rimanere in laboratorio. Dovetti mantenere sempre il segreto e non ne parlai nemmeno con mia moglie. Credo, tuttavia, che lei intuì qualcosa. Una macchina del Vaticano venne a prendermi alle sette della sera. Caricammo tutto il materiale. Salii all’appartamento papale. I due fratelli Gusso, camerieri del Papa, ci fecero attendere in un salottino. La salma del Papa era stata spostata in una stanza attigua alla camera da letto e Giacomo Manzù con la creta stava fissando le sembianze del volto. Poi entrammo».

Goglia continua a ricordare: «Sul volto del Papa c’era ancora l’olio che lo scultore vi aveva spalmato per impedire che la creta aderisse alla pelle. Accanto, vestiti con un’ampia casacca bianca, c’erano i fratelli Gusso, una suora e il professor Mazzoni, distrutto dalla fatica. Issammo il bidone con il liquido su un trespolo, praticammo un piccolo taglio nel polso destro e infilammo l’ago. Avevo paura che potesse uscire il sangue, che il liquido potesse provocare rotture nella pelle. Pensavo con terrore dove avremmo potuto gettare il sangue di un Papa che era già considerato santo. Ma tutto procedette bene. Alle cinque del mattino del 4 giugno l’operazione era finita. Il liquido aveva raggiunto ogni capillare, bloccando il processo degenerativo. Iniettammo qualche litro nell’addome del Papa, distrutto dal cancro, per annientare tutti i batteri».

Il professor Goglia rimane ancora un po’ e assiste alla vestizione del Papa, con ben 17 indumenti sovrapposti. «Prima di uscire, mi dettero un lasciapassare speciale», rammenta, «perché nei giorni successivi tornai diverse volte in Vaticano per controllare lo stato di conservazione della salma, nel corso delle diverse traslazioni». La stessa auto del Vaticano lo riaccompagna a casa ogni volta.

Al professor Gennaro Goglia un po’ di emozione turba il volto. È la prima volta che narra quei fatti. Combatte con qualche lacrima e un velo di tristezza scende sul viso: «Mi sarebbe piaciuto rivederlo, il corpo di quel Papa che ho tanto amato». Perché hanno dimenticato il professor Goglia?

Alberto Bobbio

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