ESCLUSIVO/PEDOFILIA - Parla don Di Noto

«Sono pronto a riaprire, se...»

di LUCIANO SCALETTARI
   
    

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Il fondatore di Telefono arcobaleno spiega i motivi della chiusura, conferma le minacce ricevute, ribadisce l’impegno contro i criminali: «Con i ministri Bianco e Turco stiamo studiando un protocollo operativo che ci dia le garanzie necessarie».

«Grazie, sono libero. Ora ti prego di gridare, gridare, gridare, per me e per tanti altri bambini schiavi dei pedofili».

Questa breve lettera è stata mandata a don Fortunato Di Noto da Carlos, un bambino brasiliano di otto anni, liberato dalla polizia di San Paolo il 19 novembre 1999, in un’operazione che sgominò una banda di pedofili in seguito a una segnalazione del Telefono arcobaleno. Carlos per due anni, da cinque a sette, è stato prigioniero della banda, violentato, venduto, anche su Internet.

Don Di Noto, fondatore e presidente del Telefono arcobaleno di Avola (Siracusa), ha deciso di rompere il silenzio che si era imposto da alcune settimane. E ha esordito con le parole di Carlos «perché questa è la ragione per cui, da quattro anni, io e i volontari dell’associazione lavoriamo incessantemente: liberare i bambini ridotti in schiavitù dalla pedofilia, dal lavoro nero, da violenze di ogni tipo. Come uomo e come prete ho ritenuto e ritengo mio dovere mettermi dalla parte dei bambini. Le speculazioni, i "distinguo", le illazioni non mi interessano. E non scendo sul piano delle polemiche. Abbiamo individuato 29 mila siti pedo-pornografici in tutto il mondo. La gran parte è stata censurata e oscurata. In molti casi sono partite indagini della magistratura e arresti. Se ho sbagliato qualcosa, è su questo che vorrei essere giudicato, non su parole che non ho detto».

Don Fortunato taceva dal 2 novembre scorso, quando aveva annunciato la chiusura del Telefono arcobaleno, che in effetti non ha finora ripreso l’attività. Ma ricordiamo cos’era accaduto.

Negli ultimi giorni di ottobre scatta una vasta operazione della Procura di Torre Annunziata, che coinvolge oltre mille indagati per il reato di pedo-pornografia on-line. L’inchiesta nasce dalla collaborazione tra la Procura e l’associazione del prete siciliano. Nei giorni successivi, la stampa riporta dichiarazioni di don Di Noto, alcune delle quali scatenano un vespaio di polemiche. Nella prima si parla di «lobby politica» della pedofilia, nella seconda di «fatti gravi da riferire unicamente al capo dello Stato, tra cui il coinvolgimento di un nome eccellente».

«Non ho mai detto né l’una né l’altra», continua don Fortunato. «Ho parlato di "lobby culturale", che è cosa ben diversa, e ho detto che se c’erano dei nomi eccellenti non toccava a me farli. Tuttavia, in quei giorni, ho visto autorevoli testate nazionali versare fiumi di inchiostro senza che i relativi giornalisti si degnassero di fare a me una sola telefonata di verifica».

  • Don Fortunato, si rimprovera qualcosa?

«Di aver sottovalutato la disinformazione».

  • È stato accusato di mania di protagonismo...

«Non credo di averne mai sofferto. Ho parlato perché si doveva rompere la catena di omertà su questo tema. Qualcuno doveva farlo. La mia logica di fede mi dice che Dio si è stancato di sentire i loro gemiti. Questo è un olocausto silenzioso, di fronte al quale non si può tacere. Una cosa è certa: i tanti documenti che abbiamo scritto sui diritti dell’infanzia sono lettera morta. Io mi scandalizzo quando leggo che ci sono 250 milioni di bambini nel mondo schiavizzati nel lavoro nero, 100 di ragazzi di strada, sette di minori costretti a prostituirsi, due di sfruttati dal mercato pedo-pornografico. Cosa stiamo facendo per questi piccoli?».

Don Fortunato Di Noto con il suo vescovo, Giuseppe Malandrino.
Don Fortunato Di Noto con il suo vescovo, Giuseppe Malandrino.

  • Alcune sue affermazioni sono state considerate imprudenti...

«Chi si è lasciato andare a facili giudizi forse non ha ben presente di che cosa stiamo parlando: quello che vediamo ogni giorno nella rete è un orrore senza fine. C’è chi è disposto a spendere 40 milioni per un video che mostra l’uccisione di un bambino, chi darebbe centinaia di dollari per l’audio con i lamenti del minore violentato, chi offre 100 mila lire per una foto di rapporti con animali. E il prezzo cresce se il bimbo è molto piccolo. Scusi se sono crudo, ma di questo stiamo parlando, non di nudi artistici».

  • Cosa intendeva per "lobby culturale"?

