MUSICA - Intervista a Giorgia

Col jazz nel sangue

di GIGI VESIGNA
   
    

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Passato, presente e futuro della cantante: l’appoggio del padre, l’amore per la musica nera, il gusto per la sfida e l’antipatia per il playback: «Non sono mica un pesce».

Un critico americano, dopo averla sentita cantare, l’ha definita "47 chili di talento". Alex Baroni, il cantautore che ormai da anni fa coppia fissa con lei, subito dopo l’esibizione al Festival le ha telefonato: «Sei stata devastante!». Giorgia ride di gusto ricordando quelle frasi.

«Quando ho registrato il mio album Senza ali, a Los Angeles mi hanno invitata spesso ad ascoltare jazz nei locali e, quando mi hanno chiesto di unirmi all’orchestra, non mi sono mai fatta pregare. Il jazz ce l’ho nel sangue, e la gente del jazz è tutta un po’ matta... Per questo a quel critico ho ispirato quella definizione basata anche sulla mia piccola "stazza". In quanto ad Alex, beh, lui usa spesso la parola devastante. Se vorrà ancora farmi un complimento, dovrà cambiare aggettivo».

Giorgia Tofrani appare di una magrezza che, mai, ti fa pensare che sia fragile. «Mangio continuamente e, come nel titolo di quel disco realizzato con Pino Daniele nel 1997, Mangio troppa cioccolata». Fragile non lo è proprio anche perché, prima di essere travolta dal canto, aveva frequentato a lungo un corso di karate arrivando a cingersi i fianchi con "la cintura blu". «Quando ho smesso di fare arti marziali mi sono iscritta all’università per laurearmi in Lingue e diventare insegnante. Ma la musica è una malattia di famiglia. Così, ogni sera, facevo dei raid nelle caves di Roma frequentate dai patiti del jazz e facevo l’alba cantando».

  • Quindi hai lasciato definitivamente l’università per la musica, visto che già nel 1994 eri a Sanremo nelle Nuove proposte, nel 1995 vincevi tra i campioni con Come saprei, che ti aveva regalato Eros Ramazzotti, nel 1996 eri ancora lì, terza con Strano il mio destino e quest’anno hai di nuovo sfiorato la vittoria con Di sole e d’azzurro, firmata da Zucchero e da Mino Vergnaghi, oltre che da te...

«L’hai fatta facile tu», replica, «ma sapessi quanto è stato difficile: mio padre, "er sor Giulio", che da sempre vive di pane e musica e ancora oggi si esibisce con un gruppo che si chiama Io vorrei la pelle nera, quando gli ho detto che non sarei mai stata una professoressa di inglese, ma una cantante, mi ringhiò senza che potessi replicare: "Tu non vai da nessuna parte, studi e basta". E pensare che era stato lui a incoraggiarmi, a pagarmi le lezioni di canto. E s’era dimenticato persino che voleva farmi battezzare "Giorgia on my mind", come la celebre canzone, ma per fortuna non gliel’hanno permesso!».

  • Ma adesso come si comporta?

«È critico, ipercritico, ma non riesce a nascondere l’orgoglio che prova...».

  • Il primo Festival vinto, quello del 1995, e questo del 2001, risultato a parte: quale dei due ti ha dato l’emozione più forte?

«Del primo ricordo solo la gran confusione che mi condizionò la vita per diversi mesi. Ma se vuoi la verità sul momento più emozionante della mia carriera, risale a qualche mese fa, quando a Lucca, in occasione del "Summer Festival", il mio manager Mimmo D’Alessandro mi presentò a Ray Charles. Eravamo nel suo albergo e Ray mi propose di cantare con lui Giorgia on my mind. Cercai la via della fuga, ma Mimmo effettuò un vero e proprio placcaggio e mi sibilò "non fare la stupida". Così cantai con il mio mito e quelli son momenti che ti rimangono nella memoria».

Giorgia.
(foto Olympia).

  • Compirai trent’anni il prossimo 26 aprile. Te li senti addosso?

