I giovani del no alla naja a Barbiana per il Giubileo

Alle radici dell’obiezione

di ALBERTO CHIARA
   
    

   Famiglia Cristiana n.46 del 19-11-2000 - Home Page

Sui luoghi di don Milani per ribadire il diritto alla scelta di coscienza, con Pax Christi e Caritas.

Salgono lenti, le multicolori bandiere della pace a spalla. La strada che porta alla chiesa di Sant’Andrea è una lunga striscia di fango seminascosta tra gli alberi. Lassù, negli anni Cinquanta, una Chiesa più matrigna che madre cacciò un prete scomodo: don Lorenzo Milani. Lui rimase fedele al Vangelo e a sé stesso. Non odiò. Non tacque.

«Lo Spirito non si può esiliare. Il suo messaggio è più attuale che mai», commenta, confuso tra i ragazzi, Michele Gesualdi, un tempo allievo di don Milani, oggi presidente della Provincia di Firenze. Per celebrare il loro Giubileo, circa 600 obiettori di coscienza al servizio militare si ritrovano nella Toscana dalla fede schietta e talvolta ribelle, convocati da Pax Christi, che ha organizzato l’incontro in collaborazione con l’Associazione obiettori nonviolenti (Aon) e la Lega obiettori di coscienza (Loc), oltreché con l’aiuto di molte Caritas diocesane. Discutono nell’auditorium di un liceo scientifico, a Borgo San Lorenzo, da dove decidono di spedire lettere al Papa e al presidente della Repubblica Ciampi. Quindi si spostano a Barbiana, raggiungendo a piedi, in una sorta di pellegrinaggio alle radici della non violenza, l’aspra località dove don Milani visse tra il 1954 e il 1967, anno della sua morte. Quindi tornano a Borgo San Lorenzo, per una veglia di preghiera.

Non a caso, l’appuntamento è per sabato 4 novembre, giornata delle Forze armate. C’è chi arriva da Caltanissetta e chi da Novara, chi dal Nord-Est e chi da Palermo o da Roma o da Molfetta, la città di don Tonino Bello, il compianto vescovo dei poveri. Molti, ovviamente, arrivano dalla Firenze di La Pira e Balducci.

Ci sono obiettori storici, come Alberto Trevisan o Antonio De Filippis. Ci sono obiettori dell’ultima generazione, un velo di barba e qualche sbadiglio di troppo. Ci sono, infine, obiettori stranieri, come Sam Biesemans, un cinquantenne belga che svolse il suo servizio civile nei primi anni Settanta decidendo di rifiutare armi e divisa dopo aver a lungo meditato con gli amici della parrocchia protestante che frequentava.

Strano Giubileo, questo. Si celebra fuori Roma. Fonti degne di fede assicurano che la Caritas, volendolo fortemente, aveva avviato a giugno discrete trattative con i vertici del Vaticano per portare gli obiettori dal Papa, a San Pietro. L’obiettivo è sfumato, e non per colpa della Caritas. Pare che la condizione posta fosse quella di sottolineare pubblicamente uno solo degli aspetti della questione, quello relativo al servizio civile, all’impegno volontario in favore del prossimo, tacendo del tutto la valenza critica che l’obiezione di coscienza comporta nei confronti dello strumento militare.

Oggi, però, non è giorno per le polemiche. Bocche cucite, al riguardo. «Siamo in piena comunione con la Santa Sede», puntualizza Tonio Dell’Olio, segretario di Pax Christi, «abbiamo tenuto informato il cardinale Roger Etchegaray, presidente del Comitato centrale per il Giubileo». E monsignor Diego Bona, vescovo di Saluzzo nonché presidente di Pax Christi, aggiunge, in riferimento al Giubileo dei militari: «Non stiamo vivendo un momento alternativo ad altri. Qui vogliamo riflettere sulle ragioni cristiane della nostra scelta non violenta. Ci sentiamo, però, fratelli di chi si sforza di vivere il Vangelo militando in un esercito. Tutti siamo chiamati a fare un passo oltre, consci che Gesù ci invita a rinfoderare la spada, a perdonare le offese, ad amare i nemici». «Con o senza stellette si deve servire la pace», dice l’arcivescovo di Firenze, il cardinale Silvano Piovanelli, che invita a guardare avanti.

Già, il futuro prossimo venturo. Parlarne, significa in qualche modo fare politica. «Ormai fenomeno di massa (108 mila domande, nel 1999, ndr), per taluni l’obiezione di coscienza è diventata la scusa per fare poco o nulla», osserva Guido Bertolaso, direttore dell’Ufficio nazionale per il servizio civile presso la Presidenza del Consiglio dei ministri, che ammonisce: «Non per questo si deve dimenticare la nobile carica ideale di quest’opzione». Purtroppo, nota Bertolaso, stanziando pochi fondi, «il legislatore non permette alla struttura che coordino di funzionare a dovere. Con i 171 miliardi a disposizione per il Duemila, non riusciremo a far svolgere un adeguato servizio a tutti gli obiettori. Qualcuno sarà costretto a starsene a casa, nostro – e spero anche suo – malgrado. Per tacere il fatto che il Parlamento, celere nel riformare le Forze armate e sospendere la leva (atto che qualcuno reputa anticostituzionale), si sta dimostrando lento nell’esaminare la riforma del servizio civile, per la quale prevede un’insoddisfacente copertura finanziaria. Allo stato attuale, il disegno di legge, che legittima tra l’altro il servizio civile femminile e l’impiego di giovani nei corpi di pace all’estero, registra uno stanziamento, per il 2001, di appena 180 milioni».