«Non era un’affermazione avventata. Corrispondeva a quanto avevamo spiegato in una relazione alla Commissione bicamerale per l’infanzia, esattamente un anno prima, il 28 ottobre 1999. Cito: "Questa lobby pedofila è ben radicata in ogni centro di potere sia in Italia, sia all’estero. Serpeggia in tale convinzione culturale l’idea che la pedofilia è solo un tabù, forse l’ultimo in campo sessuale. La lobby è ben strutturata e radicata e non è composta da gruppi sparuti e ristretti, bensì da comunità interrelate fra loro". Questa relazione è agli atti del Parlamento. Ma molti altri hanno parlato di lobby culturale: magistrati, studiosi, associazioni».

  • Può precisare?

«Certo. Pietro Rocchini, neuropsichiatra e consulente del Tribunale di Roma, dichiara: "Il Censis riconosce l’esistenza di una lobby internazionale di pedofili con capacità di pressioni economiche e politiche". Rocchini aggiunge che questa corrente di pensiero si avvale anche di studiosi "dichiaratamente pedofili che sostengono la capacità del bambino di dare o negare il proprio consenso sul piano sessuale, creando il mito del pedofilo altruista o gentile". E ancora, i magistrati Diego Marmo e Paolo Mastrobernardino, di Roma. Al termine dell’operazione Cattedrale nel ’98, dicono: "Esiste un partito dei pedofili, che coinvolge personaggi con alta collocazione sociale e cultura medio-alta. Molti degli indagati aderiscono al Fronte pedofilo internazionale danese e ritengono liberticida la nuova legge antipedofilia entrata in vigore l’11 agosto (1998, ndr), predicano anche l’ideologia del perfetto pedofilo e il riconoscimento della sua liceità". E padre Gino Concetti, sull’Osservatore Romano, solo sei mesi fa, scrive che "nel fenomeno pedofilo è da ricercare anche l’aspetto ideologico. Gruppi e movimenti di determinate correnti culturali rivendicano la pedofilia come un diritto"».

  • Questa teoria trova sponsor nel mondo politico?

«Purtroppo sì. Può essere istruttivo leggere una recente e documentata relazione dell’Associazione famiglia domani, datata ottobre 2000, dal titolo Il Partito radicale promuove la pedofilia? Il documento riferisce, tra l’altro, di un convegno organizzato a Roma due anni fa dai radicali, all’indomani dell’approvazione della legge contro la pedofilia. Il tema? Pedofilia e Internet: vecchie ossessioni e nuove crociate. Chiunque può rendersi conto delle tesi sostenute scorrendo gli atti».

  • Lei ha parlato di ostruzionismo e minacce...

«L’ostruzionismo nasce da incomprensioni con la Polizia postale e delle telecomunicazioni, forse per gelosie, qualche invidia, che non avevano ragion d’essere. Noi abbiamo sempre operato con trasparenza, come consulenti tecnici di una decina di Procure italiane».

  • E le minacce?

«Moltissime. Fin dalla nostra nascita, nel 1996. In chiesa può ancora vedere i segni di un incendio doloso. Col nostro lavoro andiamo a toccare un giro d’affari di 8 mila miliardi di lire l’anno, che gonfia le tasche di una nuova pedo-criminalità sofisticata e scaltra. È naturale che diamo fastidio. Minacce di morte ci avevano spinto a fare denuncia nel giugno scorso. Il 3 novembre il nostro esposto è giunto sul tavolo del magistrato Giuseppe Toscano, che ha lavorato con tempestività: il primo dicembre sono stati identificati e denunciati i responsabili».

  • Quando riaprirà il Telefono arcobaleno?

«Se dipendesse da noi, subito. In questo mese di silenzio, altri hanno parlato per noi. Abbiamo capito di avere un grande sostegno dalle famiglie, dai bambini, dalla gente: in 20 giorni abbiamo ricevuto oltre 10 mila messaggi di solidarietà: questa piccola, povera realtà di associazione siciliana è diventata un punto di riferimento. L’arcobaleno non si può spezzare. Quei messaggi sono la risposta a chi ha pensato di chiuderci la bocca».

  • Sta annunciando che il monitoraggio riprende?

«Questo ancora no. Stiamo cercando di avere le garanzie necessarie di sicurezza, per operare serenamente. Con i ministri Enzo Bianco e Livia Turco (rispettivamente Interni e Affari sociali, ndr) si sta studiando un protocollo operativo che risolva le difficoltà. Devo dire che da entrambi abbiamo avuto un caldo sostegno».

  • Ha avuto problemi con il vescovo?

«No, mai. Monsignor Giuseppe Malandrino mi ha sempre dato pieno appoggio».

  • Si può essere, insieme, parroco e presidente del Telefono arcobaleno?

«Sì, perché in entrambi i ruoli si testimonia il Vangelo di Gesù, e la sua strenua difesa degli ultimi, dei piccoli, degli emarginati. Quanto al mio essere prete, aggiungo che considero Internet luogo di missione pastorale tanto quanto la parrocchia Madonna del Carmine che mi è stata affidata. L’associazione è nata in parrocchia. Il Telefono arcobaleno è parte integrante di questa comunità umana ed ecclesiale».

Luciano Scalettari

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