«Solo quando penso a certi momenti del passato: dopo il Sanremo di Come vorrei tutti mi dicevano "come sei brava", "la tua voce è uno strumento", "tirala fuori, falla sentire". E io ho finito per curare più le mie doti vocali che cercare di usarle per proporre canzoni che arrivassero al pubblico. Adesso, finalmente, ritengo di aver trovato il giusto "mix" tra voce e melodia».

Di sole e d’azzurro, ora inserita in un album bello e raffinato, che si intitola Senza ali e comprende 12 brani, di cui due firmati da Zucchero e uno da Alex Baroni, in realtà non era stato scritta per Sanremo, e nemmeno per Giorgia. Era stata proposta ad Andrea Bocelli, che l’aveva rifiutata.

Ma Zucchero e Mino Vergnaghi, l’altro autore, convinti della bellezza della canzone, la rivestirono per Giorgia di un nuovo arrangiamento e lo arricchirono di ben tre "incisi" (una geniale invenzione del musicista Michael Baker, che raramente si trova in una sola canzone). Giorgia ha ascoltato il brano e ha deciso che sarebbe tornata a mettersi in gioco al Festival.

Ma c’è anche un’altra curiosità sulla canzone: Mino Vergnaghi, una scoperta di Iva Zanicchi, aveva vinto a Sanremo, nel 1979, con la canzone Amare. Adesso s’è trasferito negli Stati Uniti e lavora a fianco dei grandi music makers, ma non ha mai dimenticato quella vittoria così esaltante e così amara. Subito dopo il Festival, infatti, la sua casa discografica dovette chiudere i battenti e, caso unico nella storia del Festival, il disco non uscì mai.

«Questo proprio non lo sapevo», ammette Giorgia che, ora che ha archiviato il Festival, pensa già all’album da lanciare, alla tournée da preparare, al lungo tour di promozioni radiofoniche e televisive.

  • Mi manca una domanda, prima di concludere l’intervista: durante le tue apparizioni televisive, eviti sempre di cantare in playback. Che è proprio l’esatto opposto di quel che fa la maggior parte dei tuoi colleghi...

«Da te, che ami il jazz, una domanda così non me l’aspettavo: il playback è perfetto, perché riproduce una realtà sempre uguale a sé stessa. Difficile che ti provochi un’emozione in più. Cantando in diretta, come accadeva ai grandi del jazz, ma anche a chiunque praticasse quella musica, io propongo sempre una versione diversa della canzone. Magari rischio anche di stonare un po’, ma canto con l’adrenalina in corpo e tutto l’impegno di chi sa di non esser protetto da un nastro perfetto, che all’infinito si riproporrà uguale a sé stesso... Il playback mi ricorda i pesci che aprono e chiudono la bocca nuotando, senza emettere alcun suono».

Al Festival, tra i giornalisti accreditati, girava la voce che Giorgia si desse delle arie, che non fosse disponibile a incontrare nessuno se non nel corso di una conferenza stampa. Era una decisione del suo ufficio stampa, Riccardo Vitanza. Giorgia, infatti, era stata "blindata" suo malgrado e a sua insaputa. Per parlarle, dopo una sera del Festival, sono andato nel suo albergo e ho pregato il portiere di passarmi al telefono la sua camera. Giorgia è venuta al telefono e mi ha chiesto dov’ero. Quando ha saputo che mi trovavo nella hall mi ha risposto: «Scendo».

E ha mantenuto la parola. Con lei e Mimmo D’Alessandro abbiamo quasi tirato mattina. Nel salutarli ho buttato lì un «allora, Giorgia: è vero che ti senti un po’ una diva del muto? E ti fai inseguire per parlare con noi?». Un lampo negli occhi, quasi a disapprovare chi aveva fatto per lei quelle scelte, e poi la risposta: «Se mai sono io che devo inseguire voi...».

Va bene, Giorgia, ma non esageriamo. Anche se non vuoi essere una diva, il ruolo della star ormai ce l’hai cucito addosso.

Gigi Vesigna

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