«Si trovano i soldi per una nuova portaerei, i cui costi sono lievitati in poco tempo da 1.500 a 2.200 miliardi, ma non per gli obiettori, cui si destinano le briciole», attacca Massimo Paolicelli, presidente dell’Aon. «Qualcosa s’è mosso, nei prossimi giorni Palazzo Madama potrebbe finalmente approvare la riforma del servizio civile, aumentandone la copertura finanziaria. Un atto di civiltà», interviene il senatore verde Stefano Semenzato. «Si globalizzano le mafie, bisogna operare per una globalizzazione dei valori che vivificano l’obiezione di coscienza e il servizio civile», sostiene Giuseppe Lumia, presidente della Commissione antimafia. «Bisogna battersi affinché venga riconosciuto il diritto a obiettare anche per i soldati professionisti», conclude tra gli applausi lo storico Massimo Toschi: «Chi riceve ordini ritenuti ingiusti e comunque contrari al diritto internazionale umanitario, come quello di lanciare bombe con uranio impoverito (accadde ai piloti Nato durante i bombardamenti della Serbia), deve poter rifiutarsi di obbedire».

«Bisogna avere il coraggio di dire ai giovani che l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni: non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio». Così don Lorenzo Milani, nell’ottobre 1965. È stretta attualità.

Alberto Chiara
   

«Servire l’uomo, con le armi»

Come si fa a essere soldato e cristiano? Il generale Rocco Panunzi lo racconta sulla Rivista Militare. Si è arruolato a metà degli anni Sessanta. Faceva parte del movimento dei Focolari e la sua scelta fu giudicata un po' strana. È lettore ministrante con le stellette.

Ragiona della pace: «Non ci possono essere popoli in pace a scapito di altri. La pace di Dio non si fonda sulla sottomissione dei popoli. È per questo motivo, come d'altra parte è scritto nel Catechismo della Chiesa cattolica, che si possono impiegare le armi per arrivare a una pace giusta. Vincere in Bosnia, vincere in Kosovo, in questo senso vuol dire restituire la vita a un popolo».

Il generale Panunzi è convinto che servire la patria oggi significa soprattutto amare l'uomo, e aiutare i poveri. I soldati lo fanno armati con le missioni di pace, gli obiettori di coscienza in altro modo. Non si tira indietro il generale sulla riflessione su questo tema.

«L’obiezione di coscienza deve inquadrarsi nel contesto generale del servizio. La questione vera non è servire in armi o senz'armi. Importante è servire, non fuggire, non girare il viso dall'altra parte. Ciò che ripugna è l'obiezione totale, che è soltanto la voglia di non far nulla».

La forza militare va controllata, spiega il generale Panunzi. Il militare la conosce e la sa misurare in rapporto all'obiettivo da raggiungere. Ma, come è accaduto spesso nelle missioni di pace, è sufficiente mostrarla per ottenere l'effetto. E l'effetto è la pacificazione: «È terribile spianare le armi, ma va fatto per raggiungere la pace e salvare le vite».

I soldati devono servire. Il servizio non è un concetto astratto, ma concreto. Si deve essere capaci di farlo vedere, spiega il generale: «Abbiamo bisogno di gente che testimonia la fede, non solo che parla della fede. Servono davvero fatti di pace, non solo parole. I militari cristiani si comportano così, come qualsiasi altro credente che sa che la chiave di volta di tutto quanto è la sofferenza di Gesù sulla croce. Senza sofferenza non c'è risurrezione. È difficile servire l’uomo, a volte fa anche soffrire. Ma è la nostra vita».

a.bo.

«La pace, a mani nude»

«La mia scelta? La devo a mio padre, alla sua coerente testimonianza di non violento. E la devo alla mia personale maturazione di giovane cattolico negli anni fecondi che precedettero, accompagnarono e seguirono il Concilio, gli anni delle forti prese di posizione in favore dell’obiezione di coscienza fatte da padre Ernesto Balducci e da don Lorenzo Milani; ma anche gli anni della Gaudium et spes, che accorda finalmente diritto di cittadinanza, nella Chiesa, a quanti "per motivi di coscienza, ricusano l’uso delle armi"».

Paolo Giuntella ha 54 anni, è sposato, ha tre figli. Giornalista, lavora al Tg1, di cui è un volto noto. Trent’anni fa pagò di persona per le sue idee. Il 2 giugno 1970 contestò la parata militare. Venne fermato, denunciato, processato e infine assolto "perché il fatto non costituisce reato". «Ricordo mio padre quando citava il suo preside di liceo, un religioso capace di coniugare fede e intelligenza, che sul finire degli anni Venti, in pieno fascismo, già parlava di obiezione di coscienza. Lo ricordo quando rievocava la sorpresa che provò, lui, impiegato al Senato del Regno, nel leggere che la Gran Bretagna confermava la legge sull’obiezione: stava per scoppiare la seconda guerra mondiale. Lo ricordo quando parlava della violenta follia dei lager nazisti, che purtroppo conobbe. Lo ricordo quando mi fece conoscere la tragica vicenda di Franz Jagerstatter, un semplice contadino austriaco che, in nome della sua fede cristiana, rifiutò di venire arruolato nell’esercito tedesco e venne ghigliottinato, il 9 agosto ’43».

«Ricordo, infine», dice Giuntella, «la mobilitazione di noi giovani della parrocchia Cristo Re, a Roma, la lettura di Isaia, dei Vangeli, di Tertulliano. Cercavamo di essere radicalmente fedeli al non uccidere dell’Antico Testamento e a quel "beati gli operatori di pace" che Gesù disse un giorno. Voltandomi indietro, mi rimprovero di non aver lottato nel tempo per evitare che l’obiezione di coscienza diventasse, in tanti casi, una scelta di comodo, e di aver troppo a lungo e troppo duramente polemizzato con chi, pensando diversamente, decideva di fare il soldato».

a.ch.

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